L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 5 dicembre 2020

Gli omicidi del Mossad con la complicità degli Stati Uniti consigliano all'Iran di non fidarsi dell'Occidente

 “PERCHE’ L’IRAN NON PUO’ FIDARSI DELL’OCCIDENTE”: INTERVISTA A FARIAN SABAHI



Tra mercoledì 2 e giovedì 3 dicembre sui media italiani campeggiano le parole del presidente eletto degli Stati Uniti Joe Biden che, sostanzialmente, apre a un ritorno all’accordo sul nucleare iraniano ma avverte: “se Teheran lo rispetterà”. Parole che arrivano dopo l’omicidio, settimana scorsa nella capitale dell’Iran, dello scienziato a capo del progetto nucleare iraniano Mohsen Fakhrizadeh che le autorità della Repubblica Islamica hanno da subito attribuito al Mossad e a una regia Usa. Ne abbiamo parlato con Farian Sabahi, docente di Relazioni internazionali del Medio Oriente all’Università della Valle d’Aosta e autrice del libro “Storia dell’Iran 1890-2020” edito da Il Saggiatore, a partire dal suo articolo “Perchè l’Iran non può fidarsi dell’Occidente”, pubblicato sull’edizione di giovedì 3 dicembre 2020 de Il Manifesto.

Nell’articolo Farian Sabahi propone una riflessione storica sulla diffidenza nei confronti dell’Occidente che appartiene alla cultura iraniana, a partire da alcuni classici della letteratura persiana pre-rivoluzionaria come il best seller Mio zio Napoleone o il romanzo dell’autrice iraniana Simin Daneshvar Suvashun. Le abbiamo chiesto, allora, come nasce e che origini ha l’idea, diffusa nel paese, per cui ogni problema dell’Iran è da imputare all’Occidente.

Insieme all’accademica e saggista siamo poi passati all’attualità commentando avvenimenti recenti come l’omicidio di Mohsen Fakhrizadeh e le parole di Joe Biden riguardo l’accordo sul nucleare. Perchè, nel contesto contemporaneo, l’Iran non può fidarsi dell’Occidente?

Infine abbiamo affrontato con lei un altro tema caldo in queste settimane che riguarda l’Iran e del quale Sabahi ha scritto la scorsa settimana sempre sulle pagine de Il Manifesto: la condanna a morte del ricercatore con doppia cittadinanza iraniana e svedese Ahmadreza Djalali, accusato dalle autorità iraniane di spionaggio per conto di Israele. Le ultime notizie vorrebbero che la sua esecuzione sia stato rimandata, ma non annullata. Sul caso ci sono diverse pressioni internazionali, da parte dei governi ma anche di Ong come Amnesty International, affinchè la pena capitale per il ricercatore venga annullata.

L’intervista a Farian Sabahi, docente di Relazioni internazionali del Medio Oriente all’Università della Valle d’Aosta e autrice del libro “Storia dell’Iran 1890-2020” edito da il saggiatore, a partire dal suo articolo “Perchè l’Iran non può fidarsi dell’Occidente”. 

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