L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 26 dicembre 2020

Più la Strategia del Caos e della Paura, nata formalmente a New York 11 settembre del 2001, viene implementata maggiore diventa la collaborazione tra la Cina e la Russia



26 DICEMBRE 2020

Le relazioni internazionali sono ad un punto di svolta: gli Stati Uniti, che mai hanno abbandonato del tutto l’autoconcezione di impero della libertà, potrebbero essere sul punto di riesumare il ruolo di poliziotto globale, la pandemia di Covid19 ha esacerbato la competizione tra grandi potenze e messo in luce le falle della globalizzazione, e nuovi eventi stanno ridisegnando la divisione del potere nel mondo musulmano.

Uno scudo per proteggersi dal caos permanente che infesta il mondo potrebbe essere rappresentato dalla costruzione di rapporti simbiotici. Russia e Cina, che dal 2014 hanno edificato un partenariato strategico multidimensionale, vedono nel consolidamento ulteriore della loro intesa amichevole l’unica maniera per fronteggiare con successo tutte le incognite e le sfide che si presenteranno nei prossimi anni.

La telefonata tra Lavrov e Yi

I ministri degli esteri di Russia e Cina, Sergey Lavrov e Wang Yi, il 22 dicembre hanno discusso via telefono del miglioramento dei rapporti bilaterali. Il contenuto del dialogo è stato condensato dal The Global Times, il quotidiano-megafono del Partito Comunista Cinese, nella frase di apertura dell’articolo dedicato alla conversazione: “Più il mondo diventa turbolento, più stabili dovrebbero essere le relazioni fra Cina e Russia”.

I due diplomatici hanno concordato sul fatto che si renda necessario e fondamentale il potenziamento ulteriore del partenariato strategico alla luce delle crescenti pressioni degli Stati Uniti sul duo e sull’intera architettura multilaterale. Il consolidamento dell’asse Mosca-Pechino non avrebbe ricadute positive esclusivamente sulle capacità di resistenza dei due Paesi, ha spiegato Lavrov, ma anche sulla stabilità della comunità internazionale

Il capo della diplomazia cinese ha ricordato, inoltre, che il 2021 sarà un momento di svolta – e non per via del ritorno del Partito Democratico alla Casa Bianca – perché avrà luogo il ventesimo anniversario del Trattato di buon vicinato e cooperazione amichevole, siglato fra i due Paesi nel lontano 2001. Quel documento ha gettato le fondamenta per il successivo sviluppo del sodalizio che sta riscrivendo il volto del pianeta, e Wang ha precisato che “i legami bilaterali dovrebbero essere mantenuti ad un alto livello”.

I due ministri hanno un parere unanime sulla rilevanza critica di quell’accordo, ragion per cui hanno concordato di espandere ulteriormente la cooperazione, anche alla luce dei risultati ragguardevoli conseguiti negli anni recenti e dell’elevato grado di coordinamento mostrato nel corso della pandemia – fondamentale per non cedere terreno dinanzi alle diplomazie degli aiuti umanitari portate avanti dall’Occidente e dai suoi collaboratori, in primis la Turchia.

Un ventennale importante

Dal 2001 ad oggi il mondo è mutato profondamente. Le grandi potenze hanno cessato di collaborare in nome della lotta al terrorismo internazionale, la cui graduale ritirata ha comportato un riavvio delle ostilità e della competizione tra i principali attori egemonici di ogni continente. La guerra fredda fra Occidente e Russia, entrata momentaneamente in pausa, è tornata progressivamente al centro dell’arena internazionale e ha inglobato anche la Cina, ritrovatasi coinvolta nel confronto fra i blocchi a causa della Nuova Via della Seta.

Il Trattato di amicizia russo-cinese è stato importante sin dagli albori, in quanto segnalante la volontà di superare la dialettica antagonistica della guerra fredda, ma ha iniziato a produrre effetti realmente tangibili ed eccezionali soltanto a partire dal dopo-Euromaidan, ovvero all’indomani dell’evento spartiacque che ha sancito la riapertura ufficiale delle ostilità fra Occidente e Russia.

Due anni dopo, con l’ascesa di Donald Trump, nello scontro egemonico sarebbe stata attirata forzatamente anche la Cina. I dazi, in effetti, lungi dall’essere una mossa fine a se stessa, hanno rapidamente rivelato la loro reale natura: uno strumento con cui preparare il terreno per un conflitto su larga scala. La decisione di Washington di combattere simultaneamente su due fronti, però, non è stata né saggia né lungimirante: Mosca e Pechino hanno reagito stabilendo un rapporto simbiotico che, oggi, a distanza di sei anni, tocca ogni dossier internazionale e ogni settore, dalla corsa allo spazio allo sfruttamento dell’Artico, dalla petrolchimica all’aeronautica civile.

Il ventennale del Trattato di amicizia sarà il momento opportuno per riflettere sugli accadimenti degli ultimi anni e, soprattutto, sui risultati che le due potenze hanno potuto ottenere grazie alla loro collaborazione, sia in termini di crescita e innovazione che di influenza incrementata nel mondo. Cadere nuovamente nella trappola kissingeriana – che, trascurata da Trump, potrebbe essere giocata da Joe Biden – equivarrebbe a vanificare ogni progresso e ad allontanare a tempo indefinito la prospettiva di una de-occidentalizzazione dell’Asia, rimanendo de facto succubi della primazia americana, uno scenario di cui entrambe le potenze sono a conoscenza e del quale si discuterà l’anno prossimo, in occasione delle celebrazioni.

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