L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 15 dicembre 2020

Polonia e Ungheria modificano profondamente il Regolamento del Mes depotenziandolo a favore dell'identità nazionale dei vari stati

Come Polonia e Ungheria hanno piegato Merkel sul bilancio Ue

13 dicembre 2020


Compromesso sul regolamento per la protezione del bilancio dell’Unione dopo i niet di Ungheria e Polonia: per l’Italia una lezione su come si negozia in Europa. L’approfondimento di Giuseppe Liturri

Due i temi da commentare dopo il Consiglio Europeo e l’Euro Summit di giovedì e venerdì scorso:
Il definitivo via libera del Presidente Giuseppe Conte alla riforma del Mes e la speranza che il sol dell’avvenire possa portare il completamento dell’Unione bancaria.
Un compromesso sul tema del regolamento per la protezione del bilancio dell’Unione, impropriamente legato allo Stato di diritto, con una semplificazione gravemente distorsiva dei fatti, come spiegheremo in seguito.

Un rapido cenno a proposito del primo punto solo per dire che, per la prima volta, Conte si è presentato in Europa munito di un mandato pieno da parte del Parlamento. Purtroppo tale mandato è l’invito ad un suicidio negoziale (come dettagliatamente spiegato qui), perché ci fa ingoiare il boccone amaro della riforma del Mes senza avere alcuna contropartita. Se non la fumosa promessa che la Conferenza per il futuro dell’Europa ridisegni strumenti come il Patto di Stabilità, Fiscal Compact e lo stesso Mes. Ignorando però che su questi temi ci presentiamo senza potere contrattuale, senza alleanze, e su posizioni diametralmente opposte a quelle del blocco tedesco. Per non parlare del completamento dell’Unione bancaria, tema sul quale incombe minacciosamente la volontà tedesca di considerare come relativamente rischiosa la detenzione da parte delle banche dei titoli di Stato. Con le immaginabili conseguenze negative per le banche ed altre istituzioni finanziarie italiane che detengono ben il 37% dei titoli attualmente in circolazione.

Ma il tema clamoroso, trascurato da tutti i grandi media che, evidentemente, hanno poca o nessuna voglia di leggersi gli atti ufficiali, è il secondo.

Polonia ed Ungheria hanno dimostrato a tutti gli altri Paesi come si negozia e si vince nella Ue: “A brigante, brigante e mezzo” avrebbe detto il compianto Presidente Sandro Pertini.

Questi due Paesi erano stati messi con le spalle al muro, avendo dovuto subire a maggioranza qualificata l’ormai prossima adozione di un “Regolamento per la protezione del bilancio dell’Unione”, ed hanno reagito come si deve fare durante un negoziato: non porgendo l’altra guancia, ma minacciando di farsi esplodere assieme a tutta l’Unione Europea, bloccando il bilancio pluriennale 2021-2027 (a cui è collegato il Next Generation Ue da 750 miliardi) e la Decisione sulle Risorse Proprie (cioè come trovare i soldi per finanziarlo). Ed hanno vinto.

Questi sono i fatti che nessuno vi ha raccontato in questi giorni, arrivando a ribaltare la realtà, come ha fatto il Presidente Conte che ha dichiarato che “non abbiamo rinunciato a nessuno dei nostri principi, abbiamo ribadito il principio dello Stato di diritto e non abbiamo toccato il regolamento sulla condizionalità del bilancio”.

Si, è vero, quel Regolamento non è stato formalmente modificato. Ma ci sono ben 3 pagine, su 13 delle conclusioni del Consiglio Europeo, dedicate a fare delle fondamentali puntualizzazioni sull’ambito di attivazione di quel Regolamento, di fatto depotenziandolo e rimandando di molto la sua esecutività. Tali conclusioni sono pure state validate dai servizi legali del Consiglio. Qualcosa vorrà pur dire, o no? Si tratta di impegni politici, non giuridicamente vincolanti, perché il Consiglio Europeo non ha potestà legislativa ma solo di “definizione di orientamenti e priorità politiche” (art. 15 TUE). Ma che pesano come un macigno sull’effettiva operatività di quel Regolamento.

In estrema sintesi, l’accordo politico precisa che l’obiettivo del Regolamento è proteggere il bilancio dell’Unione da episodi di frode, corruzione e conflitto di interessi, e ciò deve avvenire nel “pieno rispetto dell’identità nazionale degli Stati membri insita nella loro struttura fondamentale, politica e costituzionale”. Non esistono altre motivazioni per attivare tale regolamento. Temi come l’indipendenza della magistratura (su cui in Italia potremmo avere molto da farci perdonare, alla luce della vicenda Palamara), restano sullo sfondo ma l’elenco delle fattispecie che determinano le sanzioni (sospensioni o revoca dei fondi) sono solo quelle legate ai principi di sana gestione finanziaria prima elencate.

Per essere sicuri che le cose procedano in questo modo, Polonia e Ungheria (il cui PIL è poco più della metà di quello italiano, giusto per avere un’idea delle dimensioni relative) hanno ottenuto che la Commissione elaborerà delle linee guida applicative, contro le quali sarà consentito un ricorso alla Corte di Giustizia Europea e solo dopo l’esito di tale ricorso (che Ungheria e Polonia faranno alla velocità della luce), sarà possibile applicarlo concretamente. In definitiva, per i prossimi due anni non si muoverà foglia sull’argomento.

Per maggiore scrupolo, il processo verbale del Consiglio con cui si adotterà quel Regolamento conterrà una dichiarazione riportante tutti i dettagli dell’accordo politico raggiunto venerdì.

La conferma dell’analisi sopra delineata arriva clamorosamente leggendo George Soros e Sergio Fabbrini, entrambi sul Sole 24 Ore, rispettivamente sabato e domenica.

La reazione del primo è davvero scomposta, rabbiosa, arrivando a definire Polonia e Ungheria come “Stati canaglia” ed accusando esplicitamente la Merkel di aver ceduto al loro ricatto. “Il peggiore degli scenari possibili, brutto, e che si fa beffe dei desideri espressi dal Parlamento Europeo”.

Il politologo della Luiss, ammettendo quindi anche lui la vittoria di Budapest e Varsavia, si trincera dietro l’argomento dell’inefficacia giuridica delle conclusioni del Consiglio Europeo. Strano che una persona del suo livello non sappia che la volontà politica espressa in quelle sedi si traduca sempre in atti giuridicamente vincolanti. In ultima istanza, almeno davanti ad una Corte. O Fabbrini crede che tale genere di conclusioni siano vincolanti solo quando le adotta l’Eurogruppo (un’altra istituzione europea che non legifera) e sono di un certo tipo (ad esempio distruggono l’economia greca), e non quando le adotta il Consiglio Europeo che raduna tutti i leader di Governo?

Forse Fabbrini aveva paura di dimostrare come si difendono efficacemente gli interessi del proprio Paese in Europa, cosa che noi abbiamo rinunciato a fare da tempo, in nome di un’ottusa e prona adesione ideologica verso tutto ciò che ci arriva da Bruxelles?

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