L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 13 dicembre 2020

Sbagliato - La contraddizione principale è tra il Grande Cambiamento Occidentale che ha due gambe la riconversione su basi ecologiche dell'economia tutta e la distruzione della stessa per farla rinascere su queste basi attraverso il covid/lockdown/coprifuoco e la Cina e l'insieme dei paesi che anche su motivazioni diverse sono in contrasto con la volontà di dominio degli Stati Uniti

Dietro le quinte

di Pierluigi Fagan
9 dicembre 2020

Proviamo a dare un veloce sguardo su cosa sta avvenendo dietro le quinte dell’ordinatore economico. Da dietro le quinte, giungono gli echi di una furibonda lotta tra modi diversi di intendere il futuro del sistema c.d. capitalistico.

Da una parte, c’è un vasto gruppo di funzionari del sistema dominante (economico, finanziario, geopolitico, politico) non da ieri preoccupati dai numerosi malfunzionamenti di quel sistema che ne determina la posizione ed il potere sociale. Costoro, hanno individuato da tempo due “distruzioni creatrici” per rivitalizzare le prospettive del sistema. La prima è una volontaria distruzione autoindotta rivedendo il ruolo delle energie carbonifere da sostituire con energie diverse, compatibili ambientalmente. La seconda è assecondare l’unico motore attivo dello sviluppo economico ovvero la conversione digital-informatica. Soggetti trasformativi dovrebbero esser le imprese non più solo legate alla logica stretta del profitto (shareholders i.e. azionisti), ma a quella larga dell’interesse condiviso (stakeholders, i.e. management, dipendenti, fornitori, territorio).

Il che porta ad un nuovo patto di potere pubblico-privato, un nuovo contratto sociale ed ad un moderato sacrificio fiscale da parte del privato in favore della redistribuzione pubblica. Redistribuzione pubblica operata in investimenti e forme di sostegno dei poteri d’acquisto (vari tipi di salari di cittadinanza). Il linea generale, un sistema più inclusivo basato sull’egalitarismo delle possibilità (Rawls, Sen).

In sintesi di forma più che di contenuto, questa impostazione non crede più possibile lasciare che l’ordine del mondo si basi su l’ordine economico basato sull’ordine semplice del mercato. Per “ordine semplice di mercato” intendiamo la convinzione che il mercato operi in base a logiche invisibili in grado di auto-organizzarne il funzionamento. Non credono cioè più possibile affidarsi fideisticamente solo alla “mano invisibile”. Tenuto conto che tale concetto è di duecentocinquanta anni fa, la cosa non dovrebbe sorprendere e del resto non è per altro vero che in questi due secoli e mezzo il capitalismo si è affidato solo alla miracolistica degli arti invisibili. Tale impostazione, presuppone a sua volta una sorta di nuova gerarchia dei poteri tra i poteri, di cui il World Economic Forum si pone come centro intelligente, come luogo di costruzione e gestione di una nuova immagine di mondo condivisa tra chi vuole mantenere il proprio potere ordinativo. Tale posizione è pensata “progressista” in quanto vuol progredire intenzionalmente, accettando sfide adattative, riportando il mercato non solo nella piazza ma in città, accettando la storicità dei concetti e quindi adeguandoli ai tempi che cambiano. Nasconde un interesse sul mondo nel suo complesso, la volontà di dargli forma intenzionalmente (global shapers), la volontà di costituire una centro intenzionale di sistema sorretto dal diffuso interesse concreto di oltre mille grandi imprese.

Dall’altra, si pongono i conservatori, coloro per i quali i tempi non cambiano se non in superficie, i concetti hanno validità di leggi di natura anche quando riferiti ad attività umana (mercato), la città verte sulla piazza che verte su mercato che verte sulle proprie libere facoltà di autorganizzazione (mano invisibile), è questa a dover pilotare l’adattamento come sempre ha fatto e certo su nessuna intelligenza umana che è destinata, per quanto ben intenzionata, a forzare gli eventi per finire in una delle tante forme della “via della schiavitù” (Hayek, Nozick). Questa è una posizione meno articolata della prima, più di “principio”, in difensiva che si affida all'antico motore invisibile della foga di accumulare, vince chi ne è più capace.

Le due posizioni debbono triangolare col pubblico in quanto è il pubblico che in definitiva permette il funzionamento dell’una o dell’altra, nei fatti e nei comportamenti previa condivisione dell’immagine di mondo. La prima posizione agisce promettendo un sistema più equo e condiviso in base a” valori” non solo strettamente economici. La seconda agisce spaventando sul fatto che la prima porti a formare una “cupola” di dominio globale e semi-totalitario. La prima è più “europea”, la seconda più “americana”. La prima ovviamente annovera i campioni dei settori che si pensa avranno futuro (servizi), la seconda i resistenti del vecchio sistema (industria). La prima è più globalista anche se ora disposta a rivedere le logiche più ingenue, la seconda più nazionalista ma non per questo contraria a gli scambi internazionali. La prima intende sfruttare il disordine sistemico venutosi a manifestare per via del virus pandemico (ma agisce da molto prima secondo quanto a noi noto), la seconda sostiene che tale accidente è stato o esagerato a bella posta o addirittura creato ad hoc per rinforzare le condizioni di possibilità per questa odiosa e pericolosa strategia riformista.

La prima posizione annovera intorno all’intelligence del WEF di Davos che ha lanciato già mesi fa la nuova parola d’ordine (e programma) del “The Great Reset”, la nuova presidenza americana, l’Europa e buona parte del Resto del Mondo. La seconda raccoglie oltre a la uscente presidenza americana, una unione dei conservatori in senso più ampio ed un’altra parte di mondo tra cui ovviamente i centri carboniferi (Russia, petromonarchie).

Sebbene pensino il sistema in due modi diversi, entrambe sono formate da élite ed entrambe, come da secoli fanno tutte le élite, tentano di far sembrare che il loro interesse sia da condividere col popolo presso la cui immagine di mondo combattono la battaglia per l’egemonia. Per entrambe vale il principio per il quale le narrative hanno una estetica che non corrisponde affatto alla realtà volgare. Entrambe, sono senza alcun dubbio convinte il sistema debba e possa avere avanti a sé altri decenni di dominio.

E se si sbagliassero entrambe?

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