L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 12 dicembre 2020

Se lo stato fosse Stato toglierebbe immediatamente i comandi ai privati e ai rappresentanti del Sistema massonico mafioso politico istituzionalizzato. Le decisioni devono diventare trasparenti e fatti nell'interesse dell'Italia e non di potentati economici che si vedono e decidono nelle segrete stante

Ilva, l’accordo Arcelor Mittal-Invitalia sotto la lente del prof. Pirro

Di Federico Pirro | 11/12/2020 - 


Adesso che Invitalia è entrata in Am Investco Itay-Gruppo Arcelor Mittal per il rilancio dell’Ilva, con una quota del 50% del capitale per due anni, e poi del 60% a partire dal giugno 2022, le domande che tuttavia sindacati e vari osservatori si pongono sono ancora numerose. Ecco quali secondo Federico Pirro, Università di Bari

È stato siglato l’accordo per l’ingresso di Invitalia in Am Investco Itay-Gruppo Arcelor Mittal per il rilancio dell’Ilva, che porterà la società pubblica nel capitale della partecipata con una quota del 50% per due anni, e poi del 60% a partire dal giugno 2022. Mentre sotto il profilo strettamente impiantistico, e con riferimento al sito di Taranto, si punta al revamping dell’Altoforno n.5, uno dei maggiori d’Europa per capacità e ormai spento da anni, e alla prosecuzione di esercizio dell’Altoforno n.4. Si dovrebbe inoltre introdurre 1 forno elettrico per conservare una capacità e una produzione a regime (entro il 2025) di 8 milioni di tonnellate annue, in grado di mantenere gli attuali livelli occupazionali, pur ricorrendo sino a quell’anno alla cassa integrazione per numeri definiti di addetti.

Questo è quanto riportato sulla stampa. Ora, alla luce di tali notizie – comunque molto interessanti per l’intera siderurgia nazionale perché ribadiscono che l’area a caldo della fabbrica ionica verrà conservata – le domande che tuttavia sindacati e vari osservatori si pongono sono ancora numerose.

Proviamo ad elencarne alcune.

1- Se Invitalia diviene socia paritetica di AM, con un presidente nominato dalla società pubblica e con un amministratore delegato scelto invece dal privato, le decisioni dovrebbero essere assunte come stabilito di comune accordo, ma la conduzione effettiva della società a chi sarebbe riservata? Ad un top management scelto anch’esso di comune accordo? E poi, pur con un massiccio ricorso alla cassa integrazione, su quali reali volumi produttivi si punterebbe, una volta terminati nell’agosto del 2023 i lavori in corso per l’Aia che limitano oggi a 6 milioni di tonnellate annue la produzione, peraltro scesa quest’anno fra i 3 e i 4 milioni? In altre parole, se il mercato ripartisse con più forza in una fase post-covid, il sito di Taranto potrebbe essere portato a fare concorrenza a quelli di Arcelor di Dunkerque e Fos sur mer in Francia? Che senso avrebbe infatti difendere, sia pure in parte riconvertendola, l’attuale capacità di 8 milioni di tons, se poi non la si volesse impiegare per intero? Per non fare concorrenza ad Arcelor che è socio in Ilva, ma anche un suo temibile concorrente?

2- L’occupazione che si dice di voler conservare sui livelli attuali, ovvero 10.700 addetti diretti fra Taranto, Genova e Novi Ligure, potrebbe essere realmente difesa – soprattutto nella fabbrica ionica, ove sono impiegati 8.200 fra operai, tecnici, quadri e dirigenti – quando l’introduzione di 1 forno elettrico richiederebbe meno manodopera non essendoci più bisogno della cockeria?

3- Il forno elettrico (ma sarebbe possibile anche per gli altiforni?) deve poi essere alimentato anche dal Dri, ovvero il preridotto di ferro, che si produrrebbe a Taranto in un impianto fuori dal sito del siderurgico; ma si è già negoziato e ottenuto un prezzo del gas necessario per produrlo a prezzi convenienti? E se fosse meno costoso qualora lo si acquistasse sul mercato?

4- E nella nuova società che lo produrrebbe, entrerebbero come soci anche i maggiori acciaieri italiani, come avevano dichiarato nei mesi scorsi, volendo utilizzarlo con il rottame per i loro forni elettrici, per impiegarvi così meno minerale di ferro? Rottame peraltro sempre meno disponibile anche sui mercati internazionali, e perciò sempre più costoso.

5- E qualora si costituisse questa società vi sarebbero impiegati i lavoratori comunque destinati a diventare esuberi nell’acciaieria per l’introduzione del forno elettrico?

6- E nell’attesa di procedere alla sua introduzione – impianto peraltro da ordinare, costruire, montare e porre in esercizio con gli adeguamenti impiantistici necessari a “valle” – lo stabilimento, dovendo restare sul mercato, continuerebbe a funzionare con gli attuali Afo 1, 2 (in via di ambientalizzazione) e 4 se il mercato lo richiedesse?

7- E il portafoglio clienti chi lo controllerebbe? La joint-venture fra Invitalia e i Francoindiani? Non si dimentichi neppure per un istante, lo si diceva in precedenza, che Arcelor sarebbe partner della società, ma anche un suo temibile concorrente: allora, tale sua condizione, già ora ma sempre più in prospettiva, non rischierebbe di creare intuibili problemi alla società in joint-venture con Invitalia, e soprattutto al sito tarantino?

8- E i rapporti con le aziende dell’indotto e più in generale con il territorio, come sarebbero per la società di cui Invitalia divide il capitale? Oggi a Taranto si registrano una incomunicabilità quasi assoluta fra azienda e istituzioni locali – anche per responsabilità di quest’ultime, ad onore del vero – e rapporti difficili con molte imprese della supply chain, peraltro bisognose di profonde ristrutturazioni che andrebbero comunque guidate.

Tali domande scaturiscono da quanto apparso sulla stampa. È auspicabile allora che le risposte siano puntuali, precise e assolutamente limpide e senza ambiguità, perché l’impianto di Taranto è tuttora un pilastro del sistema manifatturiero nazionale, e non sono possibili incertezze circa il suo futuro. Arcelor Mittal tutela i suoi legittimi interessi di multinazionale quotata in alcune borse internazionali, interessi che potrebbero entrare in rotta in collisione con quelli dello Stato italiano e dell’industria nazionale.

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