L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 26 dicembre 2020

Stati Uniti sono arroganza prepotenza e guerre conditi da omicidi di stato

Alta tensione in Medio Oriente. Trump mette in guardia l’Iran

Di Emanuele Rossi | 24/12/2020 - 


Un tweet di Trump sposta l’attenzione sull’attacco subito dall’ambasciata americana a Baghdad, finita sotto una slava di razzi lanciati con ogni probabilità dalle milizie sciite collegate all’Iran. Washington pensa al ritiro del personale diplomatico e muove i pezzi militari pesanti nel Golfo Persico

Ieri sera il presidente uscente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha twittato la foto di tre razzi da 107mm che gli iraniani chiamano “Haseb” per differenziarli dagli originali cinesi “Type 63-2”. L’Iran ne ha costruita un’infinità della propria variabile e poi li ha distribuiti in mezzo Medio Oriente passandoli alle milizie sciite collegate. Nel caso, quelli postati da Trump sono stati fabbricati nel 2016 e sarebbero alcuni dei residuati (evidentemente inesplosi o inutilizzati) con cui alle nove di sera del 20 dicembre è stata attaccata ancora una volta l’ambasciata americana di Baghdad.

Secondo quanto raccontato dai funzionari statunitensi al Wall Street Journal (un giornale non ostile a Trump), quello di qualche giorno fa sarebbe stato il più grosso attacco mai subito dal fortino diplomatico nella Green Zone della capitale irachena. Che fosse qualcosa di grosso lo si era capito subito anche solo dal fatto che stavolta dal compound in cui vive iper-protetto l’ambasciatore Matthew Mueller alla guida di un folto personale diplomatico (che non ha solo ruoli nel paese ma in tutta la regione) è stato attivato il sistema anti-aereo. Nel passato anche recente l’ambasciata è finita più volte sotto attacco, ma di solito cade un razzo Katyusha e la difesa aerea non viene attivata: secondo le fonti del Wsj stavolta sono stati sparati invece 21 razzi, un numero enorme. Una salva offensiva, che però finora ha preso poco rilievo sulla cronaca internazionale.

Ad alzare il livello però ci ha pensato sempre Trump, che ieri nel tweet ha aggiunto: “Qualche consiglio di salute amichevole all’Iran: se un americano viene ucciso, riterrò l’Iran responsabile. Pensaci su”. Il presidente americano non nasconde i toni guerreschi, parte della strategia della “massima pressione” con cui la sua amministrazione ha deciso di pressare Teheran (senza troppi successi), e di una tattica con cui complicare le cose all’amministrazione entrante — il presidente eletto, Joe Biden, ha infatti dimostrato l’intenzione di recuperare i rapporto con l’Iran (naufragati da quando nel 2018 Trump ha portato gli Usa fuori dall’accordo sul nucleare Jcpoa).

Il coinvolgimento della Repubblica islamica nella vicenda di Baghdad è conseguenza delle connessioni che le milizie sciite – quasi certamente responsabili dell’attacco all’ambasciata fidi questi giorni e di diversi altri prima – hanno con le fazioni più aggressive dei Pasdaran. Quei gruppi armati stanno vivendo una fase controversa: sono tutt’altro che compatte, sono tutt’altro che un corpaccione organico, competono tra loro e soprattutto sono tutt’altro che decise sul come rapportarsi con l’Iran. C’è una linea dura che per interessi e ideologia segue in modo sacrale la linea dei Pasdaran reazionari; ce n’é una che pensa a mantenere la presa interna e vuole trovare il modo per sganciarsi, perché sempre più iracheni sentono il peso dell’influenza iraniana sulla propria società.

Tuttavia questo contesto interno non degrada il loro livello di pericolosità, anzi lo rende più teso e esplosivo. C’è una fazione dei Pasdaran che ha rifornite i partiti/milizia in Iraq e non solo, li fomenta e li obbliga a tenere un livello di ingaggio basso ma costante contro gli Usa. L’attacco del 20 dicembre è stato il più pesante dal 2010 – quando ancora gli americani soffrivano giornalmente operazioni ostili da parte dell’insorgenza sia sciita che sunnita seguita alla Guerra d’Iraq. Lo ha ammesso il capo delle forze americane in Medio Oriente. Sempre ieri, contemporaneamente alla dichiarazione via Twitter di Trump, il comandante del comando regionale del Pentagono, il CentCom, ha detto che “Gli Stati Uniti riterranno l’Iran responsabile per la morte di qualsiasi americano derivante dalle attività di questi gruppi delle milizie canaglie sostenute dall’Iran”.

È evidente che è il livello di tensione – esplicito e implicito – sia salito, un po’ come a fine 2019, quando le milizie sciite compivano quotidianamente operazioni di disturbo contro gli americani in Iraq fino ad arrivare a una grande manifestazione che aveva sfondato la barriera difensiva esterna dell’ambasciata e aveva fatto profondamente preoccupare gli americani; che per via dell’Iran hanno già sofferto una pagina tragica legata all’occupazione di un’ambasciata e in Libia hanno subito una ferita ancora aperta con l’attacco qaedista al consolato di Bengasi. Secondo alcune ricostruzioni fornite dai funzionari statunitensi, il motivo dietro a una delle più discusse e forti azioni militari di Trump, l’eliminazione di Qassem Soleimani, si legava proprio al rischio che l’ambasciata di Baghdad fosse oggetto di un grande attacco coordinato da colui che è stato ideatore dell’intera strategia delle milizie filo-iraniane nel Medio Oriente.

Soleimani è stato ucciso il 3 gennaio appena uscito dall’aeroporto di Baghdad: due Hellfire sganciati da un drone americano che lo seguiva passo passo hanno colpito contemporaneamente il suo van e l’auto in cui viaggiava il capo delle milizie sciite irachene. In questi giorni Tasmin (un media collegata ai Pasdaran) ha fatto circolare alcune immagini su quella notte: si vede il generalissimo iraniano – che nel suo paese e tra le milizie aveva un potere epico – all’interno dell’aeroporto internazionale della capitale irachena, si vedono i veicoli con cui si è spostato di sera passare sotto le telecamere a circuito chiuso attorno allo scalo, e infine le immagini di due esplosioni lungo l’autostrada di collegamento verso al centro della città.

Gli americani temono che l’Iran, attraverso le milizie che controlla, voglia adesso organizzare una rappresaglia – che c’è stata solo in parte, il 7 gennaio, con un attacco missilistico contro basi del governo iracheno che ospitano anche soldati americani (un’azione che tra l’altro la dice lunga sulla considerazione che Teheran ha delle forze armate dell’Iraq, ritenute di importanza secondaria rispetto ai suoi miliziani, visto che le ha messe a rischio sotto una pioggia di cruise). In quell’occasione centodieci militari americani hanno riportato lesioni celebrali traumatiche, ufficialmente nessuno è morto, e l’amministrazione Trump ha tenuto sempre al minimo le comunicazioni sui reali danni subiti. Martedì l’attuale comandante della forza Quds, il generale Ismail Qaani, che ha preso il posto di Soleimani, ha visitato Baghdad e ha incontrato il primo ministro iracheno Mustafa Al-Kadhimi.

Mercoledì, nel giorno del tweet di Trump, c’è stato un meeting alla Casa Bianca in cui si è discusso della minaccia iraniana in Iraq. Secondo Janathan Swan di Axios (uno dei più informati reporter che ruota attorno alla presidenza), addirittura si starebbe valutando la chiusura rapida dell’ambasciata – una circostanza già minacciata mesi fa dal segretario di Stato, Mike Pompeo. Pompeo commentando l’attacco di qualche giorno fa ha giocato su quelle divisioni interne tra le milizie, sottolineando che chi ha compiuto l’azione sta rubando fondi al governo iracheno e sta togliendo il futuro agli iracheni.

L’eventuale ritiro del personale americano può significare due cose. Primo, gli americani ritengono molto credibile la possibilità di una qualche mobilitazione ostile delle milizie (e dei Pasdaran) che possa anche essere un saluto a Trump. Secondo, è possibile che sia una mossa in anticipo davanti a una risposta statunitense già decisa se si dovesse verificare un attacco iraniano. Per il momento il Pentagono fa sapere che non ci sono piani di azione offensivi in corso, ma intanto cinque giorni fa è stato diffuso dal CentCom il video dello “USS Georgia”, un sottomarino nucleare Classe Ohio armato con 154 Tomahawk in emersione sullo Stretto di Hormuz (gomito che stringe il Golfo Persico). Erano da nove anni che gli Stati Uniti non comunicavano ufficialmente la posizione di un loro sottomarino nucleare in Medio Oriente. Nelle scorse settimane anche dei B-52 erano stati inviati a mostrare deterrenza nella regione: si teme anche la rappresaglia per l’assassinio dello scienziato iraniano Moseh Fakhrizadeh.

(Foto: Twitter, @USNavy, il Georgia nel Golfo)

Nessun commento:

Posta un commento