L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 22 dicembre 2020

Tesla un vuoto a perdere

Oggi è il T-Day: Tesla sbarca nel S&P500 forte di 600 miliardi di market cap. E se fosse l’inizio della fine?

 20/12/2020 10:51:12 PM 

Elon Musk, il Ceo di Tesla. Britta Pedersen-Pool/Getty Images

Il grande giorno dell’esordio di Tesla sullo Standard&Poor’s 500 è arrivato e il carico di aspettative che lo accompagna è di quelli riservati agli eventi epocali. Addirittura spartiacque, quantomeno a giudicare dalle due dinamiche rappresentate in questi grafici: se il primo mostra plasticamente la cavalcata del titolo dell’azienda di Elon Musk dall’annuncio ufficiale dell’inclusione nell’indice benchmark di Wall Street,

Bloomberg

il secondo opera da termometro della febbre che ha contraddistinto le ultime ore di contrattazioni prima dello sbarco. Non solo le azioni di Tesla hanno chiuso le contrattazioni sul massimo record di 695 dollari ma hanno registrato un volume di scambio di oltre 200 milioni di titoli in un giorno per un controvalore di circa 148 miliardi di dollari: oltre 50 dei quali negli ultimi 15 minuti di trading prima della chiusura.

Financial Times

E se il consensus degli analisti vede i cosiddetti daily traders aver recitato la parte del leone in quella congestione di scambi, molti fanno notare che quella massa di acquisti sul finale appare chiaramente frutto di programmi algoritmici pre-impostati. Quindi, trading ad alta frequenza che fa riferimento a hedge e quant funds.

Insomma, tutti pazzi per Tesla. O quasi.

Perché a gettare qualche pesante ombra di dubbio sull'intera operazione e sui rischi che essa potrebbe comportare ci ha pensato, in maniera netta, un veterano di Wall Street come Rob Arnott, autore insieme ad alcuni colleghi della Research Affiliates di un working paper che lascia ben poco all'interpretazione, a partire dal titolo: Tesla – The largest-cap stock ever to enter S&P 500: a buy signal or a bubble? La classica domanda da un milione di dollari. Anzi, 600 miliardi. Ovvero, il fantascientifico market cap con cui Tesla sbarca sullo Standard&Poor’s, divenendo di fatto uno dei player più influenti e di peso, dopo aver letteralmente stracciato i principali competitor del comparto automotive a livello di capitalizzazione.

La questione principale alla base delle visioni più pessimistiche è sempre la stessa: proprio il peso con cui Tesla entrerà a far parte dell’indice, quindi la sua capacità di spostarne gli equilibri. Una risposta relativamente tranquillizzante la offre l’analisi compiuta al riguardo da Goldman Sachs e contenuta in questi due altri grafici, dai quali si desume immediatamente come i timori per un approccio da elefante in cristalleria o da iceberg contro il Titanic siano totalmente svincolati dalla realtà dei numeri. L’azienda di Elon Musk, infatti, stando all’attuale capitalizzazione avrà in realtà un peso sul totale dell’indice dell’1,5% circa.

Goldman Sachs

Quindi, sideralmente lontana dall'erroneo calcolo di chi già prefigurava un raddoppio del regime di multipli di utile per azione cui viaggia oggi lo Standard&Poor’s 500, un sobrio 22x che già rappresenta un livello molto vicino ai massimi record.

E questo contributo de minimis al regime di espansione dell’indice sarebbe stato comunque tale anche se la stessa Tesla viaggiasse su una ratio di P/E di 500x o 1000x, invece che gli attuali 170x rispetto alle attese di utili 2021.

Goldman Sachs

Diversa la questione relativa ai returns. Se infatti Tesla fosse stata inclusa nello Standard&Poor’s 500 da inizio anno, forte del suo +657% e di un out-performance rispetto all'indice di cui sta entrando a far parte di qualcosa come 640 punti base, il total return di quest’ultimo sarebbe stato maggiore di circa 200 punti base, un aumento quantificabile fra il 16% e il 18%.

Insomma, una sorta di morphing in stile Nasdaq sta per trasformare l’indice Rolls Royce di Wall Street in una Ferrari.

Ed ecco dove la critica di Rob Arnott diventa decisamente interessante. E preoccupante. Il decano degli investitori, infatti, non teme la mutazione ontologica dell’indice a livello di super-return. Né – come fa Greg Sutton, capo del trading a Citadel Securities – il fatto che il volume di contrattazioni di altri titoli possa non essere sufficientemente attivo da assorbire un diluvio di offerta come quello potenzialmente innescato dall'ingresso dell’elefante nella stanza, i cui ordinativi potrebbero infatti richiedere ai fondi passivi un livello di bilanciamento (leggi, vendite di altre azioni) destinato quindi a impattare su componenti meno liquide dell’indice, come mostra questo grafico.

Bloomberg

No. Rob Arnott teme altro: il timing dell’operazione. Ovvero, il fatto che Tesla entri nello Standard&Poor’s 500 troppo tardi, quando si trova già al suo picco massimo. Il succo del ragionamento sta tutto in questo ultimo grafico, la cui parte fondamentale è rappresentata dalle aree di colore violaceo che misurano la volatilità implicita.

Reuters

Bene, da giugno in poi, il titolo Tesla è cresciuto a dismisura in corrispondenza di un aumento di quelle aree e del fenomeno di proiezione del mercato che rappresentano: all'epoca le azioni valevano circa 200 dollari e, a detta di Arnott, da quel momento in poi il loro aumento esponenziale di valutazione si è basato unicamente su due fattori, efficacemente incorporati proprio nel driver della volatilità implicita. Ovvero, battage mediatico e flussi di opzioni call, rialziste.

Quale rischio, quindi? Per Arnott, quando un titolo entra a far parte dello Standard&Poor’s 500 diviene componente di un enorme complesso di volatilità, di fatto una terribile rete di arbitraggio e pseudo-arbitraggio. E Tesla sta per varcare la soglia con lo status di appartenente alla top ten dei titoli quotati su un indice storicamente cap-weighted, quindi profondamente sensibile e dipendente proprio dalla capitalizzazione: una scommessa enorme.

Di fatto, il rischio è che per chiudere lo spread rappresentato dalla magnitudo “fisica” di Tesla all'interno dell’intero indice, molti traders opereranno un arbitraggio tipico: vendita di opzioni Tesla e acquisto di opzioni sullo Standard&Poor’s 500.

Ed essendo il titolo di Elon Musk dipendente in maniera pressoché embrionale dai returns sulle opzioni rialziste, ecco che il rischio reale appare quello della mutazione di Tesla in schiava del cosiddetto effetto vanna. Ovvero, la relazione fra prezzi delle opzioni (appunto la volatilità implicita) e delta (l’esposizione del titolo). Paradossalmente, insomma, Tesla rischia di restare vittima del proprio successo e della valutazione ipertrofica che questo le ha garantito, grazie a rumors e annunci roboanti.

Una volta entrata nello Standard&Poor’s 500 con le sue dinamiche, infatti, la volatilità implicita sarà incapace di continuare a crescere, le opzioni call cominceranno a perdere valore e i nuovi flussi delle stesse saranno assorbiti da traders reali. Un combinato che prefigura potenzialmente un unico epilogo: l’impossibilità per il titolo di generare ulteriori returns. Tradotto nel mondo reale, in prima istanza la rovina totale per qualche centinaia di migliaia di operatori retail che sull’operatività da opzioni rialziste hanno generato fortune a partire dai minimi dello scorso marzo. Ovviamente, dimenticandosi di leggere la pagina del manuale del piccolo Gordon Gekko in cui veniva spiegata la fondamentale importanza della contemporanea copertura, l’hedging dal rischio.

Troppo pessimismo attorno al titolo che, fino ad ora, ha zittito tutti i critici, a colpi di record e rally senza precedenti? Forse.

Ma alla domanda, Quando scoppierà la bolla di Tesla?, ecco quale risposta ha fornito Rob Arnott: “Di fronte a quel quesito, io rispondo scherzando sempre allo stesso modo. Ovvero, il 22 di dicembre“.

Per poi farsi serio: “Una cosa è certa: quando l’argomento relativo all’ingresso di Tesla nello Standard&Poor’s 500 sarà esaurito e sparirà dal tavolo, quando finiranno l’attesa e il dibattito, allora il mercato comincerà davvero a chiedersi quanto valga in realtà quell’azienda“. Il famoso redde rationem. Finora sempre rimandato con enorme successo da Elon Musk. Sarà forse per questo che, solo due giorni dopo aver messo tutti in guardia sul fatto che “la situazione attuale porrà sfide decisamente ardue per l’economia nei prossimi mesi”, la Fed si è affrettata a rimuovere il bando sui buybacks azionari?

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