L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 26 dicembre 2020

Una politica un Parlamento che ha paura ad avere una banca pubblica che può ottenere miliardi dalla Bce come hanno fatto quelle tedesche


26 DICEMBRE 2020


Non c’è pace per le banche italiane in crisi. Il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha preso a livello comunitario l’impegno di vendere entro il 2021 le sue quote di Monte dei Paschi di Siena e di riportare la storica banca toscana nel mercato privato. Da anni l’ingresso del Tesoro nel capitale di Rocca Salimbieni non ha risolto in alcun modo nè le problematiche operative del Monte, mai sanate da una riorganizzazione dei suoi affari o da uno sviluppo di ampia prospettiva della governance, né l’anemia delle sue finanze, continuamente messe a repentaglio da una serie crescente di buchi di bilancio e sanate solo da ricapitalizzazioni a ripetizione.

Quale futuro per Mps? Il governo Conte II è diviso sul tema. Che rappresenta l’ennesimo fattore di divisione in un governo preda delle ambizioni dei suoi componenti. Fulvio Coltorti su Il Messaggero ha scritto che “la Vigilanza europea potrebbe chiedere d’urgenza una ricapitalizzazione” di Mps “che potrebbe essere fino a 2,5 miliardi” dopo la scoperta di nuovi buchi di bilancio nel 2020. Questo potrebbe spingere il governo, che teme di vedere nuovi sostegni pubblici al Monte esser classificati come aiuti di Stato, ad accelerare sulla fusione della banca con altri attori nazionali.

Pier Carlo Padoan è recentemente passato dal parlamento (deputato in quota Pd) alla presidenza dell’Unicredit. E per l’economista ed ex titolare del Mef il dossier più importante da seguire una volta insediatosi a Piazza Gae Aulenti non potrà che essere quello di una futura operazione di fusione di Mps con Unicredit, tra le cause che hanno spinto all’annuncio di addio al termine del mandato l’ad Mustier estremamente scettico a riguardo. Il Pd toscano, recentemente uscito vittorioso dalle elezioni regionali, teme un’ondata di esuberi di posti di lavoro in Mps nelle sue roccaforti nella regione in caso di fusione con Unicredit. “Le future decisioni in merito alla cessione delle sofferenze e alla prospettata riprivatizzazione del Monte dei Paschi di Siena, chiesta dalla Bce e Ue, con l’eventuale uscita del tesoro dell’azionariato della banca potrebbero avere un forte e negativo impatto sulla vita economica e sociale della Toscana”, ha scritto il presidente regionale Eugenio Giani che, nella recente campagna elettorale, ha sostenuto la necessità di mantenere il Monte sotto il controllo pubblico.

Ma al Nazareno, secondo Dagospia, si starebbero convincendo che il merger Mps-Unicredit sia la strada giusta, e così sarebbe orientato anche il titolare del Mef Roberto Gualtieri. Fattispecie che troverebbe la totale contrarietà dei pentastellati, favorevoli a uno schema diverso basato sul controllo pubblico consolidato di Mps e della sua sinergia con Popolare di Bari, altra banca in crisi. A fare da regista dell’operazione Invitalia, l’authority guidata da Domenico Arcuri, già rivelatasi cruciale nello sblocco della trattativa sull’ex Ilva e che potrebbe tornare opportunamente in gioco. Dopo che nelle scorse settimane il segretario della Fabi, Lando Maria Sileoni, il quale per evitare una “macelleria sociale” si è spinto ad auspicare un’operazione del genere estesa a Carige e il viceministro dell’economia pentastellato, Laura Castelli, ha dato il suo pieno appoggio a una mossa del genere la proposta è stata coordinata per fare da contraltare alle volontà dem di dar priorità all’Unicredit.

Recentemente l’ad del Monte Guido Bastianini con i consulenti di Oliver Wyman e Mediobanca ha elaborato il nuovo piano industriale del gruppo, che prevede tremila esuberi e la necessità di affrontare in futuro una crisi di capitalizzazione. La manovra temporeggiatrice, che non disegna scenari complessi sul lungo periodo, riflette l’incertezza di una banca trattata sempre di più come terra di conquista e non come un istituto potenzialmente strategico per rilanciare dei territori dissestati dalla crisi bancaria degli anni scorsi.

Quella che una volta era la quarta banca italiana potrebbe ben tornare ad altri fasti, pubblica o privata, se sapesse darsi un indirizzo operativo. StartMag nota che “il Monte dei Paschi ha già di per sé una dimensione più che sufficiente per camminare da solo; bisogna trovare in primo luogo un Ceo competente e coraggioso che sappia già che cosa è una banca” e può contare sul suo inserimento in “un territorio dinamico e promettente”. Dunque “non si vede perché non possa riuscire a sopravvivere in autonomia”, opportunamente risanato. Il fatto che la Bce spinga le banche a consolidarsi con le fusioni e che in Italia, da Intesa-Ubi in avanti, il risiko bancario sia sempre più accelerato non giustifica operazioni barocche e forzate su Mps. Banca carica di sofferenze (crediti deteriorati) che va, in primo luogo, riunita al territorio produttivo di riferimento, ridimensionata rispetto ai suoi fasti ma nuovamente capace di risultare resiliente agli shock, e non deve esser considerata pedina di scambio delle beghe politiche del Conte II.

Nessun commento:

Posta un commento