L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 4 gennaio 2021

6 - Ebrei sionisti e statunitensi pronti a lanciare a gennaio 2021 missili atomici umanitari all'Iran. Già è stato deciso


Tehran: Usa e Israele cercano un pretesto per la guerra

Golfo. L'Iran lancia accuse a Washington e Tel Aviv che a loro volta si dicono pronte a rispondere alla possibile vendetta di Tehran a un anno dall'assassinio del generale iraniano Qassem Soleimani ordinato da Donald Trump


EDIZIONE DEL03.01.2021

La portaerei USS Nimitz è stata richiamata a Bremerton ma nel Golfo resta il sottomarino a propulsione nucleare USS Georgia. E nessuno sa dove si trovi il sommergibile israeliano della classe Dolphin, capace di lanciare missili nucleari, che il mese scorso è passato per il canale di Suez. Pochi dubitano che sia a breve distanza da Hormuz, per una dimostrazione di forza assieme gli Usa in occasione del primo anniversario dell’uccisione, il 3 gennaio di un anno fa a Baghdad, di Qasem Soleimani, il capo della Forza Qods dei Pasdaran iraniani, compiuta da droni statunitensi. Questa settimana due B-52 Usa, i bombardieri più potenti al mondo, hanno sorvolato il Golfo lanciando un altro ammonimento all’Iran. Da giorni le basi americane nella regione sono in stato di allerta. È arduo credere che Tehran realizzi proprio oggi la dura rappresaglia che promette da un anno. Sino ad oggi non è andata oltre i lanci di missili contro le basi Usa in Iraq seguiti all’uccisione di Soleimani e le azioni di disturbo dei gruppi suoi alleati in quel paese.


Piuttosto è Tehran che accusa i suoi nemici di cercare il pretesto per un conflitto. «Stai attento alla trappola, informazioni di intelligence indicano che agenti israeliani stanno operando per organizzare attacchi agli americani». È questo l’avvertimento mandato a Trump dal ministro degli esteri iraniano Mohammad Javad Zarif, secondo il quale Israele vorrebbe creare «un casus belli». E se guerra sarà, aggiunge Amir Ali Hajizadeh, comandante delle forze aerospaziali dei Pasdaran, l’Iran è pronto a colpire le basi americane «dalla Giordania all’Iraq al Golfo e anche le loro navi da guerra nell’Oceano Indiano». Un conflitto di cui pagherebbero lo scotto anche i paesi arabi alleati di Washington e naturalmente Israele. Una minaccia diretta a Trump è giunta qualche giorno fa dal generale Esmail Ghaani, il sostituto di Soleimani. «Qualcuno – ha detto – potrebbe emergere dall’interno della vostra casa per vendicarsi del vostro crimine». Toni forti, linguaggio esplicito, eppure è improbabile che Tehran faccia il gioco dell’Amministrazione Usa uscente in attesa di un pretesto per scatenare un’offensiva militare prima che Joe Biden entri alla Casa Bianca e cerchi – almeno questo è quello che si prevede – di rilanciare l’accordo internazionale sul nucleare iraniano del 2015 da cui Trump è uscito nel 2018.

Un pittore iraniano rappresenta l’imam Hussein che abbraccia Qasem Soleimani

Certo il desiderio di vendicarsi alla leadership iraniana non manca. L’assassinio di Soleimani è stato un colpo durissimo. Il generale stratega della ragnatela di alleanze iraniane nella regione, dalla Siria al Libano fino allo Yemen, e tenace avversario di Israele, fu ucciso alle prime luci dell’alba di un anno fa da un drone statunitense assieme al capo delle Kataib Hezbollah, Abu Mahdi al Muhandis, nell’aeroporto di Baghdad. Trump spiegò la decisione di eliminare Soleimani come una «difesa preventiva». Più di tutto fu un regalo che a Israele a sua volta responsabile, secondo l’opinione di molti, dell’attentato dello scorso 27 novembre in cui è morto il fisico Mohsen Fakhrizadeh, a capo del programma nucleare iraniano. In realtà la posizione dell’Iran l’ha spiegata qualche giorno fa con toni insolitamente accesi il presidente Hassan Rohani. «Tra pochi giorni, la vita di questo criminale (Trump) finirà e andrà nella pattumiera della storia» ha detto Rohani secondo il quale «uno degli effetti di questo atto stupido e vergognoso (l’assassinio di Soleimani, ndr) è stata la fine del trumpismo. Di questo siamo felici e crediamo che il periodo dopo Trump risulterà in una migliore condizione per la stabilità regionale e globale».

Tehran, dove pure l’ala dura sta avendo il sopravvento sul più flessibile Rohani, non intende perdere, entrando in guerra, la possibilità di testare le reali intenzioni di Biden e di considerare un dialogo con la nuova Amministrazione Usa per un recupero dell’accordo sul nucleare. Partendo però da una base più elevata come indica l’annuncio fatto da Ali Akbar Salehi, capo del programma dell’energia atomica. L’Iran, ha detto, «comincerà la produzione dell’uranio arricchito al 20% a Fordow». Si tratta di un livello quasi 6 volte la soglia del 3,67% fissata dalle intese del 2015.

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