L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 1 gennaio 2021

Cina&Stati Uniti due economie completamente diverse

Alessandro Aresu, Le potenze del capitalismo politico. Stati Uniti e Cina

di Marco Pondrelli
23 dicembre 2020

Dopo la recensione di Francesco Galofaro presentiamo questo libro che da una lettura altrettanto interessante della Cina

Il libro di Alessandro Aresu non è un libro semplice ed il lettore distratto corre il rischio di perdersi. L'Autore prima di affrontare il confronto fra Stati Uniti e Cina costruisce le proprie fondamenta teoriche trovando solidi agganci in importanti pensatori. Da questa riflessione, da cui emerge l'impronta dei maestri di Aresu (Guido Rossi, Natalino Irti e Massimo Cacciari) deriva la definizione di 'capitalismo politico'. Senza approfondire e capire questo passaggio non si capirebbe perché questa categoria possa valere per la Cina, per gli USA ma non per l'Europa.

L'idea di 'capitalismo politico', debitrice all'elaborazione di Max Weber, si definisce alla luce della crescita del ruolo della burocrazia statale ed in riferimento al commercio internazionale. Sarebbe interessante approfondire (ma la cosa richiederebbe uno spazio eccessivo) il rapporto fra Adam Smith e Carl Schmitt a cui l'Autore dedica un intero capitolo.

Il giurista tedesco mostrò scarsa attenzione per il pensiero dell'economista scozzese, nonostante questo il confronto fra i due autori è molto interessante. Per Schmitt 'il libero commercio serve a scavalcare i confini, ma è uno strumento politico sotto le sembianze della neutralità' e diviene 'il veicolo della potenza degli Stati Uniti, come “metodo indiretto di influenza politica”' [pag. 81], simile il ragionamento di Adam Smith, per il quale 'il commercio non riduce la guerra. Al contrario, aumenta la sua possibilità e la sua capacità distruttiva' [pag. 93]. Troviamo in questi due passaggi un interessante punto di contatto fra i due pensatori. È questo legame fra commercio e ruolo dello Stato a definire il 'capitalismo politico'. I due studiosi si collocano in epoche diverse, nel Settecento Smith e nel Novecento Schmitt, ma affrontano un tema di grande modernità presente anche nel dibattito contemporaneo, ad esempio nel 2019 l'ex ambasciatrice statunitense alle Nazioni Unite Nikki Haley scrisse su Foreign Affairs: 'la nostra sicurezza nazionale ha la precedenza sulle politiche del libero mercato' [pag. 95].

Assumendo questa definizione di 'capitalismo politico' si capisce perché l'Europa non vi rientri, essendo incapace di agire come attore unitario. Il capitolo sull'Europa è allo stesso tempo rigoroso ed impietoso ed è, pur non essendo centrale nell'opera, di grande interesse. Questa lettura dovrebbe essere obbligatoria per gli apologeti dell'europeismo.

La seconda parte del libro analizza USA, Cina e la loro interazione.

Per quanto riguarda il caso cinese nonostante l'Autore definisca la Cina usando la categoria di 'capitalismo politico', arriva a conclusioni molto lontane dalla vulgata che vede Pechino come un esempio di turbocapitalismo. Aresu ricorda il discorso che Xi Jinping fece a Davos nel 2017. Per molti commentatori quella fu l'accettazione entusiasta e completa del neoliberismo e della globalizzazione. Fu facile per i più sprovveduti cadere in errore ed a fronte del neoeletto Presidente Doland Trump che si rifugiava nell'isolazionismo, il Segretario del più grande Partito Comunista del mondo divenne l'ancora di salvezza del libero mercato. Quello che in pochi sanno e che l'Autore ricorda, è quello che successe nello stesse periodo a Wu Xiaohui proprietario del Waldorf Astoria, il quale venne arrestato mentre i suoi beni vennero posti sotto il controllo statale. Secondo l'Autore 'non c'è qui lo “spirito” del capitalismo […] il Partito comunista cinese può condizionare gli imprenditori attraverso il credito e attraverso il monopolio effettivo della forza' [pag. 68].

Per analizzare e definire lo Stato cinese Aresu riprende le tesi di Mark Wu che parla di 'China Inc', definizione che 'riesce a esprimere meglio le contraddizioni di un sistema in cui all'incidenza dello Stato si affiancano il contributo preponderante alla crescita delle imprese private, e allo stesso tempo il ruolo del Partito comunista cinese nelle imprese di proprietà dello Stato' [pag. 246]. Questo quadro molto complesso può essere spiegato grazie a sei caratteristiche che definiscono lo Stato cinese:

1. il ruolo della SASAC, l'agenzia governativa che controlla le aziende statali;

2. il controllo finanziario, con lo Stato che 'mantiene il controllo ultimo sulle risorse finanziarie' [pag. 247];

3. la traduzione del controllo in azione attraverso la commissione di pianificazione (NDRC);

4. i conglomerati con caratteristiche cinesi, legati e connessi fra loro ed influenzati dal Partito comunista;

5. il ruolo del Partito;

6. le imprese private, dentro le cui dinamiche si incunea l'azione del Partito.

Difficile considerare queste caratteristiche come quelle di un paese capitalista.

Un'analisi altrettanto stimolante è quella che riguarda gli Stati Uniti d'America. Senza forzare il pensiero dell'Autore mi sento di dire che egli individua due caratteristiche proprie della struttura del 'capitalismo politico' statunitense.

Innanzitutto è pervasiva nella società e nell'economia la presenza militare, 'il soverchiante primato militare alimenta così la variante del “capitalismo politico” americano' [pag. 306]. La pervasività dell'apparato militare non è una novità. Ricordiamo il discorso di commiato del Presidente Eisenhower (gennaio 1961), durante il quale l'ex generale affermò: 'questa combinazione di un immenso apparato militare e di una grande industria degli armamenti è una novità nell'esperienza americana. L'influenza totale -economica, politica, persino spirituale-- si avverte in ogni città, in ogni Stato, in ogni ufficio del governo federale […] non dobbiamo permettere che il peso di questa combinazione metta in pericolo le nostre libertà'[1].

Il secondo elemento è quello definito dalla crasi tra finanza e tecnologia, fintech. Uno dei simboli è lo strumento creato dal fondo d'investimento BlackRock, ALLADIN 'la piattaforma che mette insieme tutte le informazioni, le persone e la tecnologia necessari per gestire il denaro in tempo reale e ogni passaggio degli investimenti' [pag.314].

Questi due elementi, quello militare e quello finanziario-tecnologico, sono legati. Un solo esempio basta per dimostrare questo legame ed è l'obiettivo di Amazon di divenire 'partner privilegiato del governo in ambito militare e di sorveglianza perché […] la comunità della difesa, dell'intelligence e della sicurezza nazionale meritano di accedere alla migliore tecnologia del mondo' [pag. 336].

Personalmente mi spingo ancora oltre individuando come la saldatura militare-finanziaria sia la causa delle guerre combattute dagli Stati Uniti negli ultimi decenni, oltre ad avere informato di sé la politica statunitense.

Si può dissentire da Aresu sulla categoria di geodiritto e sulla lettura dello scontro fra USA e Cina alla luce di esso. Questo tema aprirebbe una lunga ed articolata riflessione che non vuole essere parte di questo articolo, mi sento però di concludere con un invito alla lettura di un libro molto interessante, che ha il merito, grazie ad un'analisi rigorosa, di inquadrare in modo chiaro lo scontro per l'egemonia mondiale del XXI secolo.

Note:
[traduzione dell'Autore]

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