L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 23 gennaio 2021

e l'imbecillità della Russia e della Cina si manifesterà nella sua interezza quando i sionisti ebrei e gli Stati Uniti attaccheranno con le piccole bombe atomiche l'Iran e non saranno capaci di impedire un altro crimine umano

Il ruolo della Cina nella scena politico-economica internazionale. Il sogno di una realtà multicentrica 

(di Luciano Vasapollo)
-21/01/2021


Con l’arrivo di Biden alla Casa Bianca cambierà qualcosa nel conflitto commerciale con la Cina, che di fatto impedisce uno sviluppo in grado di abbattere le disuguagianze e mette a rischio la pace mondiale? A questa domanda risponde il professor Luciano Vasapollo, ordinario di economia all’Università La Sapienza e collaboratore illustre di FarodiRoma. Una seconda parte del suo articolo sarà pubblicata lunedì

In seguito a diversi pericoli concreti di scoppio di un conflitto regionale, ma capace di svilupparsi su larga scala, oggi la situazione internazionale oscilla nello “stallo” imperialista con una sorta di apparente “pace” amministrativa di gestione della “normalità” almeno secondo le ultime tendenze. I due grandi poli imperialisti USA e UE confermeranno le rispettive tattiche, le medesime da oltre un decennio.
Gli Stati Uniti continueranno a soffocare Cuba, Venezuela e Iran attraverso sanzioni, blocchi, azioni indirette e l’offensiva di milizie, mercenari, narcotrafficanti, eserciti privati e di paesi alleati, e clientes sunniti, per disarticolare la sfera d’influenza degli ayatollah, per costringerli al tavolo delle trattative, per obbligarli a rinunciare alle ambizioni antiegemoniche imperiali.

Risulta incerto che la leadership cinese sostenga concretamente Teheran, nell’ipotesi in cui scoppi un conflitto aperto tra USA e Iran. Il peggioramento dell’instabilità regionale metterebbe, infatti, a rischio l’approvvigionamento energetico cinese in Medio Oriente e lo sviluppo della Nuova Via della Seta, il corridoio economico Cina – Asia Centrale – Asia Occidentale passa proprio attraverso l’Iran e potrebbe in futuro coinvolgere anche l’Iraq e la Siria.
In questo clima di conflitto, il Papa, in vari discorsi nell’anno 2020, ha chiesto di addentrarci nel tempo che ci attende, sottolineando fin dall’inizio che anche se la speranza necessita di “realismo” e che “si chiamino i problemi per nome”, anche se non si può smettere di sperare. Il Papa rinnova il suo appello perché la tensione tra Iran e Stati Uniti non degeneri ulteriormente, chiedendo dialogo e rispetto della legalità internazionale.
Del resto, vanno letti principalmente in questa chiave storica di fase anche le continue tensioni e pericoli di guerra su larga scala, ad esempio nel caso concreto delle frequenti escalation di conflitto tra USA e Iran, anche dopo l’attacco terroristico e la vera e propria dichiarazione di guerra attuata dai primi con l’uccisione del generale iraniano Quesam Soleimani: oltre che giustificato dalle immense ricchezze naturali, composte da petrolio e gas, l’attacco statunitense è un attacco al multipolarismo, ad un alleato regionale chiave della Federazione Russa e alla politica di cooperazione internazionale della Cina – attore fondamentale dei grandi cambiamenti geopolitici in corso nel mondo – che ha nell’Iran un referente regionale fondamentale per la Nuova Via della Seta e per scambi e commercio possibili non più attraverso il dollaro, ma attraverso le divise nazionali.
Costruzione del nuovo modello di governance mondiale e specificità della leadership esercitata dal Partito Comunista Cinese non sono due ambiti separati: è lo stesso Xi Jinping a legare la capacità di “crescere, cambiare e migliorare sé stesso” del Partito Comunista Cinese ai fini della costruzione di una partnership per un più effettivo governo mondiale dell’economia.

Il sistema sociale, politico, economico cinese ha subito un notevole numero di etichette: storicamente, a partire dal XIII Congresso del PCC fu coniata la definizione di “socialismo con caratteristiche cinesi”, identificata con la fase primaria del socialismo, e cioè come fase di liberazione dalla condizione di arretramento verso la modernizzazione socialista del paese. In una connotazione qualitativa, questa formula esprimeva la costituzione di una società di tipo nuovo, diversa dal capitalismo; in una quantitativa, ne esprimeva certamente i limiti nello sviluppo, prima di tutto, delle forze produttive. Del resto, tale contraddizione si è presentata palesemente dinnanzi alla guida della RPC e del PCC: nel periodo tra il 1947 e il 1956, la contraddizione principale (che rievoca e richiama l’elaborazione di Mao del 1937 “Sulla contraddizione”) veniva identificata tra i rapporti di produzione esistenti e lo sviluppo scarso delle forze produttive. Essa in larga parte corrispose alla politica definita “una trasformazione e tre riforme” intendendo con la prima l’industrializzazione del paese e per riforme la trasformazione socialista dell’agricoltura, del settore manifatturiero e del commercio.
A partire dal 2013, la contraddizione principale identificata nello sviluppo della società cinese fu incentrata nella presenza di crescenti bisogni e dell’arretrata capacità di soddisfacimento dell’economia. La politica di riforma e apertura inaugurata da Deng Xiaoping identificò come prima contraddizione lo sviluppo arretrato delle forze produttive, e sulla base di questa condizione propose la nota formula di “socialismo di mercato”.

A partire dal 2018, è stata focalizzata l’attenzione soprattutto sulla necessità di bilanciamento dello sviluppo per garantire il bisogno di una vita migliore per il popolo cinese. Nella sintetica analisi dello sviluppo cinese ora proposta, risaltano evidenti le innovazioni e le svolte compiute dalla guida politica del paese, a cui corrispondono nei periodi storici considerati anche elaborazioni ed analisi teoriche sensibilmente differenti.
La continuità della transizione, tuttavia, è sicuramente data dagli strumenti tradizionali dello Stato socialista: quello della pianificazione insieme a quello delle imprese pubbliche e cooperative. Relativamente a queste ultime, la percentuale di valore aggiunto oggi prodotto in Cina da questa tipologia di imprese (soprattutto di grandi dimensioni) si aggira intorno al 30%, costituendo un polo economico solido con diretto legame col potere politico operante nelle dinamiche del mercato. All’interno delle aziende pubbliche, sotto la presidenza di Xi Jinping, è stata riconosciuta una funzione di governo e indirizzo in capo ai comitati di Partito in esse esistenti, specialmente in relazione alle decisioni su fusioni, ristrutturazioni, produzione, etc., esercitando in tal modo una funzione d’influenza diretta anche nel settore privato da parte del partito comunista. Nel 2013, Xi Jinping a proposito dello sviluppo dell’economia mista ha parlato di una funzione di traino svolta dal capitale statale, al fine di incrementare il valore della produzione della competitività cinese come condizione stessa per la conservazione della proprietà pubblica e per la vitalizzazione del controllo statale.

L’elaborazione teorica cinese oggi rifiuta di porre agli antipodi mercato ed economia pubblica: il primo svolge un funzione propulsiva nei confronti della microeconomia e ad esso viene riconosciuto un ruolo dichiaratamente decisivo nella allocazione delle risorse, ma incapace di sviluppare appieno i suoi effetti deteriori per la qualità politica, ideologica e sociale del governo dei processi economici garantito dal PCC, che non affida questo ruolo e queste funzioni esclusivamente al mercato, come affermato dallo stesso Xi Jinping. In questa ottica, la proprietà pubblica si presenta come corpo principale e dominante, affiancato da altre e diverse forme di proprietà. Tale commistione è indirizzata essenzialmente alla liberazione della forza produttiva del lavoro, allo sviluppo della conoscenza, della tecnologia, e presuppone il fatto che ogni persona possa fruire della ricchezza sociale così creata.
Certamente, l’inizio di una Nuova Era per la Cina ha coinciso, in sostanza con la leadership del suo attuale Presidente, Xi Jinping. L’impronta politica dell’attuale Presidente cinese ha segnato così di sé la vicenda politica internazionale, nazionale e all’interno del PCC, tanto da portare il Partito cinese a introdurre nello Statuto il riferimento esplicito al pensiero di Xi accanto a quello degli altri grandi presidenti, ad iniziare da Mao e Deng.

Nessun commento:

Posta un commento