L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 26 gennaio 2021

Falsità e balle spaziali. Non riescono proprio a farne a meno. "false promesse di Teheran" dimenticando che il trattato internazionale è stata stracciato unilateralmente dagli Stati Uniti, applicando sanzioni e obbligando tutto il mondo a farle, ma è giusto che chi ha la trave nei propri occhi poi riesce a vedere il fuscello in quello degli altri. E' il solito metodo si rovescia sull'altro le proprie nefandezze


Biden apre a Teheran e alza la tensione con Gerusalemme
IL NEO-PRESIDENTE RIESCE DOVE NESSUNA AMMINISTRAZIONE È MAI RIUSCITA: A RISCHIO I RAPPORTI CON ISRAELE

25/01/2021 11:47 AM  DAVIDE RACCA

Biden apre a Teheran e alza la tensione con Gerusalemme. Nuovi segnali di guerra giungono dal Medio Oriente con l’esordio di Joe Biden sul palcoscenico internazionale, come nuovo presidente degli Stati Uniti. Il suo mandato, però, nasce sotto i peggiori auspici provocando una spaccatura inedita dei rapporti Israelo-americani. Se l’amministrazione Trump durante il suo mandato si era distinta per iniziative in materia di politica estera che hanno condotto ad una, almeno parziale, stabilizzazione delle relazioni tra Israele e buona parte dei Paesi arabi, riportando l’Iran a più miti consigli, il neo-presidente, quasi a voler indispettire l’avversario, ha da subito prodotto tensioni non irrilevanti sul quadrante mediorientale.

Il neo eletto, infatti, pare che voglia dare una decisa svolta alla politica di stabilizzazione voluta da Trump, con l’immediato invio nella Siria nord orientale di nuove unità militari e con l’avvio di iniziative volte a riportare l’Iran al tavolo delle trattative sul nucleare, (uno strano modo di trattare) dimenticando che i maggiori rischi derivanti dalle false promesse di Teheran si ripercuoteranno su Israele e non certo su Washington.

È possibile che proprio in questo risalgano le ragioni per cui il tycoon, sconfitto alle ultime consultazioni elettorali, ha dovuto abbandonare la Casa Bianca. Trump, infatti, noto per essere stato il presidente “meno guerrafondaio e meno esportatore di democrazia non richiesta”, si sia inimicato il complesso delle industrie di armamenti che ha perduto risorse sostanziali proprio in assenza di nuove iniziative belliche dell’amministrazione Usa.
L’invio di nuove truppe Usa in Siria

Il 22 gennaio scorso, un convoglio militare statunitense è entrato nella Siria nord-orientale, attraverso il valico di al-Waleed, come riferito dall’agenzia di stampa statale siriana Sana, citando fonti sul terreno. Secondo il rapporto, il contingente comprendeva circa 40 unità tra camion, veicoli blindati e attrezzature logistiche al traino, scortati da elicotteri da combattimento e diretti alle basi statunitensi nelle province di Deir Ezzor e di Hasakeh dove un altro battaglione di fanteria americana, è giunto con elitrasporto.

L’invio delle truppe e degli armamenti di rinforzo, sebbene numericamente trascurabili, indicano però la volontà di un riconsolidamento delle posizioni americane nella zona siro-irachena, frutto delle strategie “bellicose” della nuova Amministrazione, che si contrappongono al parziale quanto costante alleggerimento dei Contingenti Usa voluto da Trump interrottosi con la fine del mandato dell’ex Presidente.

Biden apre le porte a Teheran e le chiude a Gerusalemme

Sempre in tema di politica estera, la nuova amministrazione Usa si è detta disponibile al dialogo con l’Iran, puntando ad ampliare l’accordo sul nucleare in modo da includere anche il programma missilistico di Teheran e il suo dinamismo nella regione mediorientale. Una posizione avversata dal governo israeliano, che ha sempre puntato sull’approccio duro con Teheran, in parallelo alla politica del Tycoon. 

Il notiziario del Canale televisivo israeliano 12 ha citato “un alto funzionario israeliano” secondo il quale “se Biden adotta il piano di Obama, non avremo nulla di cui parlare con lui”, riferendosi al Piano d’azione globale congiunto firmato dall’ex presidente Barack Obama nel 2015. La televisione israeliana ha, inoltre, riferito che il Governo di Gerusalemme sta avvertendo che un ritorno americano ai precedenti termini dell’accordo nucleare con l’Iran sotto il presidente Joe Biden, potrebbe portare i due paesi a una crisi nelle relazioni.

Le relazioni israelo-americane hanno raggiunto il punto più basso verso la fine della presidenza Obama, in gran parte a causa degli scontri con Netanyahu sull’accordo con l’Iran. Biden ha affermato che mentre vorrebbe affrontare il programma missilistico balistico iraniano e l’egemonia regionale, la questione più urgente è il suo programma nucleare e deve essere affrontata in anticipo.

Il Consigliere per la sicurezza nazionale Usa, Joe Blinken, ha dichiarato martedì che “un Iran con un’arma nucleare in aggiunta alle altre tattiche destabilizzanti è più pericoloso di un Iran senza un’arma nucleare che seminerebbe il caos nella regione”. Blinken ha detto anche che l’accordo stipulato con l’Iran aveva funzionato e che Teheran aveva iniziato a violare, arricchendo l’uranio fino al 20%, solo dopo che l’ex presidente Donald Trump ha lasciato il tavolo delle trattative e imposto nuove sanzioni.

Gli oppositori all'accordo sostengono che gli accordi stabiliti hanno di fatto solo ritardato l’avanzamento del programma nucleare iraniano, ma non hanno impedito a Teheran di acquisire comunque nuove capacità nucleari e che la condotta sprezzante del regime nella regione, da quando è stato firmato l’accordo, ha dimostrato che la leadership di Teheran non è certo un interlocutore affidabile.


L’Iran al centro della crisi tra Washington e Gerusalemme 

In considerazione della palesata crisi politica nelle relazioni israelo-americane, il capo del Mossad, Yossi Cohen, dietro indicazione dell’esecutivo di Gerusalemme, volerà il mese prossimo a Washington per incontrare il nuovo presidente americano Joe Biden, come riferito dall’emittente israeliana Channel 12, sostenendo che al centro della visita del capo degli 007 ci sarà proprio il dossier Iran con il suo programma nucleare. Cohen, che incontrerà anche il capo della Cia, illustrerà le informazioni in possesso d’Israele in merito al programma nucleare di Teheran anticipando che per lo Stato ebraico, in cambio del rientro degli Usa nell’accordo internazionale abbandonato nel 2018, la Repubblica islamica deve acconsentire a mettere fine alle sue attività di arricchimento dell’uranio, cessare la produzione di centrifughe avanzate, autorizzare pieno accesso agli ispettori dell’Aiea a tutti gli aspetti del suo programma nucleare e interrompere il sostegno ai gruppi terroristici, a cominciare da Hezbollah in Libano ritirando, nel contempo, i suoi militari da Iraq, Siria e Yemen (a quando il controllo e lo smantellamento delle armi nucleari degli ebrei sionisti?). 

Il presidente Biden ha affermato che è sua intenzione avviare negoziati utili a raggiungere un accordo “più lungo e più forte” con Teheran, che affronti anche il suo programma di missili balistici e l’egemonia regionale. L’Iran, tuttavia, ha detto di non essere interessato a raggiungere eventuali ulteriori accordi e ha anche avvertito che non tornerà a rispettare il JCPOA fino a quando gli Stati Uniti non avranno revocato le sanzioni contro Teheran. Il ministro degli Esteri di Teheran, Mohammad Javad Zarif, in un editoriale pubblicato sulla rivista americana Foreign Affairs, ha risposto al presidente Joe Biden di non cercare di “strappare concessioni” sulla proliferazione nucleare alla Repubblica islamica se non dopo il totale annullamento delle sanzioni imposte dall’amministrazione Trump.

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