L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 18 gennaio 2021

Hanno finito di martoriare la Libia, si stanno mettendo d'accordo per dividersi le sue spoglie


15 GENNAIO 2021

Qualcosa bolle in pentola in Libia. L’ex Jamahiriya del defunto Muammar Gheddafi è de facto un Paese diviso fra Tripolitania (ovest) e Cirenaica (est), con il Fezzan (sud-ovest) a sua volta frazionato in municipalità che sostengono talora le autorità di Tripoli, talora il governo non riconosciuto di Bengasi. Questo scenario potrebbe cambiare radicalmente nei prossimi tre mesi, complice l’arrivo della nuova amministrazione statunitense di Joe Biden alla Casa Bianca e le prospettive di un accordo per unificare le istituzioni del Paese nordafricano. Mentre la tregua militare tiene, anche se le milizie e i mercenari stranieri restano sul terreno, le ultime settimane hanno visto alcuni passi in avanti positivi in Libia, come ad esempio l’accordo sull’unificazione del tasso di cambio tra le due Banche centrali e una prima, importante e forse storica intesa sul bilancio unificato tra est e ovest. Si sta aprendo, in altre parole, una finestra di opportunità che potrebbe rivelarsi decisiva dopo scoppio della rivoluzione ormai 10 anni fa.
L’accordo economico

Per consentire alle banche libiche di erogare dollari, l’istituto emittente di Tripoli controllato dal potente governatore Sadiq al Kabir ha attinto a tre miliardi di dollari dalle riserve valutarie, una quantità sufficiente a fornire liquidità per al massimo tre mesi. In questo periodo dovrebbe essere trovato un accordo definitivo per lo sblocco dei fondi del petrolio, attualmente depositati dalla National Oil Corporation (Noc, la compagnia petrolifera della Libia) nei conti congelati della Libyan Foreign Bank e approvare il nuovo bilancio per il 2021. Le due questioni sono legate. A Tripoli quanto a Bengasi c’è chi spinge per avere – per la prima volta dopo anni – un budget “unificato” fra est e ovest. Un bilancio che dovrebbe prevedere, appunto, un’equa distribuzione dei proventi del petrolio del Paese Opec. Il negoziato potrebbe rivelarsi decisivo per sbloccare l’attuale situazione di stallo politico, ma occorre prudenza. Forzare la mano potrebbe essere controproducente: dopo il golpe tentato dal generale Khalifa Haftar il 4 aprile 2019, in molti a Tripoli vogliono delle garanzie prima di fornire a Bengasi dei fondi che potrebbero essere utilizzati per finanziare un nuovo attacco.

Un piano B per il percorso politico

Intanto la scelta della prossima leadership politica chiamata a gestire la fase di transizione si sta rivelando più difficile del previsto. Il “gioco delle coppie” tentato dalla diplomatica statunitense Stephanie Williams, alla guida della missione Onu ancora per qualche giorno, per scegliere il binomio presidente-premier (vale a dire le due personalità di Tripolitania e Cirenaica che dovranno guidare, rispettivamente, il prossimo Consiglio presidenziale e un futuro Governo di accordo nazionale) fin qui non ha prodotto risultati. La coppia più accreditata (Aguilah Saleh nuovo capo del Consiglio presidenziale – Fathi Bashagha primo ministro) non ha i voti necessari dei membri del Foro di dialogo politico, l’organismo nominato dall’Onu tra non poche polemiche per i meccanismi poco chiari con cui sono stati scelti i delegati. La parabola politica di Saleh e di Bashagha sembra peraltro essere in caduta libera. Ma c’è un “Piano B”: la nomina di un nuovo primo ministro che sia finalmente accettato ad est per procedere così all’unificazione delle istituzioni politiche fino alle elezioni di dicembre. I nomi sul tavolo sono tanti (uno su tutti: l’intraprendete politico misuratino Ahmed Maiteeq), ma il negoziato è tuttora in corso e in Libia i colpi di scena sono all’ordine del giorno.

Uno assetto internazionale in cambiamento

Intanto anche lo scenario internazionale sta assistendo a un riassetto di notevoli proporzioni, a partire dalla fine dell’isolamento del Qatar, circostanza che potrebbe avere conseguenze dirette anche in Libia. I tre anni di blocco da parte del cosiddetto Quartetto arabo (Arabia Saudita, Bahrein, Egitto ed Emirati Arabi Uniti) hanno spinto Doha a rafforzare l’alleanza con la Turchia, intervenuta militarmente a sostegno del governo di Tripoli grazie ai petrodollari forniti dagli emiri con cui sono stati pagati i mercenari siriani. La normalizzazione del Qatar con i vicini del Golfo potrebbe indebolire l’asse con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, a maggior ragione con un’amministrazione Usa meno indulgente con Ankara di Donald Trump. Occorre ricordare, infatti, che secondo alcune interpretazioni fu proprio Barack Obama a dare il via libera al tentato golpe ad Ankara del 2016. Queste circostanze dovrebbero raffreddare le mire neo-ottomane del “sultano” Erdogan e spingere la Turchia a più miti consigli non solo in Libia, ma anche nel Mediterraneo orientale. E’ in quest’ottica, peraltro, che vanno lette le prospettive di riconciliazione tra la Ankara e la Grecia.

La guerra non conviene più a nessuno

La leadership turca ha necessità di capitalizzare quanto prima l’investimento speso in Libia e recuperare, ad esempio, i 16 miliardi di commesse pre-2011. Da tempo i turchi trattano con gli egiziani per evitare un’escalation della tensione che nessuno vuole. E infatti l’Egitto di Abdel Fatah al Sisi, anche se ha più volte minacciato l’intervento diretto in Libia, è orientato verso una pragmatica ripresa delle relazioni con Tripoli. Più criptico è il caso della Russia: i rapporti tra il generale Haftar e Mosca si sono raffreddati dopo il gran rifiuto di firmare la tregua nel gennaio 2020. Proprio come i turchi, nemmeno i russi vogliono una ripresa della guerra, ma la loro strategia a lungo termine è più difficile da leggere. Mosca vuole davvero mantenere lo status quo? Chi farà da garante per i russi in Libia nel nuovo assetto che si sta consolidando? E’ vero, come si dice, che Vladimir Putin punta sul figlio del rais libico, Saif al Islam Gheddafi? Infine gli Emirati Arabi Uniti, il Paese che più di tutti ha sponsorizzato l’intervento armato in Libia a sostegno del generale Haftar, sono davvero pronti a scendere a compressi con la Fratellanza Musulmana? A ben vedere, i prossimi mesi saranno decisivi per capire quale sarà l’evoluzione dello scenario non solo in Libia, ma nell’intero quadrante del Mediterraneo allargato, spazio vitale per la politica estera dell’Italia.

E l’Italia?

E anche l’Italia è evidentemente coinvolta nei cambiamenti della scena internazionale. La finestra di opportunità fornita dalla nuova amministrazione Usa ha spinto il leader di Italia Viva, Matteo Renzi, a forzare una crisi di governo dagli esiti ancora incerti. Eppure non sfugge che Roma sia stata nelle ultime settimane il centro di importanti incontri politici sulla Libia. Come riportato da Agenzia Nova, il capo del Consiglio presidenziale libico e premier del Governo di accordo nazionale, Fayez al Sarraj, ha alloggiato per ben cinque giorni in un noto albergo romano. Il presidente della Libia è stato raggiunto dal suo vice, Ahmed Maiteeq, importante politico libico originario di Misurata. Poco o nulla è trapelato sul contenuto dei colloqui nelle giornate romani dei libici, ma il governo dell’Italia ha nominato poco dopo un nuovo inviato del governo per seguire la crisi in Libia: l’ambasciatore Pasquale Ferrara, un pezzo da Novanta della Farnesina che andrà a dare man a forte a Giuseppe Buccino, l’ambasciatore d’Italia a Tripoli, per seguire la delicata fase di transizione verso le elezioni del 24 dicembre 2021, il giorno del 70esimo anniversario dell’indipendenza della Libia.

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