L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 2 gennaio 2021

Hanno preso il virus Rna dell'influenza e l'hanno trasformata in covid-19, con i suoi inevitabili cambiamenti. Per questo motivo non se ne uscirà ne con questi vaccini ne con quelli successivi, perchè arriveranno sempre dopo. La Strategia della Paura e del Caos si autoalimenterà, siamo entrati nella nuova dimensione. La Cina ha rifiutato questa narrazione e la guerra illimitata continuerà, ci potrà essere un vincitore o ci potrà essere un compromesso

La tempesta perfetta

01 dicembre, 2020 

Leggi qui la prima parte dell'articolo.

Perché allestire una pandemia di legge che rende pandemica una lunga serie di malattie altrimenti contenibili? E perché un'idea così pericolosa raccoglie i consensi di una parte importante della popolazione, specialmente ai suoi vertici? E ancora, perché una civiltà che si dichiara fedele al metodo e ai risultati delle scienze sceglie di ignorare i danni scientificamente misurabili (come le sindromi da «lockdown») e misurati (come la dubbia utilità dei «lockdown») delle sue condotte, e nel fare ciò pretende persino di agire secondo i «dettami» di una scienza che dice, impone e prescrive? Non è purtroppo possibile fornire una sola risposta a questi interrogativi, perché la contraddizione di oggi amplifica e porta a un livello (finora) mai visto una lunga serie di condizioni che già da prima agivano sull'esercizio e sulla rappresentazione della vita sociale. Essa è nuova nell'intensità, ma non nelle premesse e nei modi. La sua critica dovrebbe perciò strutturarsi nell'alveo di una più ampia critica delle contraddizioni e dei paradossi moderni nel loro sviluppo prima secolare e poi sempre più rapido, degli ultimi pochi decenni. È una critica che qui possiamo affrontare solo disordinatamente e in antologia, offrendo spunti di analisi che convergono da livelli diversi per indovinare le radici lontane del fenomeno esaminando i suoi frutti.

Nel citato articolo di maggio mi concentravo sulle suggestioni religiose di un altrimenti assurdo olocausto di sé con cui la civiltà contemporanea sembra voler propiziare la propria risurrezione scrollandosi di dosso le delusioni, le paure e i problemi irrisolti di un modello spiritualmente esausto e materialmente insostenibile. Senza entrare nel capitolo per molti versi oscuro dei suoi contenuti, il «grande reset» (Occidentale) promosso dal Forum Economico Mondiale allude proprio a questo auspicio di palingenesi, come anche le tante profezie di un mondo post-Covid dove «nulla sarà più come prima». Come è già successo nel passato recente - il «reset» di Beppe Grillo, la «rottamazione» di Matteo Renzi, la più generale retorica delle «riforme» - si tratta di programmi nettamente sbilanciati, quando non già nei termini, almeno sicuramente nei fatti verso la pars destruens (superare la crisi di SOVRAPPRODUZIONE distruggendo uomini, merci, capitali, mezzi di produzione), mentre la susseguente proposta positiva resta vaga e taciuta, comunque mai riscontrata nell'esecuzione. La volontà di distruggere tradisce la frustrazione di un'epoca che si intuisce perdente sulla via del proprio creduto progresso e sogna così di rovesciare il tavolo, per ricominciare da capo.

In un articolo successivo inquadravo questo anelito di demolizione nella tentazione di un pensiero neognostico proprio delle epoche decadenti e destinato a fissare l'orizzonte escatologico di ogni religione scientifica, cioè umana. L'obiettivo di esaltare l'umanità e i suoi prodotti, di quel «nuovo umanesimo» che tiene oggi banco dalle logge agli altari, sfocia nella cocente presa d'atto del difetto umano, della sua corruttibilità fisica e morale e quindi nel disgusto della sua carnalità imperfetta. Nella retorica sanitaria odierna quel disgusto si traduce fedelmente nel terrore dei corpi che si ammassano, del loro respiro sporco e mortifero e delle loro membra da recludere, mondare con gel alcoolici, addestrare e correggere con la farmacologia di massa. Il distanziamento sociale, scrivevo in seguito, è un distanziamento dell'uomo da sé e dalla propria carcassa mortale per aspirare all'incontaminazione di un'anima che non è più l'ànemos del corpo respirante e vivo, ma l'intelligenza morta e quindi immortale delle macchine «pensanti» e dei loro flussi impalpabili di dati, che devono perciò sostituire le relazioni, i luoghi e le esperienze fisiche riproducendoli nella geometria sterile del «digitale».

Spostando lo sguardo sull'aspetto economico, non occorre andare oltre la teoria marxiana per vedere in questa distruzione il culmine atteso di una crisi da sovrapproduzione e delle sue «toppe» catalizzanti: l'apertura dei mercati delle merci, del lavoro dei capitali che ha imposto una concorrenza al ribasso (deflazione) frenando il lato della domanda e quindi la crescita, e l'iniezione di capitali finanziari destinati a non essere ripagati per il rallentamento dell'economia reale a cui hanno essi stessi contribuito drenando interessi e reclamando «condizionalità» governative a garanzia dei prestiti. Le chiusure, i fallimenti e anche i disordini da «lockdown» mimano gli effetti di una guerra nel creare le macerie su cui la giostra capitalistica conta di ripartire con la ricostruzione - green o black, digitale o analogica, smart o dumb, penso non importi a nessuno. Fino alla crisi successiva.

Politicamente, è diffusa la convinzione che questa ultima emergenza sia anche un metodo di governo per giustificare un'ulteriore verticalizzazione dei rapporti sociali agendo, nel nome del pericolo, da un lato sulle norme di ispirazione costituzionale che promuovono lo sviluppo umano della popolazione, dall'altro comprimendo la partecipazione dei cittadini con la duplice arma della repressione e dell'indigenza. Questo aspetto non ha bisogno di essere dimostrato, avendo già trovato conferma nella sempre più fitta serie di «emergenze» che scandiscono la storia degli ultimi vent'anni, ciascuna delle quali ha contribuito a scarnificare gli edifici socialdemocratici del dopoguerra strappando loro uno o più brani di benessere materiale, libertà, sovranità, tutele giuridiche e lavorative. In quanto all'abuso politico che se ne fa, la curva dei contagi o degli indici Rt è perfettamente intercambiabile con quella dello spread. In entrambi i casi e in ogni altro (almeno) dal 2001 a oggi, i «rimedi» proposti tendono sempre agli stessi esiti di controllare, costringere e destituire la popolazione in cambio di una «sicurezza» chimerica e ingorda di nuovi sacrifici.

Anche dall'analisi retorica non emergono novità. La narrazione dell'ultima emergenza ripropone quasi per intero catalogo degli espedienti che descrivevo in occasione di tre o quattro crisi fa: il mito della radicalità (il «grande reset», la «nuova normalità» ecc.), della resistenza al cambiamento, dell'infanzia, dell'autorità, dell'insufficienza, del dolore terapeutico, del controfattuale fantastico, della sfida, della colpevolizzazione ecc.. Ma non solo. Come ieri le politiche economiche austeritarie invocavano la nuda «legge dei numeri» per denunciare la carestia monetaria che esse stesse creavano, così le politiche sanitarie di oggi si appellano alle leggi biologiche di una malattia infettiva per imporre una serie di altre malattie su scala più estesa. Questo corto circuito, in cui gli atti deliberati si fanno scudo di immutabili dinamiche «naturali» a sé esterne per avverarle o ingigantirle artificialmente, trova un'applicazione limpida nei titoli di quest'anno, dove «il Covid», e non le politiche varate sotto il suo nome, sarebbe responsabile della crisi economica, occupazionale e sanitaria a cui stiamo assistendo. La fallacia sottesa è quella dell'assenza di alternativa (TINA), cioè di una pretesa identità problema-soluzione in cui il primo porta già inciso in sé la seconda escludendo ogni dubbio, ogni altra opzione e, quindi, ogni margine di libertà.

I messaggi con cui si annuncia l'arrivo dei nuovi vaccini offrono una conferma paradossale, ma assai istruttiva, di questa elisione logica e delle sue implicazioni pratiche. Mentre restano da sciogliere i dubbi sull'azione, l'efficacia, le procedure poco trasparenti e le controindicazioni di questi farmaci una volta somministrati in massa, la macchina della promozione ha già fatto il «salto» dichiarando che essi contribuiranno, si spera, a frenare almeno in parte la pandemia virale, ma in compenso saneranno senza meno quella indotta dai suoi «rimedi». Se l'avvenuta vaccinazione sarà la condizione per riaprire le attività economiche e per permettere ai singoli di uscire di casa, viaggiare e frequentare luoghi pubblici, allora è evidente che la pandemia contro cui ci si vuole immunizzare è innanzitutto quella di legge, sono le sindromi da «lockdown» imposte dalla stessa mano che ne offre l'antidoto. Astraendo dal merito, si intravede una strategia di governo estorsiva che crea una condizione insopportabile per far sì che i governati si riversino nell'unica via di fuga aperta o che comunque, stremati dalla sofferenza, la accettino come ineluttabile.

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Non ci sono dubbi sul fatto che l'emergenza attuale stia producendo effetti di ineguagliata gravità sulla qualità della vita sociale. La compressione dei diritti costituzionali e i dispositivi di controllo imposti a una cittadinanza reclusa, irregimentata, tracciata come il bestiame, inseguita quando lascia il recinto, isolata dai propri affetti, spaventata, soggetta a realtà artificiali, trattamenti di massa e pedigree sanitari soddisfano tutti i requisiti del «totalitarismo zootecnico» di cui ha scritto Pier Paolo Dal Monte. Si tratta, sicuramente, di un «traguardo» mai raggiunto e tanto più strabiliante perché mal digerito da una fetta sempre crescente di soggetti. Come è dunque possibile che tutto ciò stia accadendo sotto i nostri occhi, e a questa velocità? Come ho già scritto, ritengo che non si possa rispondere senza inquadrare il fenomeno nel crescendo storico del metodo che lo ha partorito. Le emergenze che si sono susseguite a ritmi sempre più serrati negli ultimi decenni hanno accumulato i loro residui irreversibili nella cultura e nelle norme indebolendo ogni volta i freni necessari a contenere gli effetti delle successive, e perciò moltiplicandone la leva. Se, di pericolo in pericolo, la popolazione generale si è addestrata in breve tempo ad accettare oggi l'inaccettabile del giorno prima, un'attenzione speciale va rivolta agli esecutori materiali di questa demolizione, che distingueremo nei due ranghi delle classi politiche nazionali (a tutti i livelli) e dei funzionari (a tutti i livelli) impiegati nei settori coinvolti.

Nel primo caso è dolorosamente evidente come tutte le forze politiche convergano con disciplina nel sostenere la causa della pandemia di legge senza differenze di azione, verbalizzazione e persino di stile, pescando ciascuna le stesse parole d'ordine dallo stesso sacco per imporre, giustificare o annunciare gli stessi provvedimenti. Uno sguardo anche distratto a ciò che accade all'estero rivela in modo piuttosto chiaro che la matrice di queste misure fotocopiate con impercettibili differenze in ogni angolo di mondo non è nazionale né tanto meno locale, né può quindi dipendere dal voto. I rappresentanti eletti agiscono come costosi passacarte, agenti di commercio, camerieri di una pietanza che devono far trangugiare al popolo, spettatori di un film che racconteranno agli elettori fingendosene i registi. Mentre i più onesti (pochi) tacciono o alludono, gli altri (tutti) giurano di poter cambiare la trama e alimentano così l'illusione di una dialettica che si riduce, nei fatti, a decidere quale firma apporre in calce a decreti prestampati.

Non è difficile riconoscere anche in questa pantomima il frutto maturo di un processo di svuotamento delle sovranità nazionali preparato e invocato da tempo, da un lato vincolando la spesa dei governi e delle amministrazioni, e quindi anche le loro decisioni, ai requisiti di pareggio e ai prestiti dei grandi gruppi privati, dall'altro trasferendo sempre più poteri alle agenzie continentali e sovranazionali che deliberano, come auspicava Mario Monti, «al riparo dal processo elettorale». La destituzione dei popoli e la conversione delle loro assemblee in somministratori di prodotti politici confezionati altrove implica anche la necessità di comprimere l'indipendenza degli eletti affinché non cedano mai, neanche per sbaglio, alla tentazione di rappresentare gli elettori. Questo ulteriore «vincolo interno» trova un appoggio teorico nel concetto versailliano di «populismo» che indica nella frustrazione della volontà popolare una virtù di governo, e pratico in un processo che parte da lontano, dall'abolizione ormai più che ventennale del voto di preferenza, prosegue oggi con la riduzione del numero dei parlamentari e veleggia verso l'ultima stazione: il vincolo di mandato, che renderà impossibile ogni deroga anche per norma.

Più sotto, sugli esecutori-funzionari agisce un vincolo, se possibile, ancora più perverso. Alle forze di polizia, ai medici e agli altri addetti alla sicurezza sanitaria, del lavoro e di comunità spetta il compito di inoculare materialmente la pandemia di legge nella popolazione. Limitando l'osservazione al settore produttivo, le azioni di interdizione e sanzione rendono ancora più aspra una crisi in cui le imprese già versavano a causa dei crescenti vincoli burocratici e fiscali, del dumping dei grandi gruppi industriali in regime di mercato aperto, delle strette creditizie e della contrazione dei consumi. A cascata, ne soffre anche l'occupazione già caratterizzata da bassi tassi di impiego, contratti precari e salari insufficienti, specialmente tra i giovani. In questo contesto gli incaricati di applicare le norme emergenziali diventano ingranaggi di un meccanismo che si autoalimenta. Da un lato cresce l'astio nei loro confronti perché esecutori «privilegiati» di un danno da cui sono (momentaneamente) immuni. Dall'altro, chi di loro vive con disagio i nuovi doveri e le norme che li istituiscono si trova incatenato dal suo stesso «privilegio», cioè dalla normalità di percepire uno stipendio per svolgere un lavoro, che diventa però anomala nel circostante deserto occupazionale e salariale: lo stesso che cresce proprio in forza dell'adempimento di quei doveri.

Mentre i giornali danno risalto agli eccessi di zelo attizzando al massimo il conflitto tra sanzionatori e sanzionati, i tanti che vorrebbero esprimere o esercitare una critica devono guardarsi dal cadere in quello stesso inferno di disoccupazione, indigenza e precarietà vieppiù incendiato dai dispositivi dell'emergenza. Fino a non molti anni fa le opportunità di mobilità e di impiego garantite da un mercato del lavoro florido e da un habitat favorevole alla piccola e media impresa investivano i lavoratori di un potere contrattuale che si traduceva in forti protezioni sindacali e di legge e, a cascata, in margini di indipendenza inconcepibili per gli standard attuali. Il successivo inaridimento «a due velocità» delle tutele, la crisi dell'imprenditoria e i tentativi spesso riusciti di trasmettere queste piaghe al settore pubblico con l'aziendalizzazione, la privatizzazione e l'esternalizzazione hanno invece scavato un fossato profondo che fa apparire come un premio immeritato ciò che fino a ieri era un diritto per tutti (Cost., art. 4). Ritengo che sia anche nel quadro di questa involuzione che debba spiegarsi la progressiva militarizzazione della funzione pubblica e dei suoi addetti, ora ritenuti appunto titolari di un premio che va meritato con l'obbedienza cieca e una disciplina non solo operativa, ma anche intellettuale.

Sinora l'applicazione più estrema di questo dispositivo di asservimento ha colpito, non certo casualmente, la classe medica, che conosce oggi per la prima volta il rischio che i suoi esponenti siano interdetti dalla professione per avere espresso opinioni non conformi agli slogan di una progettualità politica gabellata per «consenso scientifico». I provvedimenti di radiazione che hanno raggiunto alcuni medici rei di avere sollevato dubbi su un trattamento sanitario glorificato dai centri di potere mondiali sono stati ripetutamente denunciati da alcuni (purtroppo pochi) colleghi consapevoli e anche dal sottoscritto, non solo in quanto abnormi e incompatibili con la libertà predicata dal codice di condotta della categoria, ma più ancora perché entrano a gamba tesa nel dibattito scientifico, ne intimidiscono i protagonisti e in questo modo rendono impossibile lo sviluppo di conoscenze migliori.

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Con questa rassegna ho cercato di mostrare come le condizioni di oggi, per quanto in sé mai sperimentate, «tirino le somme» di altri fenomeni che già da tempo erodono la diga democratica e costituzionale e ora convergono insieme per scatenare la «tempesta perfetta» a cui assistiamo. L'emergenza come sistema di governo va preparata agendo tanto sulla percezione del pubblico quanto sulle infrastrutture politiche, affinché possa produrre i suoi effetti senza ostacoli e senza che il sistema ferito possa tornare all'equilibrio iniziale. Come tutti i processi di demolizione, anche quello odierno ha imboccato la via di un'accelerazione che disorienta i suoi stessi protagonisti. Gli annunci che si susseguono ai vertici della politica e dell'informazione confermano la volontà di agire in modo ormai scopertamente rivoluzionario, senza cioè curarsi dei residui freni normativi e culturali né, soprattutto, delle resistenze dei soggetti. Si corre disordinatamente alla meta e si trascura in ciò l'accompagnamento narrativo che ora punta tutto sulla ripetizione più che sul confezionamento di messaggi credibili, coordinati e coerenti. In questo frastornìo il pubblico si confonde e si interroga, punta i piedi, si sforza di colmare le lacune della comunicazione ufficiale e tende a ridurre i moventi della propria conformità alla paura delle sanzioni e della riprovazione.

È perciò anche un momento di risveglio. Le enormità presentite o vissute suscitano in molti la tentazione di un pensiero critico e indipendente, di una diffidenza per la prima volta di massa che sconta però spesso il limite di applicare all'eccezionalità dei tempi i moventi eccezionali della «follia» e dell'«errore». Giacché invece «non si raccolgono fichi dalle spine, né si vendemmia uva da un rovo» (Lc 6,44), le difficoltà presenti offrono l'occasione non solo di testimoniare il proprio dissenso affermando le ragioni demodées del raziocinio, della dignità umana e dell'inviolabile legge morale che ci proteggerebbero dalla cattività animale in cui stiamo scivolando, ma anche di rimettere in discussione i miti che da anni, in ogni settore della vita comune, mattone dopo mattone, hanno prodotto una società così disfunzionale da poter essere tenuta insieme solo con le catene e il ricatto.

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