L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 24 gennaio 2021

I nati servi del corrotto euroimbecille Pd e i loro affini applaudono ad Amazzon, Apple, Facebbok e Google privati che agiscono politicamente per imporre solo il profitto e annulla chi tenta di dissentire e mette in evidenze le maggiori contraddizioni

Quando a dichiarare lo stato di emergenza sono i giganti del web

di Carlo Formenti
14 gennaio 2021


Nel primo decennio del Duemila mi ero concentrato sull’analisi dell’impatto della rivoluzione digitale su economia, politica e cultura, pubblicando, nell’ordine, Incantati dalla Rete (Cortina, 2000), in cui analizzavo il retroterra culturale (un mix di ideologie libertarie e New Age) dei manager della Net Economy; Mercanti di futuro (Einaudi 2002), dedicato al ruolo delle nuove tecnologie nel processo di finanziarizzazione dell’economia globale; Cybersoviet (Cortina 2008), una critica delle profezie sulle magnifiche sorti e progressive della democrazia di Rete, e Felici e sfruttati (Egea 2011) in cui indagavo i dispositivi di integrazione di consumatori, lavoratori autonomi e classi “creative” nel processo di valorizzazione delle Internet Company. Questa quadrilogia può essere descritta, in sintesi, come un’opera di decostruzione delle illusioni che le sinistre postmoderne hanno a lungo coltivato - e tuttora coltivano (ma io stesso le avevo in parte condivise fino alla fine dei Novanta) – sulla presunta capacità delle nuove tecnologie di agire da fattore di democratizzazione dei sistemi produttivi e sociali.

Negli ultimi dieci anni mi sono occupato solo saltuariamente, e mai in modo sistematico, di questi argomenti , preferendo dedicare la mia attenzione alle forme inedite che la lotta di classe veniva assumendo con l’aggravarsi della crisi sistemica e alle strategie messe in campo dalle élite dominanti per conservare la propria egemonia.

Ovviamente non mi sfugge il fatto che le relazioni sociali mediate dalla Rete svolgono un ruolo importante anche in questo tipo di fenomeni, tuttavia non ho più ritenuto necessario dimostrare – visto che ciò mi sembrava evidente per chiunque non avesse fette di salame sugli occhi - che il mondo di Internet avesse ormai subito un processo irreversibile di normalizzazione e integrazione nei dispositivi di dominio del capitalistici: i sogni delle comunità hacker, open source, e di tutti coloro che avevano scambiato la Rete per una Nuova Frontiera senza leggi né padroni, avevano lasciato il posto a un mostruoso conglomerato di potere fatto da un pugno di società monopolistiche (Amazon, Apple, Facebook e Google su tutte). Ora il clamoroso caso del “silenziamento” dei profili Facebook e Twitter del Presidente degli Stati Uniti mi induce a riprendere il filo dei ragionamenti di qualche anno fa.

Il potere dei social network, per tacere di quello delle società che gestiscono i cloud che ospitano la quasi totalità delle nostre informazioni - come Google, Amazon ed Apple -, è ormai divenuto tale da sovrastare quello delle più alte cariche istituzionali della nazione più potente del mondo (e quindi anche di tutte le altre)? Ciò non è confermato dal fatto che queste società pagano tasse irrisorie rispetto ai loro profitti, riuscendo a costringere gli Stati a fare a gara per offrirgli condizioni di miglior favore? Nei libri sopra citati avevo spesso evocato le visioni profetiche degli scrittori cyberpunk come William Gibson, Bruce Sterling e Neal Stephenson, i cui romanzi, già negli anni Ottanta, descrivevano un mondo dominato dalle multinazionali informatiche, arroccate in una rete di città-stato interconnesse attraverso i canali di un multiverso virtuale abitato dalle élite, un mondo senza stati né frontiere in cui le immense masse dei perdenti e degli esclusi venivano confinate nello Sprawl, i territori fisici desertificati che circondano le cattedrali dei super ricchi. Siamo dunque arrivati a questo punto?

Prima di rispondere, è il caso di ricordare che sulle nuove sinistre libertarie queste fantasie esercitano un fascino irresistibile. Anche se, nei loro sogni, le profezie cyberpunk si riflettono come in uno specchio capovolto: a dominare non sono le multinazionali ma le comunità autonome dei lavoratori della conoscenza, che avrebbero ormai acquisito la competenza e il know how per controllare e dirigere tutto, e che si preparano a pilotare l’umanità verso un futuro di ricchezza, libertà e felicità. Tuttavia, anche nella loro versione spariscono Stati, nazioni e frontiere, mentre i liberi cittadini della Rete si stringono in un grande abbraccio cosmopolita (una versione laica delle visioni del filosofo e teologo gesuita Teilhard de Chardin). Per inciso, gli esponenti di queste sinistre sono gli stessi che, di fronte all’atto di forza delle Internet Company contro Trump, applaudono entusiaste per la censura nei confronti del mostro fascista, senza interrogarsi sulle implicazioni del fatto che questa censura non sia stata frutto di una decisione pubblica, politica bensì del diktat arbitrario di un pugno di magnati privati. Insomma: le immagini capovolte finiscono per coincidere nella visione di chi è convinto che sia meglio che a tacitare l’uomo nero provveda papà Facebook o chi per lui, piuttosto che il Moloch del potere politico. Come Marx ben sapeva, mercato e anarchia vanno a braccetto (non a caso per i signori di Silicon Valley c’è chi ha coniato la definizione di anarcocapitalisti).

Ma torniamo alla domanda. Nei miei ultimi lavori ho scritto in varie occasioni che il conflitto, a mano a mano che gli effetti della crisi affondano i denti nelle carni del corpo sociale, non assume solo la forma popolo versus élite, ma anche quella flussi (di merci, denaro, informazioni) contro territori. E ho sostenuto che la resistenza dei territori (dello Sprawl volendo riprendere l’immagine della narrativa cyberpunk) è destinata a farsi sempre più forte. Così le periferie (i gilet gialli francesi, le mareas spagnole, i proletari americani che votano Trump in odio alle sinistre politically correct da cui si sentono traditi e quelli inglesi che votano Brexit per le stesse ragioni) cingono d’assedio le metropoli gentrificate. E a questi conflitti interni alle singole nazioni di sommano quelli fra nazioni periferiche e nazioni centrali: Sud ed Est Europa versus imperi centrali, America Latina contro Stati Uniti, nazioni africane che gravitano sempre più nell’orbita dell’emergente potenza cinese percepita come alternativa agli imperialismi occidentali.

L’espulsione di Trump dalla Rete significa che questa ipotesi è sbagliata? Vuol dire che il potere delle élite tecnologiche, alleate con le élite finanziarie, continuerà a prevalere sulle velleità di resistenza della politica e dei territori, che la globalizzazione continuerà ad avanzare inarrestabile, sospinta dai cinque monopoli (tecnologico, finanziario, mediatico, militare e culturale) sui quali, sostiene Samir Amin, si fonda il dominio del centro sulle periferie? La mia risposta è no, per due ragioni fondamentali.

1) L’atto di forza di re Zuckerberg e degli altri monarchi della Rete è un atto politico, perché questi monarchi privati, che apparentemente non rispondono a nessun’altra regola di quelle che loro stessi si danno, sono tutti, guarda caso, americani. Il loro potere è cresciuto all’ombra del potere imperiale statunitense, che ne ha accompagnato la crescita con gli enormi investimenti pubblici che ne hanno reso possibili i successi, tutelandone i diritti di proprietà, proteggendoli contro i tentativi degli altri Stati di imporre limiti in materia di privacy e fisco alla loro libera attività, ecc. La convergenza di interessi fra potere politico dello Stato americano e potere delle Internet Company è sempre stata fortissima, perché il primo ha sempre considerato il secondo come un’arma strategica per mantenere il suo vantaggio competitivo nei confronti degli altri Stati capitalisti. E, guarda caso, quando si è trattato di passare informazioni sensibili sulla concorrenza internazionale (ma anche sugli stessi cittadini americani dopo l’11 settembre) alle varie agenzie dello Stato Usa, i cyber monarchi si sono dimostrati assai meno reticenti di quando le richieste arrivavano dall’altra sponda dell’Atlantico.

Il conflitto che è esploso con il caso Trump nasce dal fatto che costui è stato il primo presidente che ha tentato di sottrarsi agli accordi de facto (strettissimi con le amministrazioni democratiche, ma che neanche i presidenti repubblicani avevano mai messo in discussione) fra politica e Rete. Quella dei boss di Internet non è stata un’iniziativa privata, bensì un’operazione politica per rimuovere un ostacolo all’insediamento di un’amministrazione che si annuncia assai più sensibile alle ragioni dell’alleanza fra i palazzi della politica e Silicon Valley. Dopodiché è probabile che si proceda comunque a ridurre i margini di autonomia dei tecnocrati privati, formalizzandone i rapporti con la politica e inquadrandoli in una cornice giuridica ad hoc. Il che ci conduce alla seconda ragione.

2) Non è certo un caso se in Europa è stata la voce della Merkel a deplorare con particolare energia l’arbitrarietà delle decisioni di Facebook, ove si consideri che da tempo la Ue a trazione tedesca discute sulla necessità di normalizzare il “Far West” della Rete, inquadrandolo in una cornice di regole dettate dalla politica. Il potere dei territorio torna a far valere le proprie ragioni nel momento in cui i conflitti interimperialistici si fanno più duri, sospinti dal vento della crisi, per cui anche gli “alleati” saranno sempre meno disposti a concedere agli Stati Uniti il vantaggio di poter usare come cavalli di Troia le proprie reti private d’impresa.

La questione non si pone neanche nel caso della Cina, la quale, da un lato, ha sempre “schermato” il proprio spazio virtuale dalla penetrazione delle tecnologie occidentali, dall’altro lato, a mano a mano che i suoi progressi nel campo del digitale glielo consentivano, ha a sua volta “contro invaso” i mercati occidentali con i propri prodotti e servizi di Rete (da qui la guerra commerciale Usa contro Huawei e Tic Toc). Ma a certificare la priorità che lo Stato/partito cinese attribuisce alla logica territoriale rispetto alle logiche di flusso, o se si preferisce alla politica rispetto alla tecnofinanza, è soprattutto la recente decisione di stroncare il tentativo di Jack Ma, il magnate del gruppo Alibaba (versione cinese di Amazon), di alimentare il processo di finanziarizzazione dell’economia attraverso il suo impero commerciale online.

Per concludere: è probabile che la mossa dei social contro Trump non segni il tramonto della politica “locale”, esautorata dai giganti della globalizzazione tecnofinanziaria, ma che rappresenti piuttosto il picco della parabola ascendente del potere privato sui flussi di informazione digitale, a partire dal quale inizierà una curva discendente caratterizzata dal progressivo aumento del controllo politico sulla Rete. Mi pare già di sentire le reazioni scandalizzate dei libertari di sinistra: accettare questa tendenza vorrebbe dire mettere la mordacchia allo spazio di libertà che i nuovi media hanno dischiuso ai movimenti sociali, strappando il monopolio dell’informazione ai media mainstream. Sul fatto che la regolamentazione giuridico-politica comporterà una limitazione di quello spazio, e che tale limitazione riguarderà i movimenti antisistema di sinistra assai più dei Trump di turno non vi sono dubbi. Ma non vi sono dubbi, almeno a mio avviso, nemmeno sul fatto che l’idea che si possa difendere quello spazio restando nell’ombra dei padroni delle piattaforme private è assolutamente delirante: sarebbe come preferire la condizione di servi della gleba a quella di cittadini, perché contro la censura politica si possono fare battaglie politiche, contro la censura privata non esiste difesa alcuna.

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