L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 20 gennaio 2021

Il dollaro carta straccia è la bilancia commerciale che lo stabilisce

Scene di un declino, in diretta tv
di Dante Barontini
15 gennaio 2020

A seguire un articolo di Guido Salerno Aletta


Gli Stati Uniti sono oltre l’orlo della crisi di nervi. E si apprestano ad assistere al giuramento del nuovo Presidente in un clima da stadio d’assedio.

Il declino è evidente per tutti, tranne che per “gli amici dell’Amerika” installati nei governi o nelle direzioni del media (Repubblica e Corriere su tutti). O meglio: se ne accorgono anche loro, ma subito gli parte la “narrazione” secondo cui ora cambia tutto. Va via Trump il cazzaro, arriva Biden il solido vecchio attrezzo, e si ricomincia come prima.ome sempre in politica, e anche in geopolitica, tocca guardare ai dati materiali – ricchezza, interessi, commerci, ecc – molto più che alle dichiarazioni politiche.

E i dati dell’Amerika sono impietosi.

Spiega su Teleborsa l’ottimo Guido Salerno Aletta che gli Usa sono diventati il più grande debitore al mondo.

“alla fine del terzo trimestre dello scorso anno, la posizione debitoria finanziaria netta degli USA verso l’estero (IIP) ha raggiunto il record negativo di 13.950 miliardi di dollari: a fronte di attività detenute per 29.410 miliardi ha passività per 43.360 miliardi. Rapportata al PIL, è arrivata al 66%.

Per fare un paragone, stanno messi peggio solo i Paesi colpiti dai default bancari e del debito pubblico a seguito della crisi finanziaria del 2008: l’Irlanda ha un debito estero pari al 172% del PIL, la Grecia al 151%, la Spagna al 74%.”

Le percentuali non dicono tutto, perché in dimensione assoluta – in soldoni, insomma – l’indebitamento commerciale Usa (non c’entra niente con il debito pubblico, si tratta dello squilibrio tra merci importate ed esportate) è di gran lunga il più gigantesco.

L’Italia, per capirci, al confronto sta invece benissimo: “è in sostanziale pareggio visto che ha passività nette per appena 28 miliardi di dollari, pari all’1,7% del PIL. Il recupero dell’Italia, che era sempre stata importatrice di capitali e quindi debitrice netta, è stato determinato da un avanzo strutturale, a partire dal 2011, delle partite commerciali con l’estero.”

Perché l’Amerika sta ridotta così male? Alla lunga, non può reggere. Un debitore, infatti, per quanto bene armato, non può pretendere di dettare legge all’infinito… Prima o poi qualcuno non gli passerà più quel che gli serve per vivere (in cambio di dollari che cominciano a puzzare di truffa).

La risposta è secca: “La loro colpa è aver abbandonato sin dagli anni Ottanta l’industria manifatturiera, la Old Economy, a favore della New Economy. Mentre la prima assicura occupazione stabile e redditi dignitosi, la seconda crea colossi tecnologici che svettano per il loro valore di Borsa.”

Una scelta che sembrava furbissima – “facciamo lavorare gli altri al posto nostro, e li teniamo a bada con la nostra finanza e i nostri giganti di Internet” – si è rivelata un disastro sia economico che sociale. Molto copiato in Europa ed anche in Italia.

La old economy, infatti, permette di creare “filiere” e indotti, sia industriali che commerciali. Comparti “satelliti” della grande industria, che però danno da mangiare a tanti dipendenti e permettono il benessere di molti micro-medio-imprenditori (ristorazione, mense, cultura, automobili, case, mobili, ecc). Ma ha il “difetto” di garantire bassi tassi di profitto, oltretutto su tempi lunghi.

L’hi tech e la finanza, al contrario, tendo a concentrare al massimo i capitali in pochissime mani, i profitti sono fantastici, rapidissimi (il tempo di un click, nella finanza speculativa), mentre tutta la struttura intermedia viene continuamente distrutta proprio dai progressi tecnologici (informatici, in primo luogo). Centinaia di professioni spariscono da un giorno all’altro (anche il giornalismo è a serio rischio, perlomeno nel settore dei notiziari economici e sportivi). E tutti quelli che vivevano di quelle attività vanno a ramengo.

Il che crea, comprensibilmente, una certa sofferenza sociale che fa presto a diventare violenta, in una popolazione convinta di essere padrona del mondo di aver dunque diritto al benessere.

Le scene dell’assalto a Capitol Hill sono una fotografia sociologica impietosa della crisi sociale Usa. Sembrava da lontano un film distopico, di quelli che tanto bene riescono a confezionare in quel di Hollywood. Solo che la differenza è piuttosto clamorosa.

Nei film, infatti, è il nemico esterno che attacca l’Amerika. Senza paura di diventare ridicoli, se ci ricordiamo di pellicole come Alba Rossa, in cui l’esercito statunitense cedeva sotto l’invasione di “forze preponderanti” provenienti da… Cuba e Nicaragua! E con i “normali cittadini patriottici” che si davano alla resistenza con le tecniche di guerriglia che proprio cubani e nicaraguensi avevano applicato con successo nella realtà.

A Capitol Hill, invece, erano quasi tutti white, anglosaxon, protestant (ma anche cattolici ed evangelici). Insomma, l’Amerika wasp – il nucleo centrale e dominante dell’equilibrio sociale yankee – si è scagliato contro le proprie istituzioni.

Quanto è grave la crisi per averli portati a questo punto? E come faranno gli Usa ad uscire da una spaccatura verticale – i due elettorati sono pressoché di pari dimensioni, ma quello “suprematista wasp” è sicuramente più armato e soprattutto abituato a sparare impunemente – che rischia seriamente di scivolare nella guerra civile?

Sono le domande che si fanno in tutto il mondo, meno che nelle redazioni servili o nelle segreterie dei partitucoli italiani.

Sta cambiando l’equilibrio del mondo, di fatto. I conservatori, come sempre, saranno gli ultimi ad accorgersene.

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USA, il Grande Debitore

di Guido Salerno Aletta – Teleborsa

Gli Stati Uniti sono i più grandi debitori al mondo. La loro colpa è aver abbandonato sin dagli anni Ottanta l’industria manifatturiera, la Old Economy, a favore della New Economy. Mentre la prima assicura occupazione stabile e redditi dignitosi, la seconda crea colossi tecnologici che svettano per il loro valore di Borsa.

I dati sono impressionanti: alla fine del terzo trimestre dello scorso anno, la posizione debitoria finanziaria netta degli USA verso l’estero (IIP) ha raggiunto il record negativo di 13.950 miliardi di dollari: a fronte di attività detenute per 29.410 miliardi ha passività per 43.360 miliardi. Rapportata al PIL, è arrivata al 66%.

Per fare un paragone, stanno messi peggio solo i Paesi colpiti dai default bancari e del debito pubblico a seguito della crisi finanziaria del 2008: l’Irlanda ha un debito estero pari al 172% del PIL, la Grecia al 151%, la Spagna al 74%.

La Francia ha passività nette pari al 23% del PIL, mentre l‘Italia è in sostanziale pareggio visto che ha passività nette per appena 28 miliardi di dollari, pari all’1,7% del PIL. Il recupero dell’Italia, che era sempre stata importatrice di capitali e quindi debitrice netta, è stato determinato da un avanzo strutturale, a partire dal 2011, delle partite commerciali con l’estero.

La progressione del saldo debitorio americano è impressionante: è peggiorato di quasi duemila miliardi di dollari in meno di un anno, visto che alla fine del 2019 era stato negativo per 11.050 miliardi di dollari. All’inizio del mandato di Donald Trump, considerando i dati relativi alla fine del 2015, il passivo verso l’estero era di -7.460 miliardi. Negli otto anni della Presidenza di George Bush Jr. il passivo americano era passato dai -1.536 miliardi di fine 2000 ai -3.995 miliardi di fine 2008.

Bisogna considerare, ai fini della formazione di questo debito americano verso l’estero, il disavanzo strutturale delle partite correnti, che si aggira ormai stabilmente attorno ai 450 miliardi di dollari l’anno: cumulando i valori negativi registrati tra il 2000 ed il 2020 si arriva ad una somma pari a 10.339 miliardi di dollari. Se a questa ultima cifra aggiungiamo il debito già esistente a fine 2000, pari a 1.536 miliardi di dollari, si perviene ad un totale di 11.875 miliardi.

Non è solo il deficit commerciale americano ad essere finanziato dall’estero, ma anche una parte del deficit annuale che serve a finanziare il bilancio federale: il debito federale detenuto dall’estero, ad ottobre scorso era pari a 7.068 miliardi di dollari. Ci sono Paesi, come la Cina, che non solo non aumentano più il loro portafogli di titoli pubblici americani, ma che lo assottigliano, passando dai 1.101 miliardi di ottobre 2019 ai 1.054 di ottobre scorso.

Il Giappone, invece, continua a reinvestire in Treasury americani una parte assai consistente del suo avanzo commerciale con il resto del mondo: nelle stesso periodo annuale le sue detenzioni sono aumentate di 100 miliardi di dollari netti, passando da 1.168 miliardi e 1.269 miliardi.

Tra i Paesi che hanno una posizione finanziaria internazionale netta in attivo troviamo in testa il Giappone, con un saldo attivo pari a 3.675 miliardi di dollari a fine 2019, corrispondente al 66% del PIL. Segue la Germania ha fatto registrare un attivo di 2.707 miliardi di dollari, pari al 71% del PIL. Segue la Cina, con un attivo di 2.200 miliardi di dollari, pari al 15% del PIL. Seguono Hong Kong e Taiwan, rispettivamente con 1.735 e 1.343 miliardi di dollari, con una percentuale stratosferica sul PIL del 419% e del 220%.

Giappone, Cina, Germania, Hong Kong e Taiwan hanno tutte un saldo commerciale attivo verso il resto del mondo. In particolare, per quanto riguarda gli USA, nel 2019 il saldo per le merci è stato di +345 miliardi di dollari per la Cina, di 69 miliardi per il Giappone, di 67 miliardi per la Germania, di 26 miliardi per Hong Kong e di 23 miliardi per Taiwan (U.S. Trade in Goods by Country).

Nonostante le minacce ed i dazi, Donald Trump non è riuscito ad invertire la tendenza allo squilibrio commerciale americano. Anzi, è stata proprio la vigorosa crescita economica americana cui ha dato impulso fino alla crisi per l’epidemia di Covid-19, che ha mantenuto alto il livello delle importazioni di cui hanno beneficiato tutte le altre economia mondiali.

Gli USA pagano la decisione di abbandonare la manifattura, considerata sin dagli anni di Ronald Reagan un business del passato: ma è ancora la Old economy che continua a dare lavoro e redditi, arricchendo i Paesi che hanno puntato o hanno mantenuto le industrie in questo settore. Nel 2019, infatti, mentre in America la quota della manifattura era appena del 10,9% del PIL, in Cina è stata del 28%, in Germania del 20%. In Italia è scesa al 15%, in Francia al 10%, in Gran Bretagna al 9%.

Wall Street ed i suoi record non bastano a pareggiare i conti.

Il deficit manifatturiero americano ha arricchito Cina, Giappone, Germania…

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