L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 6 gennaio 2021

La Cina non si è piegata al Grande Cambiamento che l'Occidente voleva imporre al mondo intero

Crisi e pericolo giallo
Pensieri in libertà di fine anno

di Carlo Formenti
31 divembre 2020


Tanto Lenin che Gramsci ci ricordano che le crisi economiche e sociali, per quanto gravi, non bastano a garantire la possibilità di un cambiamento rivoluzionario. Perché tale cambiamento possa avvenire, spiegano, è necessario che si verifichino almeno altre due condizioni. In primo luogo, deve esistere una profonda crisi istituzionale, tale da incrinare la capacità delle classi dirigenti di mantenere il controllo sullo Stato e sui suoi apparati (a partire da quelli repressivi). Detto altrimenti: le élite possono perdere l’egemonia, ma se hanno la possibilità e i mezzi di sostituire l’egemonia con il dominio è molto difficile rovesciarle. Inoltre deve esistere una forza politica organizzata, radicata nei territori e nei luoghi di lavoro, dotata di un programma politico che risponda agli interessi e ai bisogni della maggioranza della popolazione, e decisa a conquistare il potere per realizzare un cambio di regime.

Da quando la crisi pandemica è venuta a sommarsi ai postumi della crisi del 2008, generando uno sconquasso economico e sociale di proporzioni gigantesche, paragonabile (se non superiore) a quello provocato dalla crisi del 1929, con un crollo verticale di produzione e consumi, con un tragico aumento dei livelli di povertà, disoccupazione e disuguaglianza sociale (problemi già incancreniti da decenni di guerra di classe dall’alto condotta dai regimi neoliberisti contro le classi subalterne), abbiamo sentito ripetere a ogni piè sospinto la frase <<nulla sarà come prima>>. Ovviamente questa profezia si tinge di coloriture opposte: da un lato, la paura di chi teme di veder messo in discussione il proprio potere dopo quarant’anni di dominio incontrastato, dall’altro, la speranza di chi si augura che ciò possa realmente avvenire.

Oggi la paura dei primi sembra essersi assai ridotta, se non del tutto sopita, mentre la speranza dei secondi si fa di giorno in giorno più debole. A celebrare lo scampato pericolo si è levata, fra le altre, la voce di Aldo Cazzullo che, nella duplice veste di esponente del PD e di opinionista dell’organo ufficiale della borghesia italiana, ha usato – in un recente articolo sul Corriere della Sera – il termine normalizzazione, per descrivere una serie di eventi che consentono alle élite neoliberiste di tirare un sospiro di sollievo: la sconfitta di Donald Trump nelle recenti elezioni presidenziali, accompagnata dalla vittoria di un centrista moderato come Biden (che ha prontamente scaricato la sinistra di Sanders e Ocasio-Cortez, bilanciando il tradimento – ampiamente scontato – delle loro aspettative con la cooptazione di collaboratori “politicamente corretti”: donne, gay, esponenti delle minoranze di colore, tutti rigorosamente moderati di centro come lui); lo spegnersi delle residue velleità antieuropeiste dei populismi europei, sia di quelli impegnati in alleanze di governo con le “sinistre” (come l’M5S e Podemos) sia di quelli di destra (con l’eccezione di Marine Le Pen e di qualche esponente del gruppo di Visegrad); l’happy end della Brexit, conclusasi con un accordo che scongiura il pericolo di guerre commerciali fra Gran Bretagna e il Vecchio Continente; la ritrovata unità della Ue, che concede all’Italia “aiuti” che scongiurano i rischi immediati di tracollo, mentre poggiano il coltello alla gola del Paese, strappandogli implicitamente l’impegno di realizzare “riforme” antipopolari nel medio-lungo periodo.

D’altro canto, ricorda prudentemente Antonio Polito il giorno dopo sulle stesse pagine, i problemi sono tutt'altro che risolti, per cui permangono rischi elevati: <<Siamo ancora immersi nella seconda ondata, e non sappiamo se ce ne sarà una terza; se basterà il vaccino e quando arriverà la seconda dose; se e quando riapriranno le scuole dei nostri figli>> (per tacere dei tempi necessari per una effettiva ripresa del sistema produttivo, aggiungerei io). Ma se parlare di normalizzazione può suonare eccessivo, perché il fatto <<che l’Italia esca presto e bene da questa emergenza è tutt’altro che scontato>>, Polito si consola constatando che, anche se l’attuale governo un po’ alla volta si indebolisce, <<l’alternativa resta avvolta nella nebbia>>.

Non sono certo caveat del genere che possono alimentare le speranze di chi insiste a recitare con bellicoso piglio rivoluzionario il mantra <<nulla sarà come prima>>. Dalla nebbia di cui parla Polito, infatti, può sortire solo il topolino di un rimpasto, oppure un qualche governo di unità nazionale con Draghi, o chi per lui, nel ruolo del Monti di turno, chiamato a celebrare l’ennesimo autodafé degli interessi popolari. E nulla cambierebbe anche se le cose andassero, se possibile, ancora peggio, con un ulteriore aggravamento della crisi economica, dei livelli di disoccupazione, di povertà e di disuguaglianza, perché, in barba ai teorici del “crollismo” (quei marxisti volgari che, a ogni crisi capitalistica, profetizzano la fine imminente del sistema, e che qualcuno sfotteva con la battuta “il capitalismo ha i secoli contati”), le possibilità che si arrivi in tempi brevi a una crisi “terminale” sono pressoché nulle, dal momento che le due condizioni dirimenti di cui sopra (indebolimento radicale degli apparati dello Stato, e presenza di una forza politica capace progettare e mettere in atto un cambiamento rivoluzionario) sono palesemente assenti.

È vero che il potere neo liberale, dopo avere raggiunto il culmine alla fine del secolo scorso, è venuto perdendo autorevolezza e legittimazione a ritmi accelerati, a mano a mano che gli effetti del capitalismo globalizzato e finanziarizzato, dopo avere sbaragliato la capacità di resistenza del proletariato industriale e delle sue organizzazioni politiche e sindacali (le quali non si sono neppure guadagnate l’onore delle armi, avendo abbandonato il campo senza combattere), hanno iniziato a erodere anche le condizioni di vita e di lavoro delle classi medie. Ma quando si perde l’egemonia, resta come si è detto la possibilità di rimpiazzarla con il dominio. Un dominio che oggi non assume le forme “classiche” del fascismo storico, da non confondere con il fenomeno dei populismi di destra (abbaglio di cui sono rimasti vittima i resti delle sinistre radicali, e che li ha convinti a mobilitarsi a fianco dei liberali).

Il dominio, negli attuali regimi liberal democratici, tende ad assumere forme inedite: quelle che chiamiamo post democrazie, democrazie oligarchiche, democrature, accomunate dal rafforzamento dell’esecutivo a spese del legislativo, dai processi di mediatizzazione e personalizzazione della politica, dal trasformismo, dallo smantellamento dei corpi intermedi, dal depotenziamento dei vincoli legislativi al supersfruttamento delle classi subalterne, dalle “riforme” del sistema educativo che lo trasformano progressivamente in una fabbrica di personalità docili e prive di strumenti e spirito critici, dalla imposizione della neolingua e delle ideologie politicamente corrette che rimpiazzano il conflitto sociale con i conflitti di genere, fra generazioni, fra etnie e fra identità sessuali diverse, il tutto all'insegna dell’individualismo e del consumismo eletti a paradigmi di “libertà”.

Nelle durissime condizioni di vita che la crisi impone, e imporrà ancor più in futuro, alle classi subalterne il dominio non può tuttavia essere perseguito esclusivamente con i mezzi appena descritti: occorre anche indicare un nemico esterno, o meglio, occorre convincere la gente che esiste un sistema dove si vive ancora peggio. Questa è la ragione di fondo che spinge l’Occidente a intraprendere una nuova guerra fredda, dove il ruolo di Impero del Male, un tempo impersonato dall'Unione Sovietica, spetta ora alla Cina.

Certo, i motivi di conflitto sono molti e gravi: la Cina, a mano a mano che è passata da “fabbrica del mondo” e riserva di forza lavoro a buon mercato a potenza economica di primo livello, non solo in termini quantitativi, misurabili in tassi di crescita annua del Pil, ma anche e soprattutto in termini qualitativi, grazie al rapidissimo sviluppo del settore high tech, si è trasformata in un poderoso concorrente. Di più: a mano a mano che ha reagito alle guerre commerciali americane scommettendo su un modello di sviluppo “autocentrato”, cioè facendo crescere i salari e promuovendo il consumo interno a fattore trainante, assieme agli investimenti infrastrutturali, della crescita del Paese, minaccia di sottrarre enormi fette di mercato alle economie occidentali. Eppure, finché si resta sul piano puramente economico, è sempre possibile trovare un qualche compromesso, come dimostra il recente accordo fra la Ue e l’impero di mezzo.

La vera sfida è un’altra: è quella che la Cina ha lanciato all'Occidente dimostrando la schiacciante superiorità del suo sistema nell'affrontare la sfida pandemica. Ed è solo l’ultimo affronto che il paradigma liberista ha dovuto affrontare, essendo stato costretto a incassare la clamorosa smentita della tesi secondo cui un’economia pianificata, in cui lo Stato svolge ancora, malgrado le riforme degli ultimi decenni, un ruolo trainante e strategico, non è in grado di competere con la logica del libero mercato. Una sfida pericolosa perché vede crescere, accanto e assieme alla capacità di competizione economica, il soft power del modello cinese, che esercita un’attrazione crescente nei confronti delle nazioni e dei popoli asiatici, africani e latinoamericani.

Per impedire che questa seduzione approdi anche in Europa e negli Stati Uniti, occorre scatenare una tambureggiante campagna per convincere la gente che in Cina si vive male, anzi malissimo. E visto che non lo si può più sostenere rispetto ai livelli di consumo (in pochi anni 800 milioni di cinesi sono usciti dalla povertà e molti di loro fanno ormai parte a tutti gli effetti della classe media, mentre le nostre classi medie minacciano al contrario di sprofondare nel proletariato) si gioca la partita prevalentemente sul terreno dell’ideologia: il regime cinese è totalitario, non rispetta i diritti umani né quelli civili, opprime le minoranze.

Sulla attendibilità di queste accuse, ossessivamente rilanciate da tutti i media e ricorrenti in ogni discorso di politici, accademici e opinionisti senza distinzione fra destra, centro e sinistra, mi sono già espresso nei miei ultimi libri, ai quali rimando. Vorrei qui invece fare alcune considerazioni in merito alla “libertà” di cui avremmo la fortuna di godere noi cittadini occidentali. Mi concentrerò in particolare sul tema della gestione della pandemia.

Com'è noto, per motivare la fallimentare capacità dei nostri Paesi di affrontare la sfida, a fronte del sorprendente successo cinese, si ripete ossessivamente che per quel regime totalitario è stato facile chiudere tutto per stroncare la circolazione del virus, mentre le nostre democrazie hanno dovuto contemperare le esigenze di tutela della salute con le esigenze di libertà dei cittadini. In realtà ciò che si voleva garantire non era la libera circolazione dei singoli, bensì i flussi di merci, denaro e forza lavoro. Interrompere i flussi economici sapendo che potranno essere ripresi senza eccessivi contraccolpi è cosa che può permettersi solo un’economia pianificata a gestione pubblica, non un’economia privata dove tutto è basato sulla libera concorrenza e nella quale ogni stop rischia di tradursi in un bagno di sangue (capitalismo).

Ma veniamo alla presunta maggior tutela delle libertà individuali. I disastri cui abbiamo assistito nell'anno che muore sono l’esito del combinato disposto, da un lato, dello smantellamento dei sistemi sanitari, massacrati da anni di tagli di bilancio, riduzione del personale, chiusura di strutture sul territorio, privatizzazioni selvagge (l'ultimo esempio la vendita ai privati, regalandogli anche una montagna di soldi, del Monte dei Paschi di Siena una volta che gli abbiamo pagato le perdite), dall’altro lato, degli effetti di decenni di diffusione capillare di una cultura radicalmente individualista e consumista che ha generato soggetti, soprattutto giovani, incapaci di sacrificare le proprie esigenze e desideri immediati per il bene della comunità. È questa cultura “libertaria” che ha alimentato le insofferenze di complottisti e No Vax nei confronti dei pur limitati, tardivi e contraddittori provvedimenti pubblici per contrastare il contagio, attaccando “da sinistra” un potere che avrebbe viceversa dovuto essere attaccato per il suo servile piegarsi agli interessi degli imprenditori (quelli grandi e grossi, non i piccoli imprenditori e artigiani che viceversa vengono sacrificati ai processi di concentrazione monopolistica, esito inevitabile di ogni crisi) a spese di quelli della salute.

Ma poi è arrivata la salvezza (come da copione da Oltreoceano): Big Pharma, in cambio di favolosi profitti e della messa a disposizione di un immane campione di soggetti su cui testare i propri esperimenti, ci ha inviato una inaspettata pioggia di vaccini, con grande anticipo sui tempi previsti. E qui scatta la contraddizione: se si vuole tamponare il disastro provocato dai pregressi crimini di lesa sanità occorre che a vaccinarsi siano tutti o quasi, altrimenti addio immunità di gregge. Ma come vincere dubbi, perplessità e resistenze che non riguardano solo le infime minoranze dei No Vax, salvando nel contempo il principio della libera scelta individuale che ci distinguerebbe dai cattivi cinesi?

Semplice: basta contare sul vecchio trucco della non coincidenza fra libertà formale e libertà sostanziale (ricordate cosa scriveva Marx a proposito della libertà del proletario: non vuoi vendere la tua forza lavoro? Nessuno ti obbliga sei libero…di morire di fame). In un post sul suo profilo Facebook Andrea Zhok, intervenendo sul dibattito fra chi vorrebbe rendere obbligatorio vaccinarsi e chi ritiene debba essere lasciato alla libera scelta individuale, ironizza così a proposito dell’intervento del “libertario” Pietro Ichino: <<l’uomo che rinasce dalle bende in cui è mummificato solo quando sente la parola magica “licenziamento”, che ci spiega come sia legalmente sacrosanto licenziare chi rifiuta di vaccinarsi. La chicca è qui che l’ineffabile Ichino ti spiega anche come tu sia assolutamente LIBERO di non vaccinarti, salvo poi venire licenziato. Il che chiarisce bene il concetto di libertà dei liberisti: "O la borsa o la vita" è per loro un classico esempio di libera scelta>>.

Del resto o la borsa o la vita è un’intimazione che ricorre in molti contesti nelle nostre “libere” società: sei perfettamente libero di trasmettere idee “eretiche” ai tuoi studenti, ma non lamentarti se poi non vinci nessun concorso per accedere a un ruolo superiore; sei perfettamente libero di scioperare, ma non aspettarti alcun avanzamento di carriera o aumento di stipendio. Libertà, libertà, libertà ma sempre formali, mai sostanziali, come si azzardava a rivendicare la nostra Costituzione (anacronistica in una società dove tutti si illudono di avere conquistato il “diritto di avere diritti”).

Nemmeno in Spagna il vaccino sarà obbligatorio, ma il governo ha annunciato che terrà un registro di chi rifiuterà le dosi e lo condividerà con l’Unione Europea. Vuoi vedere che il primo, vero passo verso l’unificazione politica dell’Europa sarà l’istituzione di uno schedario dei renitenti al vaccino? Ancora: sei libero ma…Il ministro della Sanità spagnolo rassicura dicendo che i nominativi non saranno resi pubblici né accessibili ai datori di lavoro (chi crede ancora a queste rassicurazioni sulla privacy dopo Assange e Snowden?).

Ma il pericolo giallo incombe e l’Occidente, ora che grazie alla caduta di Trump può tornare a immaginarsi come un blocco unito, si compatta attorno a questa battaglia egemonica che si gioca sempre di più sul terreno dei simulacri della libertà, della democrazia e dei diritti umani, anche perché la realtà impone di prendere atto che, sul piano demografico, rappresenta ormai un decimo della popolazione mondiale e che, nel giro di vent’anni, anche sul piano della potenza economica rappresenterà solo una frazione di quella globale, per cui gli restano appunto solo la potenza militare (concentrata nei soli Stati Uniti) e il soft power ideologico. Eppure non cessa di vedere le cose da una prospettiva eurocentrica, a considerarsi portatore del “fardello dell’uomo bianco”, quasi fosse ancora in possesso dei suoi imperi, ad arrogarsi il diritto di interferire negli affari interni altrui in quanto investito del compito di diffondere (leggi di imporre) ovunque le sue idee, i suoi principi e i suoi valori che continua, non si capisce in nome di cosa, a considerare “universali”.

Forse in nome di un’investitura divina? Peccato che, come lamenta Ernesto Galli della Loggia (vedi il Corriere della Sera del 30 dicembre), la fede cristiana arretri in tutto il mondo, a partire dalle sue roccaforti settentrionali in cui è nato quel compromesso cristiano-borghese <<instauratosi dopo la Rivoluzione francese che fino a qualche tempo fa era tipico di tutte le classi dirigenti occidentali>>. Qui la nostalgia del laico Galli della Loggia fa eco a quella espressa da Giuliano Ferrara qualche anno fa, allorché, da ateo dichiarato, esaltava la funzione egemonica dell’istituzione ecclesiastica a sostegno del regime liberale. Altri tempi, ora c’è un papato, lamenta ancora Galli della Loggia, che, invece di occuparsi dei “guai di casa sua” (in tutto l’articolo la Chiesa è trattata come una sorta di Stato estero più che come una millenaria istituzione religiosa) si occupa di ecologia, disuguaglianza economica e sociale, miseria, ingiustizia, effetti catastrofici del “libero” dispiegarsi degli istinti associati agli animal spirit del capitale. Roba da ideologie pauperiste e cripto socialiste, sembra dirci Galli della Loggia.

Invece i veri problemi sarebbero: 1) la mancanza di democrazia interna (per eleggere i papi invece del conclave dovrebbero indire le primarie, come il PD?), per cui il nostro, visto che papa Francesco continua a cooptare suoi uomini nella gerarchia, teme che non si possa formare un’opposizione interna in grado di eleggere un successore più ligio al “compromesso cristiano-borghese”; 2) ça va sans dire il mancato rispetto delle quote rosa: basta con questa Chiesa che nega alle donne l’accesso ai ruoli politici che contano. Insomma, cosa aspettiamo ad esportare in Vaticano democrazia e femminismo, come si vorrebbe fare in Cina, a Cuba, in Venezuela, in Bolivia, ecc. ma che purtroppo non si può fare senza pagare prezzi troppo alti. Almeno il papa, come qualcuno diceva in passato, non ha molte divisioni da schierare…

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