L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 18 gennaio 2021

La conferma che la Francia ha sempre anteposto i propri interessi a quelli di Euroimbecilandia e gli euroimbecilli TUTTI ne sono ben consapevoli lo permettono mentre schiavizzano l'Italia e questa si fa schiavizzare

ECONOMIA

La Francia si riscopre sovranista e blocca l’offerta canadese per Carrefour

L'Europa ogni tanto si dimentica di essere super partes e strizza l’occhio a Macron & co

di Marco Scotti
Venerdì, 15 gennaio 2021 - 17:15:00


Sono tutti francesi con le imprese degli altri. Se volessimo riassumere con una battuta il modo in cui i nostri cugini d’Oltralpe si comportano quando qualcuno – sacrebleu – prova a mettere le mani sulle loro aziende è proprio questo: un muro. Un invalicabile, indistruttibile muro che respinge al mittente qualsiasi tentativo di fare “shopping” a Parigi. E dire che, a parte invertite, i francesi sono sempre stati prodighi, specialmente nei nostri confronti. Ma prima di ricordare alcuni passi salienti del rapporto tra noi e i transalpini, va sottolineato come ancora una volta il governo si sia messo di traverso, bloccando l’offerta con cui i canadesi di Couche-Tard volevano rilevare Carrefour. La catena di supermercati – che è sbarcata in Italia nel 2000 acquistando il gruppo Gs e i DìPerDì – ha fatturato 80 miliardi a livello globale, forte anche di accordi con Tencent, Alibaba, Google e Tesco solo per citare i più significativi. Gestisce più di 12mila negozi, oltre il 50% dei quali fuori dai confini patri ed è il maggior datore di lavoro francese privato con oltre 320mila dipendenti. Dal canto suo Couche-Tard viene valutato più di 37 miliardi di dollari, ha 2.700 punti vendita in Europa e altri 2.200 in giro per il mondo. Un colosso, che è però stato rispedito al mittente.

Facile comprendere che dietro alle barricate politiche ci sia il timore che il più grande datore di lavoro privato venga assorbito da un gruppo straniero, che possa compromettere l’occupazione interna in un momento drammatico per l’economia mondiale. E dunque, fuor di battuta, ben venga qualsiasi tipo di prudenza quando sono in ballo la salute e il futuro lavorativo di oltre 300mila persone, in pratica l’intera città di Firenze.

Ma Parigi, negli anni passati, non è stata così prudente quando si è trattato di andare a fare acquisti. Forte di due gruppi giganteschi come Kering e Lvmh, buona parte dei più famosi brand di moda (molti dei quali italiani) sono ora sotto il controllo dei francesi. E riducendo il rapporto soltanto all’asse Roma-Parigi, sono 1.925 le imprese nostrane controllate da proprietari francesi, che danno lavoro a oltre 260mila persone. Si tratta di marchi storici come Gucci, Pomellato, Bulgari, Loro Piana, Fendi e Bottega Veneta, ma anche – in altri ambiti – della fusione tra Luxottica ed Essilor (con quotazione alla borsa di Parigi) o dell’ingresso di Vivendi in Mediaset e in Tim. E ancora: la Banca Nazionale del Lavoro fa parte di Bnp Paribas, così come Cariparma e Friuladria; Nuova Tirrenia è stata ceduta a Groupama da Generali e Pioneer è passata da Unicredit ad Amundi. Il tutto senza citare la vicenda Fca-Psa, in cui una fusione paritetica si è riscoperta in realtà un’acquisizione da parte dei francesi che hanno avuto la maggioranza dei seggi in cda e l’amministratore delegato.

Insomma, un vero e proprio “saccheggio”. Secondo i dati aggiornati al 2018, il differenziale tra quanto acquistato dalla Francia (73 miliardi) e quanto ha fatto il percorso inverso (41 miliardi) è di oltre 32 miliardi. Secondo Kpmg, nel periodo 2006-2016, la Francia ha rilevato 185 aziende italiane per 50 miliardi di controvalore, contro gli 8 dell’Italia. L’unico tentativo di argine è stata la legge “anti scorrerie” voluta dall’allora ministro Carlo Calenda che imponeva a qualsiasi azienda straniera di esplicitare le proprie intenzioni una volta superata la soglia critica del 5%.

In Francia, invece, le cose sono assai diverse. Basti ricordare la vicenda dei cantieri navali Saint Nazaire, una storia infinita fatta di rimandi, rilanci, intromissioni e quell’1% in mano al governo francese che ha di fatto congelato l’accordo (nei giorni scorsi c’è stata ancora una proroga). Formalmente, si dice, perché Fincantieri avrebbe avuto una quota troppo significativa nel mercato della cantieristica. Ma la verità è che Parigi temeva un trasferimento di competenze nel settore della crocieristica.

Prima che Fca e Psa trovassero un accordo, sembrava cosa fatta il via libera alla creazione di un tandem Renault-Fca. Ma anche lì lo stato francese ebbe da ridire e non se ne fece nulla. In quel caso, infatti, il governo – che detiene il 15% del colosso automobilistico – ha posto condizioni pesanti: prima il mantenimento della “testa” del gruppo in Francia, poi la richiesta di due membri del cda. E a quel punto Elkann e soci hanno abbandonato il tavolo delle trattative. Unica soddisfazione? Che alla guida del gruppo Renault sia stato chiamato un italiano, Luca De Meo.

In conclusione: se è sacrosanto immaginare che i governi nazionali tutelino gli interessi occupazionali, di know-how e perfino strategici del Paese, lo è un po’ meno pensare che tutto questo possa avvenire in barba alle regole sul libero mercato che dovrebbero regnare in Europa. E la stessa Europa, se da una parte prova a vigilare con la sua potentissima commissaria Vestager, dall’altra ogni tanto si dimentica di essere super partes e strizza l’occhio a Macron & co. Sarà il fascino dell’Eliseo...

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