L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 22 gennaio 2021

La gestione occidentale dell'influenza covid ha raggiunto l'obiettivo, la distruzione di capitali, uomini, merci e mezzi di produzione

Alto debito pubblico e corporate, e una generazione perduta di giovani aziende: il mix esplosivo che minaccia la ripresa globale

21 gennaio 2021

Getty Images

La pandemia, il lockdown e le misure necessarie per contenere la diffusione del contagio hanno avuto un duro impatto sul Pil mondiale. Le stime di crescita per i prossimi anni sono negative, e diversi fattori potrebbero incidere sulle capacità delle economie di riprendersi. Debito pubblico e corporate che crescono in modo drammatico, disoccupazione, minori investimenti, il commercio internazionale rallentato, giovani e piccole aziende che chiudono i battenti sono tutte conseguenze della crisi provocata dal Covid e gettano un’ombra sulle nostre prospettive di lungo termine. Al punto che Oxford Economics non solo prevede una riduzione del Pil mondiale nel 2025 del 2 per cento, pari a 2,1 trilioni di dollari, ma arriva a considerare come plausibile anche un calo del 5 per cento, pari a 4,9 trilioni di dollari.

Oxford Economics

I ricercatori dell’organizzazione britannica arrivano a questa nuova stima nello studio “The scars of Covid-19“, in cui analizzano i diversi fattori, in parte prodotti e in parte aggravati dall’emergenza sanitaria ed economica, che mettono a rischio la ripresa. A cominciare dal debito pubblico, che ha avuto un’impennata nel corso del 2020: per le potenze del G7, il debito ha raggiunto il 145 per cento del Pil, rispetto al 127 per cento del 2019. Un trend negativo che potrebbero spingere i governi ad adottare politiche di austerità non necessarie: “Tra queste, tagli agli investimenti pubblici che colpiscono la produttività (una replica dell’errore commesso durante la crisi finanziaria globale). Tasse più alte potrebbero avere un impatto sulla crescita nel lungo tempo”, scrivono gli autori del report.

Oxford Economics

Anche il debito societario è aumentato lo scorso anno: per i paesi del G7 si tratta nel complesso di un balzo dal 105 al 115 per cento in rapporto al Pil rispetto al 2019 (con il picco al 120 per cento). La possibile conseguenza è una spesa crescente per gli interessi che toglie spazio a investimenti produttivi, alimentando “un’atmosfera di cautela che dà priorità a mettere a posto o tenere sotto controllo il bilancio rispetto ad assumere nuovi rischi o a puntare sull’innovazione”, aggiungono gli esperti di Oxford Economics, precisando però che “l’iniziale crescita dei costi di finanziamento è rallentata”.

La recessione porta con sé disoccupazione e crea un contesto economico in cui è più difficile per le piccole aziende crescere e prosperare. E una generazione perduta di nuove e giovani imprese ha terribili ripercussioni sulla creazione di nuovi posti di lavoro. Come fa notare l’organizzazione britannica citando uno studio di Petr Sedlacek, il crollo nella nascita di nuove attività economiche dopo la grande crisi finanziaria del 2008 avrebbe contribuito alla disoccupazione americana di un 0,5 punti percentuali anche dopo 10 anni. Durante l’emergenza del coronavirus si è assistito a un simile processo, ma di minore intensità, che potrebbe determinare una diminuzione del 0,15 per cento del Pil mondiale entro il 2025.
Oxford Economics

Come mostra la tabella, altri fattori che incideranno sulle prospettive di crescita sono maggiori difficoltà di accesso al credito, la riduzione del commercio mondiale e degli investimenti. Il rapporto tra importazioni mondiali e Pil globale potrebbe subire un calo di un punto percentuale entro il 2025. “Alcuni studi individuano un legame tra un minore volume di scambi internazionali e la produttività, suggerendo che questo calo di un punto percentuale potrebbe comportare un taglio del Pil nel lungo periodo del 0,2 per cento”, si legge nel report. Inoltre, un minore livello di crescita potrebbe alimentare spinte protezioniste nei vari paesi. Infine, il declino degli investimenti rischia di condizionare negativamente il Pil, abbattendo la crescita dell’1,2 per cento da qui a cinque anni.

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