L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 11 gennaio 2021

La schizofrenia di tutti gli euroimbecilli nostrani. Per rispettare le regole infrangono le ... regole. Monte dei Paschi di Siena deve essere banca pubblica

FINANZA E POLITICA/ Quella strana Opa di Mps su UniCredit

Pubblicazione: 11.01.2021 Ultimo aggiornamento: 08:29 - Nicola Berti

Il tentativo del Mef di stabilizzare Mps presso Unicredit entra nel vivo: con percorsi incerti e talvolta paradossali fra Stato e mercato

Pier Carlo Padoan (LaPresse)

Osservato con le categorie della finanza di mercato – quelle peraltro tuttora valide in Italia e nella Ue – il tentativo di aggregare Mps con UniCredit può rientrare nel format dell’Opa “non concordata”. Un bid promosso dalla banca senese (di cui lo Stato è oggi azionista di maggioranza assoluta) su quella milanese, gruppo paneuropeo a proprietà interamente privata e diffusa in Borsa. È infatti il Tesoro italiano a premere su UniCredit perché accetti una fusione con Mps: che deve tornare al più presto privato per rispettare gli impegni assunti in sede Ue quattro anni fa all’epoca del salvataggio statale.

Quell’accordo fu siglato da Piercarlo Padoan, allora ministro dell’Economia nel governo Renzi. Lo stesso Padoan è stato cooptato poche settimane fa nel Cda UniCredit e preconizzato alla presidenza in occasione del rinnovo ordinario della governance in programma in primavera. È stato un passaggio che ha fatto inarcare più di un sopracciglio, pur possedendo tutti i carismi della legalità istituzionale e societaria. Fino all’ottobre scorso l’ex ministro era infatti deputato del Pd, eletto nel 2018 proprio a Siena.

Il blitz che lo ha portato al vertice UniCredit è maturato – nel comitato consiliare della banca preposto alle nomine – fra il presidente Claudio Bisoni, l’amministratore delegato Jean Pierre Mustier e Stefano Micossi; un consigliere indipendente, scelto già tre anni fa per rispondere alle nuove prescrizioni Bce sugli amministratori di banca. Finora, quindi, gli azionisti UniCredit sono rimasti completamente esclusi da ogni valutazione su Padoan e sulle possibili ripercussioni strategiche della sua presidenza. I soci, i proprietari di UniCredit, hanno invece dovuto fare i conti con due sviluppi.

L’arrivo di Padoan ha originato un’escalation di voci sulla volontà del Mef di stabilizzare Mps – sostanzialmente in dissesto già nel 2016 – accasandolo in Piazza Gae Aulenti. A stretto seguito, Mustier ha annunciato la volontà di abbandonare la guida di UniCredit, senza peraltro mai confermare che alla base vi siano stati immediati dissidi con Padoan sulla prospettiva Mps. Allorché l’incertezza sulla scelta del nuovo Ceo si è aggiunta ai rumor sull’ipotesi Monte (di cui il mercato non è mai stato informato neppure a grandi linee) il titolo UniCredit è crollato in Borsa. Alla vigilia delle dimissioni di Mustier l’azione quotava 9,2 euro: in un mese è caduta fino un minimo di 7,4 euro (-19%), bruciando fino a 4 miliardi di valore di Borsa. Solo negli ultimi giorni è risalito (a 8,17 euro venerdì): ma esclusivamente in virtù di nuove raffiche di voci incontrollabili. Al Mef il “dossier Uci-Mps” sarebbe stato arricchito da una specifica dote pubblica: la pulizia finale delle sofferenze creditizie UniCredit (non esclusi, forse, neppure quelli accumulati fuori d’Italia, principalmente in Germania e Austria) presso la bad bank Amco. Quest’ultima è in ogni caso controllata dal Tesoro e l’ipotesi potrebbe quindi incontrare nuove obiezioni Ue, sempre sul versante critico degli aiuti di Stato nelle crisi bancarie: a carico del contribuente e a distorcere la concorrenza.

Nel frattempo il malumore – oggettivo – degli azionisti è emerso anzitutto sul Financial Times: che ha ripetutamente bocciato il pressing del Tesoro italiano, facendo eco anzitutto ai grandi investitori internazionali. I primi quattro azionisti noti di UniCredit sono: Blackrock (5%), Capital Research (5%), Norges bank (3%) e Atic (2%). Seguono: Delfin (Leonardo Del Vecchio, 1,9%), Fondazione Cariverona (1,8%) e Fondazione Crt (1,6%) e il colosso assicurativo tedesco Allianz (1,1% diretto). Defin e le due Fondazioni – azionisti storici del gruppo – non hanno smentito voci di sentiment nettamente negativo sul momento di UniCredit: privo di guida mentre si trova sotto pressione da parte dello Stato italiano, intenzionato a usare ogni mezzo pur di scaricare su UniCredit e suoi suoi azionisti una banca in grossa difficoltà.

Come se non bastasse, il caso Mps è finito nelle ultime ore direttamente sul tavolo della crisi di governo: durante il vertice di maggioranza di venerdì, M5s ha infatti imposto un brusco colpo di freno ai piani del ministro Roberto Gualtieri. La guida operativa del Monte è stata infatti affidata meno di un anno fa a Guido Bastianini, indicato da Mps nell’ultima lottizzazione delle nomine pubbliche. E M5s non ha mai fatto mistero di gradire la rinascita di un polo bancario pubblico: ad esempio concentrando le due banche salvate dallo Stato (Mps e Popolare di Bari) sotto il controllo della Cassa Depositi e Prestiti.

È così che – sullo spartiacque scivoloso fra Stato e mercato – ogni pronostico sull’“Opa” di Mps su UniCredit è impossibile, senza escludere alcun esito: anche i più paradossali. Ad esempio: una proposta in arrivo da Mps a UniCredit su iniziativa dell’azionista Tesoro, ma senza l’appoggio dell’amministratore delegato della banca. Oppure: una valutazione (magari inizialmente positiva) della proposta da parte del Cda UniCredit, nel quale peraltro sia il presidente che l’amministratore delegato sono in uscita certa e tutti gli altri consiglieri in attesa di rinnovo al vaglio imminente dei soci. Compreso il consigliere Padoan, preconizzato alla presidenza.

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