L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 3 gennaio 2021

La Strategia del doppio binario si dispiega anche in Euroimbecilandia. Aprendo il suo mercato agli investimenti europei si creano legami sottili sempre più difficili da sciogliere

Accordo UE-Cina: cosa significa per Italia?

2 Gennaio 2021 - 12:31

L’accordo UE-Cina sugli investimenti preannuncia una svolta economica: quali vantaggi - e sfide - per l’Italia?


L’accordo UE-Cina sugli investimenti ha lasciato il segno in un turbolento 2020, soprattutto da un punto di vista economico.

L’avvicinamento tra il vecchio continente e il gigante asiatico è stato salutato con entusiasmo a Bruxelles, che dopo trattative lunghe e complesse è giunta a stipulare un’intesa strategica, con la quale favorire il blocco dei 27 Paesi e avvicinare Pechino a regole di trasparenza e standard occidentali.

Cosa significa questa partenership UE-Cina per l’Italia? La sfida è stata lanciata anche nel nostro Paese, tra vantaggi e rischi di non cogliere l’opportunità.

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Quali vantaggi per l’Italia con l’accordo UE-Cina?

Se l’intesa economica-commerciale appena siglata da Unione Europea e Cina ha come obiettivo stimolare i reciproci investimenti in settori chiave, l’Italia non può che essere interessata alle più agevoli condizioni che verranno a crearsi.

Il nostro Paese, infatti, potrebbe innanzitutto approfittare di scambi facilitati in un comparto strategico per la crescita del Prodotto Interno Lordo: l’automotive, che rappresenta fino al 7% del PIL nazionale e sul quale Pechino si è impegnata a collaborare.

L’intenzione della potenza asiatica sarebbe, infatti, di aprire con maggiore trasparenza e semplicità l’accesso al suo mercato interno ad aziende europee in un settore cruciale: le auto elettriche ed ibride.

Non solo, con l’accordo UE-Cina vengono rimossi ostacoli ad investimenti nei comparti telecomunicazioni, sanità ed energia. Di nuovo, l’Italia può approfittarne, in primis con le aziende nazionali leader come Eni ed Enel.

E poi anche con imprese sanitarie che volessero investire nella sanità privata per la popolazione - numerosa e bisognosa di beni e servizi - cinese, oltre a poter osare nel tanto rilanciato settore delle telecomunicazioni (anche questo alleggerito da ostacoli con l’accodo).

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I rischi di non cogliere l’opportunità

Come tutte le novità, anche l’accordo UE-Cina stimola sfide complesse e, per alcuni versi, inesplorate.

L’apertura del mercato asiatico a investimenti più facili e dalle regole condivise, infatti, interroga sulla capacità degli Stati di saper cogliere un’occasione che richiede cambiamenti anche culturali e di approccio.

L’Italia sarà in grado di sfruttare l’accesso cinese? Se lo chiedono innanzitutto esperti, come l’economista Geraci in un’intervista su Agi news: “ci sono diverse ragioni che mi fanno dubitare sulla capacità italiana di sfruttare questo accordo”

L’economista ne cita almeno tre. Innanzitutto la visione diffusa che investire all’estero significhi delocalizzazione e quindi sia valutato negativamente. Poi c’è da considerare la scarsa conoscenza delle Pmi italiane del mercato cinese. Infine, la questione politica: diversi partiti insistono sulle responsabilità di Pechino nella gestione pandemica e sui temi dei diritti umani, che potrebbero non giovare all’immagine dell’Italia in terra cinese.

D’altronde, la grande sfida europea con questo storico accordo è anche quella di avvicinare Pechino a standard legislativi e di rispetto dei diritti (anche del mondo del lavoro) di tipo occidentale.

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