L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 9 gennaio 2021

Lanciare il sasso nel lago è opportuno anche se si è consapevoli che è quasi inutile

L’ora di una nuova Bretton Woods. La proposta di Tria e Arcelli

Di Gianluca Zapponini | 08/01/2021 - 


Le regole sancite 76 anni fa nel New Hampshire rischiano di essere superate da un’economia cambiata dalla pandemia. Anzi, già lo sono. Per questo servono nuovi equilibri capaci di garantire globalizzazione per tutti e inter-connettività tra gli Stati. Le riflessioni dell’ex ministro dell’Economia e dell’economista dell’Università Marconi nel saggio pubblicato negli Usa Towards a Renewed Bretton WoodsAgreement

Era il 1944, in un mondo sconvolto dalla Seconda Guerra Mondiale, a Bretton Woods, nel New Hampshire, venivano gettate le basi della finanza moderna. 76 anni dopo, anno 2020, il mondo è sempre sconvolto ma non dalle bombe, bensì dalla pandemia da coronavirus. Ma la sostanza non cambia, serve una nuova Bretton Woods, formato Terzo Millennio. Ne sono più che convinti gli economisti Giovanni Tria, ex ministro dell’Economia, e Angelo Federico Arcelli, dell’Università Guglielmo Marconi, autori del mini-saggio Towards a Renewed Bretton WoodsAgreement. 

NUOVI EQUILIBRI

“Il mondo ha bisogno di un’estensione del multilateralismo, dal ristretto mondo finanziario ed economico in cui è stato confinato dalla visione parziale di Bretton Woods a una visione più ampia, con istituzioni globali che davvero affrontino le sfide della globalizzazione in tutte le sue implicazioni. Questo ampliamento di visione è specialmente importante per le istituzioni europee, perché siamo arrivati a livelli di integrazione unici al mondo e, se non agiamo, rischiamo, in definitiva, il collasso disastroso di un intero continente”, spiegano Tria e Arcelli.

“La globalizzazione è arrivata in un momento decisivo, con la crisi pandemica che ha improvvisamente posto degli ostacoli a dei processi che sembravano irreversibili e che riguardano la crescita e la connettività dei Paesi di tutto il mondo”, si legge ancora nello studio. “Dunque in questo momento, dopo l’esplosione della pandemia oggi la globalizzazione ha assunto nuovi significati e nuovi volti. Questo significa che la pandemia e la sua durata dipenderanno anche dalla velocità delle risposte politiche messe in atto”.

BRETTON WOODS FORMATO 2020

L’idea di fondo che muove il ragionamento dei due economisti è che oggi serve una nuova base di regole dalle quali ripartire. “La situazione odierna sembra aver in qualche modo raggiunto i limiti e gli equilibri sanciti 75 anni fa a Bretton Woods, i quali hanno regolato la finanza e l’economia in questi decenni, a partire dagli anni della guerra. Ora però l’economia mondiale, privata e pubblica, deve trovare il modo di sterilizzare i rischi della pandemia”. Come? “Con un insieme di regole neutrali, che possano anche sostenere un settore privato in difficoltà che non riesce spesso a provvedere a se stesso”.

In buona sostanza, “noi adesso abbiamo bisogno di pensare a un nuovo schema per i prossimi anni, uno schema che coinvolga tutte le grandi economie del mondo, incluse quelle emergenti. Come fu nel 1944 oggi abbiamo bisogno di nuovi accordi per ridefinire i meccanismi della finanza e garantire nuovi equilibri nei flussi di ricchezza”.

IL PROBLEMA CINA

Nelle riflessioni di Tria e Arcelli finisce anche la Cina. Anche qui c’è una barriera da superare. E cioè “la competizione tecnologica per l’egemonia sul mondo tra Cina e Stati Uniti. Una competizione che impedisce nei fatti una corretta ed equa innovazione in tutto il pianeta, ma la confina dentro due specifiche aree”. Forme, dicono i due economisti, “di de-globalizzazione, pericolose per il mondo ma soprattutto per l’economia”. Perché “non possiamo programmare il nostro futuro, anche in Italia, senza inquadrarlo nel mondo globalizzato al quale siamo connessi, anzi iper-connessi”.

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