L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 10 gennaio 2021

Lo SPREAD dipende dalla Bce, quando sale e quando scende. Lo spauracchio abbattuto ed eliminato dall'influenza covid


10 GENNAIO 2021

Che fine ha fatto lo Spread? Il tema più gettonato e discusso del 2011 è completamente scomparso dai radar negli ultimi anni. Come mai? Gli ultimi dati parlano chiaro: è da dicembre 2015 che lo spread tra Btp e Bund tedesco non scende sotto la fantomatica “quota 100”. Nella giornata di venerdì ci siamo davvero molto vicini, chiudendo a 101,8 punti base. Il rendimento del decennale si attesta allo 0,492% dopo aver aggiornato il minimo a 0,474%. Secondo gli esperti, come spiega l’Agi, è sintomo della propensione al rischio degli investitori che scelgono titoli “periferici” preferiti alla controparte tedesca. Tra i governativi europei i titoli italiani sono quelli più comprati sia in termini di spread sul Bund tedesco sia in termini di discesa dei rendimenti. Come spiega La Repubblica, è fondamentale il ruolo giocato dalla Banca centrale europea (Bce), nel sostenere i corsi dei titoli e tener drasticamente bassi i tassi di interesse. Di tale situazione, naturalmente, ne approfitta il tesoro.

Per un debitore che quest’anno si appresta a emettere 222 miliardi solo per rinnovare i titoli a medio lungo termine in scadenza (senza contare i Bot), osserva sempre La Repubblica, e in più deve fronteggiare un fabbisogno previsto in 140 miliardi a fine 2020 (cifra soggetta a molte variabili in corso dell’anno) veder scendere l’asticella dei rendimenti è davvero una benedizione. L’anno scorso ha risparmiato circa 2 miliardi sulla spesa per interessi, grazie al calo dei tassi, per un totale intorno ai 62 miliardi.

Il ruolo cruciale della Banca centrale europea

Era il marzo dello scorso anno quando la Bce svelava il piano d’acquisto di 750 miliardi di euro di obbligazioni, con un impegno “senza limiti” per difendere la zona euro dalla crisi provocata dalla pandemia da Covid-19. In meno di due mesi, la Bce ha acquistato titoli di stato italiani per 37,36 miliardi ai quali si aggiungono gli acquisti per 2,85 miliardi effettuato tramite gli acquisti del Qe2 “standard”. Nei primi mesi di PEPP, decollato a fine marzo e con dati a fine maggio, la Bce ha acquistato attività per 234,665 miliardi, di cui 186,6 in titoli di Stato. L’effetto è quello alzare i prezzi dei titoli acquistati, ridurne il rendimento e iniettare liquidità alle banche e abbassare i tassi di interesse. Ciò comporta che la Bce offre più moneta, riducendo il costo dei prestiti tentando così di stimolare gli investimenti e la ripresa.

I tassi d’interesse li fissa la Bce

Infatti, come spiega il giornalista economico e saggista Thomas Fazi, i tassi di interesse non li fissano i mercati; li fissa la banca centrale. Ed è facile intuire perché: tra i “consumatori” di titoli di Stato che influiscono sulla domanda finale – e dunque sui tassi di interesse – c’è anche la banca centrale, che anzi è il “consumatore” più potente di tutti, visto che è l’unico che può creare dal nulla tutta la moneta di cui ha bisogno. Che ha, per così dire, un arsenale illimitato. Ed è per questo che può tranquillamente fissare il tasso di interesse al livello che vuole: perché se i mercati si rifiutano di sottoscrivere i nuovi titoli emessi al tasso di interesse fissato dalla banca centrale, quest’ultima può sempre comprare i titoli essa stessa.

Nel 2011, ricordava a suo tempo Renato Brunetta su IlGiornale, i rendimenti dei titoli del debito pubblico della Germania sono su una curva ascendente per i problemi della finanza privata: le banche a rischio per i loro comportamenti spericolati e i loro investimenti sbagliati. La reazione è geniale, cinica e irresponsabile: la Germania decide di trasferire la crisi del suo sistema bancario sui Paesi più deboli dell’Eurozona vendendo e dando indicazioni di vendere i titoli del debito sovrano. A giugno 2011, Deutsche Bank vende titoli greci per 500 milioni di euro e titoli di Stato italiani per 7 miliardi. Questo innescò una reazione a catena che genera panico sui mercati e apre la strada alla crisi, con spread alle stelle.

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