L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 8 gennaio 2021

Mai successo che un'influenza da virus Rna fosse monitorata, mettere in evidenza il COME è ragionevole e logico, con tanto ardore e continuità in tutto il mondo e per cui cure efficaci diventano proibite e devono essere obbligatoriamente abbandonate, pare che l'obiettivo è portare i malati all'ossigenoterapia forzata e mettere nel calderone dei contagiati gli asintomatici senza spiegare la differenza ma per far numero negativo

Da Stiglitz a Bernanke, ecco le ricette anti crisi degli economisti
Di Salvatore Zecchini | 08/01/2021 - 


Anche quest’anno si è svolto l’incontro annuale, stavolta in streaming, degli economisti di tutto il mondo organizzato dall’American Economic Association. Analisi e commenti sulla pandemia e le conseguenze sociali ed economiche della crisi che ha portato con sé. Tutti gli interventi raccontati e analizzati da Salvatore Zecchini

Neanche la pandemia e i lockdown in corso hanno impedito di tenere quest’anno la riunione annuale degli economisti di tutto il mondo organizzata dall’American Economic Association e dalle consociate, evento che si è tenuto online nei giorni scorsi.

È un’occasione importante per tastare il polso delle maggiori economie e fare tesoro delle centinaia di ricerche in campo sociale ed economico che si tengono nelle maggiori università e nei centri di ricerca. Come negli altri anni da queste analisi e dai dibattiti che ne sono seguiti si possono trarre molti spunti di riflessione, che non solo gli specialisti di questioni economiche e sociali, ma i governanti farebbero bene a tenere presente per migliorare l’impostazione e l’efficacia delle loro politiche.

Guardando alle difficoltà della nostra economia e agli interventi del governo, l’attenzione va concentrata su alcuni temi, in specie l’evoluzione della pandemia nel confronto con quelle precedenti, il suo impatto su crescita economica ed occupazione nei maggiori paesi, le conseguenze sulla distribuzione dei redditi tra individui, le risposte dei governi e l’evoluzione nei prossimi anni alla luce di alcune nuove tecnologie dalle implicazioni dirompenti sugli assetti produttivi esistenti.

Iniziando dalla pandemia, colpisce il confronto con quelle precedenti degli ultimi trenta anni e con quella cosiddetta “spagnola” iniziata nel 1918. Mentre quelle relativamente recenti (H1N1, Ebola, Mers, Zica) hanno avuto una portata limitata nella durata e nella diffusione geografica, quella di un secolo fa ha avuto dimensioni e trasmissibilità comparabili a quella attuale. Il richiamo a questa lontana esperienza è importante per il decorso negli anni: durò infatti circa quattro anni, a più ondate di contagi, coinvolse gran parte della popolazione mondiale e si estinse gradualmente per cause non del tutto chiare, in quanto mancavano le conoscenze per produrre vaccini efficaci, né fu chiaro che si raggiunse la “immunità di gregge”. Rispetto alla “spagnola” quella attuale offre il rimedio della progressiva disponibilità di vaccini, peraltro di efficacia ancora da provare nella durata ed intensità, ma è chiaro dal raffronto che non si uscirà entro l’anno in corso dalla epidemia da Covid-19, che gli effetti si prolungheranno nel prossimo anno e le conseguenze si faranno sentire a lungo in più direzioni.

È singolare che l’Italia risulti, ieri come oggi, un Paese ad alta mortalità come conseguenza di questo genere di pandemie: già durante il periodo della “spagnola” il tasso di mortalità del Paese superò quelli di Germania, Francia, Uk, Usa, Austria e Svizzera, in contrasto perfino con quello degli eventi bellici del 1915-1918, quando era risultato inferiore a quelli degli stessi Paesi europei (Uk, Francia, Germania, Austria, Ungheria e Turchia). La più alta mortalità da Covid in Italia rispetto ai Paesi europei non si può oggi attribuire al diverso grado di severità adottato dai governanti nelle restrizioni, perché quelle italiane sono tra le più rigorose in Europa. Sembra, invece, che sia da associare alle consuetudini di rapporti sociali e contatti che caratterizza la nostra popolazione, oltre che all’effettiva osservanza delle restrizioni. Vanno aggiunti, in realtà, due rilevanti manchevolezze: l’insufficiente esposizione della popolazione ai test per il contagio e l’inadeguatezza del tracciamento dei contatti infettivi, dovuto anche a una dannosa interpretazione della nozione di privacy.

Test e tracciamenti di massa insieme a restrizioni ed aiuti più mirati avrebbero permesso al governo di fronteggiare in maniera bilanciata il dilemma di fondo posto dall’epidemia, ovvero accettare la probabilità di maggiori perdite di vite umane oppure di maggiori perdite di produzione di ricchezza. Di fatto, finora entrambe le perdite sono elevate, superiori a quelle della Germania e della media dell’eurozona. Ovviamente, le conseguenze della pandemia sono ancor più vaste di questo elementare dilemma e si differenziano tra Paesi per intensità ma non per portata. Investono l’occupazione, gli scambi commerciali, i modelli di business, l’istruzione, l’innovazione, l’evoluzione della congiuntura, l’uscita stessa dalla recessione economica, l’impatto sui diversi settori, la distribuzione dei redditi, per citare alcune tra le conseguenze più importanti segnalate dalle analisi degli economisti.

In Italia, si è limitata temporaneamente l’ascesa della disoccupazione; la caduta delle esportazioni è stata contenuta; le compensazioni ai percettori dei redditi più bassi sono state consistenti, ma meno per i redditi medi, per i comparti dei servizi maggiormente bloccati dalle restrizioni, e per i lavoratori saltuari. Negli Usa si sono, invece, avuti un crollo profondo dell’occupazione, concentrata particolarmente sui lavoratori a bassa competenza, e una ripresa altrettanto rapida per una parte di loro. Più prolungata la disoccupazione per le lavoratrici e per quelli a un minor livello d’istruzione, per gli addetti alla ristorazione, al turismo, ai trasporti e alle attività culturali e ricreative. Straordinario, peraltro il recupero delle attività in Cina, benché con disparità tra settori. Ad ogni modo nei Paesi dell’Ocse il rimbalzo delle attività non ha portato a un ritorno delle grandezze macroeconomiche sui livelli pre-Covid, né l’onda della recessione si estinguerà rapidamente ma si prolungherà nel tempo a causa dei mutamenti che stanno intervenendo sia negli assetti produttivi, sia nelle reazioni delle autorità economiche.

Vi è un certo consenso che non bastano le tradizionali politiche macroeconomiche, ossia un ampio accomodamento monetario e una dilatazione della spesa pubblica anche in deficit per affrontare l’emergenza sanitaria e compensare le perdite di redditi di famiglie ed imprese. Occorrono anche politiche di struttura e dal lato dell’offerta per fronteggiare i cambiamenti che la pandemia ha accelerato, specialmente per l’irrompere di nuove tecnologie, come l’intelligenza artificiale e le attività a distanza.

La recessione sta avendo un impatto sulla distribuzione del reddito tra i lavoratori, provocando una divaricazione tra coloro che possiedono competenze o con contratti a tempo indeterminato e gli altri. Bernanke, già presidente della banca centrale americana (la Fed), parla di un andamento a forma di kappa in America, con i percettori di redditi più alti, che hanno subito un taglio dei compensi solo per pochi mesi, distanti da quelli a basso reddito, che sono stati falcidiati dai congedi senza compenso. La politica monetaria molto accomodante, che si è applicata, non è per sé stessa in grado di mitigare il fenomeno, mentre è compito della politica di bilancio intervenire, ma si è dimostrata lenta negli Usa. Altri invocano, in particolare, interventi per potenziare l’assicurazione sociale e i trasferimenti monetari mirati selettivamente alle famiglie più colpite. Si sostengono anche interventi destinati a particolari aree geografiche più duramente interessate dalla recessione, nonché un maggior investimento nell’istruzione dei giovani.

Anche su quest’ultimo versante si notano divaricazioni gravide di effetti: la chiusura delle scuole e la didattica a distanza hanno inciso maggiormente sulle famiglie a minor reddito e su quelle in cui i genitori non hanno un alto livello di istruzione. Laddove i genitori hanno completato studi universitari, hanno supplito con i loro insegnamenti alle carenze della didattica a distanza. A soffrire maggiormente è la formazione professionale perché l’insegnamento online non è un buon sostituto della presenza a scuola. Nondimeno, il dover lavorare a casa in contemporanea con la chiusura delle scuole e la presenza dei figli ha influito negativamente sulla produttività. Ma meno di quanto ci si potrebbe attendere.

Dall’analisi di J. Eberly emerge che la caduta della produzione per effetto del lockdown (ovvero del calo delle ore di lavoro sul posto) è stata inferiore alle attese perché il lavoro a casa ha mostrato una produttività insolita, quasi che il capitale (ovvero i mezzi di produzione) a disposizione a casa permetta in parte di supplire al capitale situato nel posto di lavoro e rimasto inutilizzato. Questi dati si potrebbero, tuttavia, interpretare nel senso che si è riusciti a lavorare a casa un numero di ore di lavoro superiore a quelle sul posto, un fenomeno di cui manca ancora una rilevazione. Ad ogni modo, il lavoro a distanza ha richiesto investimenti per attrezzare la casa e non è destinato a sparire con l’uscita dalla crisi, perché molte imprese lo trovano conveniente e il 60% dei lavoratori sondati ritiene che abbia funzionato bene. Analogamente, l’incremento esponenziale degli acquisti sul web durante la pandemia non è destinato a sparire nel dopo-Covid, in quanto offre diversi vantaggi. Questi sviluppi creano il bisogno di modificare le regolamentazioni del lavoro, introdurre snodi di flessibilità e riformare programmi e modalità d’istruzione.

Non sono solo le tecnologie del web e l’espandersi della sue piattaforme a modificare il contesto della produzione e del lavoro in quanto automazione, robotizzazione e intelligenza artificiale (AI) stanno iniziando a produrre sconvolgimenti sempre più profondi. La crisi economica ha finito per accelerare la transizione tecnologica e non ha trovato risposta da parte dei governanti nell’aggiustare le regole del sistema. Vi sono segnali negli USA secondo cui automazione e AI stanno rimpiazzando il lavoratore e che si sta sviluppando una rotazione nei tipi di competenze richieste dal mercato verso le nuove, la cui offerta, tuttavia, risulta insufficiente a soddisfare la domanda. Addirittura, l’introduzione di un software che semplifica per le imprese l’apprendimento sul modo di utilizzare una forma di AI, il “Deep Learning”, ha prodotto un calo della domanda di specialisti in questa tecnologia. L’avanzare dell’automazione ha contribuito al declino della quota del valore aggiunto prodotto che è andata ai lavoratori.

Un brillante economista, D. Acemoglu, ha elaborato una spiegazione teorica di questo declino che va avanti dagli anni ’80: il progresso tecnologico aumenta la produttività del lavoro e ne diminuisce la domanda delle imprese. Ma sorgono nuovi compiti lavorativi che l’automazione non può rimpiazzare e questo crea nuove opportunità di lavoro e una crescente divaricazione retributiva tra i più qualificati (skilled) e i meno. La risposta dei governanti non dovrebbe consistere nel ritardare l’automazione ma nell’investire maggiormente nell’istruzione, nella ricerca e nella formazione professionale.

In merito, il ventaglio di opzioni nelle politiche da seguire è stato molto ampio nel dibattito tra economisti. Summers parla di stagnazione secolare e di difficoltà dell’economia ad assorbire l’eccesso di risparmio disponibile, a cui deve fare fronte una nuova politica di bilancio. Il premio Nobel, Stiglitz, ritiene che vada superata l’incongruenza tra mercati finanziari che guardano a un corto orizzonte di guadagni e fabbisogno di investimenti a lungo termine. Rajan propugna un partenariato privato-pubblico per investire nel capitale delle imprese per aiutarle a rientrare dall’eccessivo indebitamento. Haltiwanger mette in evidenza che la recessione attuale ha visto negli Usa un notevole rimbalzo nella formazione di nuove imprese senza assunzione di dipendenti, una tendenza che probabilmente durerà negli anni. Bernanke guarda con favore alla svolta della Fed nell’adottare un obiettivo flessibile di inflazione; potrà facilitare gli aggiustamenti economici, anche se permetterà una più alta inflazione.

Diverse altre ricette sono state proposte, ma con un denominatore comune che è dato dal bisogno di flessibilità per assecondare gli aggiustamenti di sistema e dalla necessità di interventi pubblici a sostegno del cambiamento, con implicazioni per la politica di bilancio. In questo compito, secondo Stiglitz, non si può fare affidamento ai soliti modelli macroeconomici di equilibrio economico generale perché in presenza di questi shock imprevisti e profondi non è detto che il sistema tenda a tornare all’equilibrio, ma piuttosto attraversi un protratto periodo di ondeggiamenti nella ricerca di una via verso la crescita.

Questo messaggio si addice particolarmente al governo italiano che ha presentato un programma di ripresa economica con proiezioni di crescita a medio termine fondate tra l’altro su un modello di equilibrio generale. In ogni evenienza, per l’Italia come per gli altri Paesi l’uscita dalla crisi con il ritorno a una crescita sostenibile sarà faticoso; ma per la riuscita dell’impresa la qualità e il peso dell’intervento pubblico saranno determinanti.

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