L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 24 gennaio 2021

Millenni di storia non si cancellano in pochi anni


22 GENNAIO 2021

Russia, Turchia e Israele sono, tra le potenze esterne, i grandi vincitori della seconda guerra del Nagorno Karabakh; ognuna delle tre potenze, infatti, ha conseguito dei risultati significativi e migliorato il proprio posizionamento sia in Azerbaigian che nel resto del Caucaso meridionale. Le agende russa e turca per la regione riflettono moventi culturali e geografici, mentre l’ingresso israeliano a Baku – avvenuto nell’immediato post-indipendenza – è spiegabile attraverso la geostrategia.

Un Azerbaigian amico è fondamentale per Israele nel quadro del contenimento dell’Iran; da qui il supporto dello stato ebraico alle forze armate azere in entrambe le guerre del Nagorno Karabakh. Teheran, al tempo stesso, ha bisogno di mantenere una presenza fissa ed incisiva a Baku per ragioni di sicurezza – la protezione del confine settentrionale –, di legami commerciali e di egemonia culturale – l’85% della popolazione appartiene al ramo sciita dell’islam.

L’influenza iraniana nella società e nella politica azera è diminuita sensibilmente negli anni recenti, erosa dall’entrata in scena di Turchia ed Israele, ma i tentativi di intermediazione nel corso delle ostilità e il ciclo di eventi con cui si è aperto il 2021 sembrano suggerire che l’espulsione della dirigenza khomeinista dal piccolo Paese caucasico sia ancora lontana.

Un vertice importante

Fra il 18 e il 19 gennaio a Teheran ha avuto luogo la quattordicesima riunione della Commissione Interstatale Iran-Azerbaigian per la Cooperazione umanitaria, il Commercio e l’Economia, alla quale hanno preso parte, tra i vari ospiti, il diplomatico iraniano Abbas Mousavi e il presidente della Confimprenditoria azera Mammad Musayev.

Durante la due-giorni si è discusso di come potenziare la cooperazione bilaterale, in particolare nei settori energia e infrastrutture, e le parti hanno concordato di portare avanti una serie di progetti idroelettrici e ferroviari. Gli accordi principali, siglati sotto forma di memorandum d’intesa, riguardano la collaborazione nella realizzazione di due centrali idroelettriche sul fiume Aras, nella sincronizzazione delle reti energetiche di Baku, Teheran e Mosca e nel potenziamento del commercio di elettricità fra i due Paesi più Ankara. I due governi, inoltre, uniranno gli sforzi anche per completare la costruzione delle centrali idroelettriche di Hudaferin e Gyz Galasy.

Energia a parte, Mousavi, a nome del proprio governo, ha proposto “di creare delle società miste per trasportare i prodotti iraniani via terra, via treno e via mare” con l’obiettivo di aumentare l’interscambio commerciale di Teheran e Baku con l’intero vicinato geografico. La stessa tematica verrà affrontata nei prossimi giorni, il 24 e il 25, durante la due-giorni a Baku di Mohammad Javad Zarif, il capo della diplomazia iraniana, durante la quale si discuterà anche della partecipazione di Teheran alla ricostruzione del Karabakh Superiore.

La presenza iraniana a Baku

È dall’epoca dei Medi – VI secolo avanti Cristo – che vi sono attestazioni storiche accertanti l’appartenenza al mondo persiano di quella regione oggi corrispondente all’Azerbaigian; un equilibrio millenario che è stato spezzato soltanto nel diciannovesimo secolo con la discesa dei russi nel Caucaso meridionale, casus belli delle guerre russo-persiane.

L’egemonia esclusiva di Mosca su Baku è durata sino alla fine dell’epopea sovietica, la quale è stata seguita dall’arrivo di turchi, israeliani e statunitensi e dal ritorno dei persiani, nel frattempo divenuti iraniani. Millenni di simbiosi sono stati cancellati in meno di due secoli di allontanamento: le relazioni bilaterali sono altalenanti, le rispettive agende estere sono quasi completamente divergenti e il volume dell’interscambio, nonostante la contiguità geografica, è irrisorio – l’Iran non figura nella classifica dei principali collaboratori commerciali azeri.

Ad ogni modo, gli eventi di questo gennaio sono la dimostrazione che l’influenza iraniana non è del tutto ridotta a zero e che tra i due governi si continua a dialogare attivamente, ed anche di progetti piuttosto importanti come la sicurezza energetica. Tornare ai fasti pre-ottocenteschi, però, non sarà possibile: l’Azerbaigian di Ilham Aliyev è saldamente guidato da una visione delle relazioni internazionali che non ammette unioni esclusive ed escludenti e che, soprattutto, non guarda verso Persepoli.

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