L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 5 gennaio 2021

Nessuna unità nazionale quando abbiamo una classe dirigente TUTTA che sistematicamente bastona il suo popolo. Educhiamo 10.000 uomini per portarci fuori dalla melma puzzolente in cui chi hanno voluto mettere


Un Paese in lotta con se stesso

-4 Gennaio 2021


L’Italia è oggi un Paese diviso, in lotta con se stesso. Si rende sempre più debole, proprio quando sarebbe necessaria la forza dell’unità, che è l’essenza stessa e la ragione di esistere di un sistema.

La pandemia, anziché favorire concordia e convergenza si è rivelata come un seme della discordia. Il nostro Paese è oggi più esposto e meno competitivo rispetto ad altri sistemi nazionali, anche a noi vicini, che stanno reagendo alla crisi in modo esattamente opposto, rafforzando la cura dell’interesse nazionale, praticando politiche protezioniste, addirittura in maniera talmente evidente da suscitare a tratti imbarazzo, come nel caso tedesco in ordine all’accaparramento di ulteriori consistenti quantitativi di dosi di vaccino.

Il Covid-19 ha acuito i punti deboli del Paese: la governance multilivello anziché costituire un’opportunità si è rivelata un freno ed un ostacolo alla efficienza della politica e della amministrazione: pensiamo ai livelli di contrasto tra governo centrale e governi regionali, alle Regioni stesse, l’una contro l’altra, o addirittura alle Regioni in competizione o contrasto con i Comuni.

Si assiste quotidianamente ad una guerra di numeri, un costante scarico di responsabilità. Proliferano battaglie giudiziarie su provvedimenti di urgenza, con l’intervento della giustizia amministrativa su atti che più che giuridici sono apparsi talvolta atti di forza o resistenza ai legittimi poteri. Situazioni simili non si erano mai verificate in passato.

Lo scontro in atto è perfino interistituzionale. L’Esecutivo è in conflitto permanente con il Parlamento. La richiesta dì parlamentarizzazione delle strategie e delle decisioni di contrasto alla pandemia è stata una costante degli ultimi mesi.

La destrutturazione della gerarchia delle fonti del diritto a colpi di Dpcm è un esempio emblematico del fenomeno qui sommariamente descritto.

Vi è un conflitto evidente all’interno della stessa maggioranza di governo, in bilico, permanentemente. Identica situazione si vive nell’opposizione.

Magistratura e Politica sono ai ferri corti: alcuni quotidiani nazionali hanno fatto di questo specifico livello di conflitto il focus del palinsesto delle edizioni degli ultimi mesi.

Vi è poi la dialettica intersettoriale tra politica e tecnica: da una parte, il Governo non può fare a meno, in questo momento, dell’ausilio diretto e permanente dei consiglieri tecnici soprattutto nei settori della sanità e dell’economia; dall’altra, si innesca un nuovo terreno di confronto, non solo scientifico. Gli stessi ausiliari scientifici della politica entrano finanche spesso in conflitto tra di loro.

Senza citare il rapporto del Governo con le parti sociali, che potrebbe arricchire il panorama divisivo tracciato e concludiamo la disamina evidenziando il fatto che, sullo sfondo, è la stessa collettività italiana che si divarica sempre più tra allarmisti e negazionisti, vax e no vax, europeisti e sciovinisti.

Il quadro generale è davvero deprimente, soprattutto se pensiamo alle sfide che ci apprestiamo ad affrontare:

– dobbiamo vaccinare la popolazione italiana per uscire dalla crisi e sconfiggere il virus;

– dobbiamo far ripartire l’economia del Paese praticamente ferma da quasi un anno;

– abbiamo la necessità di una programmazione seria per l’impiego mirato di una quantità di danaro superiore al flusso di aiuti del Piano Marshall.

Eppure, volendo evocare proprio quella fase storica, l’Italia si riprese bene dopo il secondo conflitto mondiale. E ciò avvenne perché il Paese distrutto si rivelò unito e resiliente. Anche allora vi furono polarizzazioni: ma il sentimento nazionale prevalse.

E si costruirono le basi per un miracolo economico che ricondusse, a pieno titolo, tra le prime potenze mondiali.

In un momento di straordinaria e sistemica emergenza come quello connesso alla attuale crisi è necessario, perciò, rispondere alla sfida epocale attraverso l’unico formante essenziale della nostra Repubblica: l’unità nazionale.

Si tratta di un valore indiscutibile, di gran lunga più radicato dell’ideale europeo, che è stato messo a dura prova proprio dal comportamento di chi ha rotto a tempo di record il patto sulla distribuzione dei vaccini agendo da solo, con acquisti privati, in barba a quanto era stato stabilito a livello comunitario.

Il Regno Unito, per bocca del suo Premier, ha affermato enfaticamente di avere ripreso il dominio del proprio destino attraverso la Brexit.

In un simile quadro multilaterale e al di là della narrativa imperante, della rappresentazione di una realtà ormai lontana dalla storia, il nostro Paese non potrà uscire dalla crisi se non ritroverà la forza dell’unità ripartendo dai valori fondanti della nostra res publica e riscoprendo quel comune sentimento di appartenenza essenziale alla cura dell’interesse nazionale.

Solo così potremo pretendere rispetto e considerazione dai nostri vicini e dalla e torneremo a far sentire la nostra voce anche al di là dei nostri confini.

*Gian Maria Fara, Presidente dell’Eurispes

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