L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 26 gennaio 2021

Siamo nel pieno del Grande Cambiamento

SPY FINANZA/ Il vero grande reset delle onnipotenti Banche centrali

Pubblicazione: 26.01.2021 - Mauro Bottarelli

Piaccia o meno, il grande reset è già in atto. Ed è ovunque. A Palazzo Chigi come a Piazza Affari. Basta volerlo vedere

Lapresse

Piaccia o meno, il grande reset è già in atto. E non mi riferisco a strampalate teorie di controllo sociale o all’inoculazione di oscuri microchip tramite il vaccino anti-Covid: in ballo, oggi, c’è un totale cambio di paradigma. Del quale ci renderemo conto soltanto a cose fatte, come al risveglio dopo una colossale sbronza: prima tutto è annebbiato, poi con il passare delle ore i flashback aiutano a ricostruire il quadro dell’accaduto. Spesso, quando ormai è tardi. E la frittata è stata fatta. 

Ieri mattina un conoscente che lavora a Londra mi ha girato questo grafico, elaborato da Nordea su dati Macrobond in vista del possibile, secondo showdown di governo al Senato sulla riforma Bonafede. E, soprattutto, sulle voci di possibili dimissioni di Giuseppe Conte cominciate a circolare insistentemente, prima che aprissero le Borse. Mostra l’andamento del nostro spread nel suo ciclo vitale legato ai due governi presieduti dall’avvocato del popolo, quello gialloverde prima e giallorosso oggi: cosa unisce le due esperienze, a parte la figura dell’inquilino di Palazzo Chigi? 



I plissè residuali e quasi obbligati del nostro differenziale a fronte di due crisi di governo. Quello sostanziatosi per il cosiddetto editto del Papeete – un po’ più drastico – e quello legato alla rottura renziana, pressoché inconsistente. In mezzo, un’impennata reale. Legata a cosa: al Covid e ai conseguenti lockdown. E risolta da chi, forse dal Governo? No, dalla Bce. Esattamente come ha fatto la Fed negli Stati Uniti, la Bank of England in Gran Bretagna, la Bank of Japan in Giappone e così via, compagnia stampando. Davvero ancora credete alle panzane di chi vi dice che attivando il Mes rischiamo il commissariamento? E questo cos’è, scusate? Questa dinamica cosa ci dice della residua sovranità dell’Italia? 

Il misterioso virus che dall’anno scorso ha sconvolto e rivoltato le nostre vite, di fatto, ha ottenuto in pochi mesi ciò che Lehman Brothers e la crisi greca non avevano minimamente sfiorato: la passiva, silenziosa e rapidissima accettazione di un regime di totale sottomissione fiscale. Senza la monetizzazione dei deficit posta in essere dalla Bce, il nostro Paese avrebbe già i libri in tribunale. Per il semplice fatto che il mercato non sarebbe completamente narcotizzato e manipolato dagli acquisti dell’Eurotower e prezzerebbe ancora i premi di rischio sovrani. A quel punto, lo spread dove sarebbe? Si sarebbe forse limitato ai ruttini da neonato che ha fatto finora? 

E pensate a un’altra cosa. Per settimane abbiamo assistito a rialzi a ciclo continuo degli indici azionari, i quali sfondavano un record storico al giorno, dal Nasdaq al Dax. Il motivo? Sempre lo stesso: lo sbarco a tempo di record sul mercato del vaccino, la strada maestra verso il ritorno alla normalità. E oggi? Guardate questo altro grafico, il quale ci mostra lo stato dell’arte delle vaccinazioni in alcuni Paesi del mondo. Israele pare volare verso l’immunità di gregge, nonostante il continuo aumento dei contagi, mentre Stati Uniti e Gran Bretagna cercano faticosamente di reggere il passo. E poi? Italia e Germania, praticamente alle soglie del ridicolo. La Francia nemmeno a parlarne. 


Vi chiedo: Dax, Cac 40 e Ftse Mib stanno fosse collassando? Il nostro spread sta volando alle stelle? Oppure, peggio ancora, qualcuno sta cominciando a svendere Bund e Oat? Non mi pare proprio. E allora, come si spiega questa dinamica? Se i mercati si gonfiavano come oche all’ingrasso in vista del Natale, come mai ora il de facto fallimento della campagna vaccinale nell’eurozona – ormai acclarato, stante la decisione tedesca prima di aprire al siero russo Sputnik 4 e poi addirittura al cocktail di farmaci monoclonali utilizzati per curare Donald Trump, nonostante sia la patria di Biontech – non ha fatto sgonfiare la bolla in maniera drastica, quasi da sell-off incontrollata?

Di più, mezza Europa è ancora in lockdown e lo resterà almeno fino a metà febbraio. La Francia fino a Pasqua, almeno per quanto riguarda bar, ristoranti, bistrot e brasserie. Eppure, tutto fermo. Ogni tanto un ribasso che purga una settimana di eccessi, una capatina dello spread verso livelli che giustifichino un catenaccio nei titoli di prima pagina dei quotidiani. Ma nulla più. Forse questa non è la riprova, palese, che il mondo – inteso dal punto di vista dei mercati – non sia più minimamente interessato alle mosse dei Governi e persino delle aziende (dal punto di vista dei conti, dei bilanci e delle performance produttive e di ricerca) ma, bensì, solo e soltanto delle Banche centrali

Certo, il loro ruolo era diventato dirimente fin dalla crisi subprime, ma ora siamo alla dipendenza assoluta: prima erano parte della soluzione a problemi ciclici, ora sono l’unica soluzione alla sostenibilità stessa di un sistema andato strutturalmente fuori giri. Sono la colla che tiene insieme i cocci del vaso, i punti di sutura che evitano che l’emorragia di credibilità da azzardo morale, debito e leverage divenga mortale. Non è forse questo il più grande reset di sempre, molto più del crollo Lehman o della crisi greca o del tonfo di Enron? 

Guardate quest’altro grafico, il quale sembra voler chiudere gioco, partita e incontro con un lapidario 6-0, 6-0, 6-0. Mostra la comparazione fra l’andamento delle cosiddette Fang, i titoli tech che fino alla vittoria di Joe Biden e alla conseguente prezzatura di big rotation da growth a value hanno retto da sole le sorti di Wall Street e stato patrimoniale delle principali 5 Banche centrali del mondo: solo un caso? 


Ed è stato un caso anche quello dei rimbalzi di mercato dai prodromi di correzione garantiti dallo stillicidio pressoché quotidiano di nuovi dati sull’efficacia dei vaccini che stavano per sbarcare sul mercato? Ora quelle fialette miracolose, quantomeno nell’eurozona, sembrano mostrare tutti i loro limiti. E non di efficacia, bensì di presenza stessa, fra un inconveniente di distribuzione e una carenza produttiva. Ma il mercato pare essersi messo in paziente modalità di stand-by: sta forse aspettando la creazione ad hoc del prossimo alibi per continuare a salire, fino a quando il vento sospingerà il proverbiale granello di sabbia che blocca il meccanismo? Questo non è forse un big reset? Anzi, il big reset. Ed è già fra noi, quantomeno nel momento in cui proviamo ad approcciarci al mercato. 

Com’è stato possibile trascinare milioni di cittadini senza alcuna esperienza di trading nel casinò on-line delle negoziazioni? Solo perché i vari Robinhood offrono servizi gratuiti, senza commissioni, tanto poi vendono i flussi di clienti agli hedge funds per andare front-load? O forse si è voluto, subdolamente, trascinare i giudici infuriati del 99% della società alla sbarra insieme al mitologico 1% del mondo, quello che detiene il banco? Come in certi ricatti ben orchestrati, forse si è capito che la minaccia di chiamata in causa per correità rappresenta la scappatoia migliore per archiviare in fretta il periodo di purga socio-economica ribattezzato come sovranismo: addio Donald Trump, addio Gilet gialli, M5S ormai ridotto a pantomima di se stesso e corteggiatore di Clemente Mastella. Tutti gli strumenti messi in campo dalle élites per offrire al popolo ancora ferito dalle schegge dei subprime l’illusione di aver ottenuto finalmente giustizia stanno sparendo, in base a modalità che vanno dal tragicomico (l’assalto al Campidoglio, già dimenticato talmente era grave) all’illusionistico tramite Covid (piazze vuote in Francia, alla faccia della révolution) fino al paradosso dell’assurdo degno di Ionesco (i grillini e la loro mutazione genetica, da distruttori del sistema a costruttori dell’arrocco). Non è forse questo il big reset? E ci siamo già dentro, ne siamo già parte. 

Non serve nemmeno evocare la pillola blu o rossa di Matrix, la scelta volontaria tra finzione e realtà: ci hanno somministrato – giorno dopo giorno, emergenza dopo emergenza – un vaccino straordinario che somma le due cose, alternandone gli effetti in base alle esigenze. Ormai tutto si muove su binari che prescindono dai capistazione o dai ferrovieri, persino dai tracciati stessi. Francesco Guccini parlava della sua locomotiva come di lanciata bomba contro l’ingiustizia, un prodigio di tecnica e modernità che mondava con il suo schianto, tutti i torti e le contraddizioni che quel progresso portava con sé. Oggi, invece, la carrozza del trading on-line è stracolma di viaggiatori festanti in terza classe, preoccupati soltanto di poter proseguire il viaggio in prima, forti dell’upgrade rapido e garantito dei successi di una Borsa rivelatasi investimento facile e sicuro, alternativa straordinaria al duro mestiere di vivere. 

Se questo non è il big reset, non so cosa possa esserlo. Ed è ovunque. A Palazzo Chigi come a Piazza Affari. Come dentro lo schermo di un pc che rimanda le cifre di un conto titoli, ultimo miraggio prima della disidratazione sociale. Subentrata proprio mentre si pensava di aver raggiunto l’oasi.

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