L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 12 gennaio 2021

Sono anni che il Sistema massonico mafioso politico istituzionalizzato ha occupato stabilmente tutti i gangli della sanità pubblica. Se appartiene alla cordata, clan, famigli, mafia, massoneria, clientela, consorteria fai carriera e dall'alto delle palesi incompetenze non organizzi ma perseguiti incomprensibilmente i medici subordinati del dipartimento

La “cura” Speranza: medici in fuga dagli ospedali pubblici

CARLO TERZANO 12 GENNAIO 2021


Quasi un dottore su due, dopo l’emergenza Covid, pensa di scappare dai nosocomi statali per andare a lavorare nel privato

Ospedali pubblici, goodbye. Il malcontento del personale ospedaliero si sta per concretizzare nel peggiore dei modi: con una fuga dei medici dalle strutture pubbliche. Una insoddisfazione che ha radici profonde e viene da lontano, spiegano da Anaao – Assomed, l’associazione dei medici dirigenti e che sembra aver trovato nell’emergenza Coronavirus il pretesto per emergere definitivamente.

ANAAO: IMMINENTE LA FUGA DAGLI OSPEDALI PUBBLICI

Nel mese di ottobre, quindi alle porte della seconda ondata, Anaao – Assomed ha condotto un sondaggio tra i propri iscritti e i risultati non sono certo incoraggianti, ma ben fotografano lo scoramento e la delusione che serpeggiano tra le corsie degli ospedali pubblici. Solo il 54.3% dei medici pensa di lavorare a lavorare nello Stato nei prossimi 2 anni. Oltre il 75% ritiene che il proprio lavoro non sia stato valorizzato a dovere durante la pandemia, mentre i dirigenti sanitari danno, in media, un giudizio più positivo.


Le ragioni che spingono ad abbandonare gli ospedali, “fenomeno già registrato in Inghilterra e in Svezia ed ora anche in Germania”, spiegano dall’Associazione, “sono riassumibili in un comprensibile spirito di sopravvivenza”.

I MOTIVI DEL MALUMORE DEI MEDICI

Secondo Anaao – Assomed, che ha avuto modo di tastare recentemente il polso della situazione, l’eccesso dei carichi di lavoro, legato a una “carenza numerica persistente al di la della giostra dei numeri sulle assunzioni”, la rischiosità del lavoro, la sua “cattiva organizzazione e lo scarso coinvolgimento nelle decisioni”, sono le principali doglianze lamentate dal 60.3% dei medici interpellati che stanno convincendo quasi un dottore su due a riporre lo stetoscopio nella valigetta per fare carriera altrove. Oltre a questi motivi, i dottori lamentano una retribuzione non adeguata all’impegno richiesto, rappresentano i fattori determinanti.


“I medici ospedalieri, come anche i dirigenti sanitari – denunciano dall’Associazione” – si sentono schiacciati da una macchina che esige troppo e che nemmeno ascolta la loro voce, svalutati e frustrati da un’organizzazione del lavoro che non sembra avere tra le priorità i loro bisogni e le loro necessità, sia come lavoratori che come persone. È ormai chiaro che il perseguimento della sola efficienza, misurata guardando ai bilanci e agli indicatori numerici e perseguita attraverso progressive riduzioni delle risorse disponibili, è un nemico della resilienza del sistema nel suo insieme. “L’emergenza da Covid-19 ha messo dolorosamente a nudo questa fragilità e il quadro che emerge lascia presagire un avvenire difficile per la sanità pubblica italiana, il cui declino potrebbe arrivare entro pochi anni se le scenario prospettato dagli stessi medici ospedalieri dovesse realizzarsi”.


“Per evitare il disastro – dicono dall’Anaao – Assomed – serve un cambiamento radicale rispetto alle politiche del passato, cominciando a rinunciare all’illusione di potere governare un sistema complesso esclusivamente attraverso un illusorio controllo dei conti. Occorre certamente aumentare le risorse e le retribuzioni ma, fattore altrettanto importante, secondo il nostro campione, anche coinvolgere i professionisti nei processi decisionali che governano la macchina ospedaliera”.

In un clima tanto teso, anche il gender gap ha il suo peso: quasi il 75% delle donne si dichiara insoddisfatto, in qualche misura, della conciliazione tra vita privata e lavoro, con il 20% che arriva persino a dirsi molto insoddisfatto.

IN ITALIA CI SONO POCHI MEDICI?

I problemi denunciati dall’Associazione medici dirigenti dovrebbe far suonare un campanello dall’allarme al ministro Roberto Speranza. La Sanità pubblica era infatti alle prese con il mancato turn over dei dottori già ben prima dell’arrivo della pandemia. Il problema italiano non è che ci siano pochi medici: siamo più o meno in linea con gli altri grandi Paesi europei; il vero tema è la loro anzianità di servizio. In Italia la media anagrafica sfonda i 50 anni, contro i 48,4 della Francia, i 45,6 della Germania, i 43,2 Spagna e i 34 anni del Regno Unito, che può contare sulle schiere più giovani del “vecchio” continente.

Se all’alto numero di dottori morti per via del Covid soltanto nel 2020 (270 a fine dicembre, 283 contando anche queste prime settimane di gennaio) aggiungiamo l’anzianità di servizio e la voglia di sempre più medici di fuggire lontano dagli ospedali pubblici, si comprende come potremmo presto trovarci con il Sistema Sanitario Nazionale paralizzato dall’assenza di personale. Un serio problema cui nemmeno l’accesso ai fondi del Mes sanitario – ammesso le forze politiche riescano ad accordarsi in tal senso – potrebbe servire da cura. Ma confidiamo che i fatti recenti abbiano fatto comprendere a chi governa che occorre prendersi maggior cura della Sanità pubblica: quando si è ammalati è poi lei a prendersi cura di noi.

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