L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 12 febbraio 2021

Il ruolo politico internazionale rappresentato dallo stregone maledetto entra nel gioco interno grazie a Mattarella Mattarella e i partiti ossequianti e servi e si inserisce nella strategia globale al di là dell'eterogenesi dei fini... . La guerra interimperialista fine ottocento si ravviva alle nuove fiamme ma gli attori sono diversi e nuovi

ITALIA: LABORATORIO STRATEGICO DELLA POLITICA MONDIALE

FEB 09, 2021 di SOLLEVAZIONEin GEOPOLITICA


di A. Vinco

Riceviamo e pubblichiamo

“Il liberalismo è obsoleto” [Vladimir Putin 28 giugno 2019]

Dopo la Rivoluzione Mondiale Covid 19

L’anno 2020 ha concluso il ciclo storico apertosi l’11 settembre 2001, data fatidica in cui una frazione rivoluzionaria della borghesia araba colpiva proprio quelle “altissime torri” simbolo iconico dell’americanismo e dell’imperialismo del dollaro. Zbigniew Brzezinski, geopolitico della cordata Rothschild e strenuo sostenitore del globalismo liberale, riconobbe nel 2012 che l’11 settembre si stava rilevando fatale per l’imperialismo del dollaro. La fine storica della supremazia americana era anche, per Brzezinski, la fine del globalismo liberale. Ciò sta realmente avvenendo.

Il 2020, anno della Rivoluzione Mondiale Covid-19, circa otto anni dopo la previsione di Brzezinski, sul piano della guerra inter-imperialista globale abbiamo visto l’iniziale superamento strategico della Cina nazionalista e imperiale han (a tendenza primaria socialista) (1) sugli USA. Il virus ha accelerato una tendenza storica oggettiva, già in atto dal 2008. L’assalto del 6 gennaio 2021 a Capitol Hill ha sintetizzato alla perfezione la morte cardiaca del liberalismo occidentale ventuno anni dopo la morte cerebrale dell’Occidente rappresentata da quel giorno di settembre. L’ormai prossimo primato globale cinese dopo “la resistenza e la vittoria popolare contro il virus liberale angloamericano” propagandata dalla retorica nazionalista dell’elite di Xi Jinping, l’assalto al Campidoglio – messo in conto al presunto golpe dello Stato Profondo e dei Dem -, la capacità dell’elite tecnologica dell’Impero di Mezzo di avanzare autonomamente nel settore dei semiconduttori, significano di certo, come ben vide Brzezisnki, la morte definitiva del liberalismo imperialista, un sistema di potere non più efficiente per guidare l’umanità. L’imperialismo di civiltà vuole al comando la politica; il liberalismo vi vorrebbe l’economia e la finanza.

La complessità della nuova realtà frantuma ogni utopismo economicistico. Per la cronaca, il neo-sovranista Biden ha già affermato la linea strategica protezionista del Buy American. La battaglia fondamentale della nuova amministrazione sarà infatti rappresentata, secondo gli stessi portavoce del presidente, dalla “lotta totale per la vittoria dell’anima nazionale americana” (2). Tre decenni di liberalismo globalista estremista, in seguito al crollo dell’imperialismo rivoluzionario sovietico, hanno portato gli Stati Uniti a riavvolgere il nastro, dovendo ripartire da zero nel 2016 con Trump. Sovranismo trumpiano o nazionalismo “democratico” imperialista di Biden declinati con armi o tattiche differenti: ci troviamo perciò di fronte a due epifenomeni di una medesima strategia. Gli apparati profondi hanno deciso in ogni modo di declinare un nuovo americanismo nazionalista nella guerra di civiltà. E dalla Russia lo storico oppositore di Putin, il grande liberale Grigorj Yavlinsky, afferma la sera del 6 febbraio, con un perfetto technical knokout verso le sinistre globaliste trepidanti per “i meravigliosi giovani” ultranazionalisti che massacrano poliziotti e piccoli commercianti, che la via di Navalny è semplicemente una variante di Fascismo imperialista russo rispetto al fascismo egemone del Cremlino. L’opposizione globalista liberale, una utopia assolutista come l’internazionalismo rivoluzionario delle varie sinistre radicali, alla nuova via delle anime nazionali è in ritirata un po’ dappertutto e, dopo la Rivoluzione Mondiale del 2020, non avrà più spazi da poter occupare. Questo il punto di partenza per comprendere la decisione istituzionale del presidente Mattarella.

Il neo-cesarismo italiano

L’Italia sa anticipare i fenomeni politici globali. Li ha anticipati nell’arco del ‘900. Li sta anticipando anche in questo secolo. Lo si è visto con il Conte I fatto nascere da Draghi, nel 2018, con una decisiva imbeccata sui vertici leghisti, lo si vede di nuovo in questi giorni. Sia Merkel sia Macron hanno tentato di impostare un neo-cesarismo europeistico, ma l’involucro cesarista non ha corrisposto a una sostanza di grande scuola politica. Acquisgrana è naufragata, non a caso, ancor prima della nascita. Lo stessa opzione neo-egemonica rappresentata da Donald Trump è per ora fuori partita e Biden, ancora prima della cerimonia del giuramento, è stato investito dal treno in corsa a folle velocità dell’assalto al Campidoglio e delle assordanti accuse di spaventosi brogli elettorali che hanno fatto il giro del mondo, delegittimando pesantemente la nuova amministrazione.

La guerra di Biden sarà geopolitica contro Mosca e geotecnologica contro Pechino ma avrà un bisogno disperato della sponda di Berlino, che ha già accantonato l’idea della nuova amministrazione di saldare le varie potenze russofobe in una utopistica e wilsoniana “lega delle democrazie”, che servirebbe a rafforzare il neo-nazionalismo espansionista dei vari falchi alla Blinken. Da ambienti assai vicini alla cancelleria di Berlino si è invece subito levata la voce critica, dopo il 6 gennaio: “Per quanto tempo ancora dovremo sorbirci le lezioni moralistiche americane sulla democrazia?”. Giulio Sapelli, autorevolissimo rappresentante del fronte angloamericano in Italia, attualizzando la lezione marxista de Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte, parla esplicitamente di “colpo di stato” Draghi e di neo-cesarismo come progetto istituzionale volto al fine di rimediare alla assai preoccupante perdita di egemonia delle classi dirigenti e delle elite. Dunque il tentativo cesarista Draghi non avrebbe solo cause interne, ammesso che queste siano importanti e determinanti, ma rientrerebbe anche nella partita geopolitica globale che vedrebbe da un lato della barricata quello che l’economista definisce “il partito tedesco-cinese“, dall’altro il fronte neo-imperialista Biden. Dire “partito tedesco-cinese” significa però, come è stato fatto notare, dire più realisticamente “partito tedesco-russo-cinese-turco“: ossia imperialismo eurasiatico versus Occidente.

Democrazia autoritaria e imperialista?

Lo stesso Edward N. Luttwak, uomo forte dei neoconservatori statunitensi e rilevante membro del Consiglio di Difesa del Pentagono, tra un tweet apologetico di Navalny e un altro di condanna degli imperituri hacker russi alla conquista del mondo, trova il modo e il tempo di deridere anche Mario Draghi, “Rex dei Cinque Stelle” e “Guida del clan italo-tedesco”. “La Germania dovrebbe nominarlo Cancelliere, non l’Italia”, a suo parere (3). Accusa ancora l’Italia di essere diventata un modello di Democrazia autoritaria con la neofascista Giorgia Meloni unica democratica; Bloomberg, vicina a Joe Biden, parla allo stesso modo del golpe di Roma, messo in moto dal “tradimento machiavellico di Renzi” – testuali parole – e Adam Tooze paragona Draghi ai vecchi corrotti democristiani della Prima Repubblica.

Evidentemente, ciò che si sta mettendo in moto con il Governo Draghi è qualcosa che, secondo una precisa eterogenesi dei fini, sta andando ben al di là degli stessi disegni dei protagonisti di questo processo storico-politico. Anzitutto quest’ultimo decreta, un mese dopo l’assalto al Campidoglio, un ulteriore e ancora più umiliante colpo di grazia alla prassi della democrazia rappresentativa liberale/socialdemocratica. Occorrerà vedere, in primo luogo, se questo fenomeno si tradurrà in modernizzazione tecnologica plebiscitaria nella forma della “democrazia autoritaria illiberale” o produrrà una serie di resistenze popolari continue, che si salderanno con una avanguardia politica antagonista.

Allo stato attuale, si può prevedere che avanzeranno sia l’una sia le altre ma vincerà la prima in quanto le resistenze popolari rimangono anarchiche e individualistiche, non sanno saldarsi con una avanguardia politica (4), non esprimendo altro che una legittima rivendicazione sociale, in quanto la concezione del mondo degli “insurrezionalisti” è di fondo quella anarco-liberista. La stessa rivolta populista trumpiana deve molto al suo background individualista anarco-liberista. La maggiore modernità, non liberale, dell’imperialismo strategico dei Biden e dei neoconservatori non ci può sfuggire in tal senso.

In secondo luogo, l’obiettivo strutturale del nuovo cesarismo italiano è quello di integrare irreversibilmente l’Italia nel destino storico mitteleuropeo e tedesco con la nascita di un vero e proprio polo imperialista centroeuropeo del capitalismo politico: ciò che non è riuscito con due guerre mondiali nello scorso secolo, sebbene nella Prima Guerra, come si ricorderà, si ebbe un repentino cambio di casacca.

Tutto questo produrrà inevitabilmente una collisione storica di vasta portata con Parigi e con il nazionalismo gollista dell’Eliseo che potrebbe riallinearsi strategicamente con Londra e con il suo Global Britain. Lo stesso imperialismo statunitense farà quasi sicuramente convinta sponda con Parigi ben più che con Berlino.

Di conseguenza, il clima di apparente distensione che sembra aver accolto, in questi giorni, Mario Draghi quale guida designata della prossima presidenza del consiglio lascerà da qui a breve il campo a una micidiale lotta tra frazioni dell’elite e tra diverse concezioni del mondo e dello sviluppo economico e geopolitico. Si avrà una lunga zuffa sulle spoglie cadaveriche del liberalismo imperialista, defunto definitivamente nel 2020. L’involucro formale democratico presenta ormai solo gradazioni differenti di democrature imperialiste, più o meno sovrane.

NOTE
E’ Mark Wu, giurista e professore ad Harvard, a usare la definizione di Cina nazionalista a tendenza socialista riguardo alla struttura istituzionale dell’Impero di Mezzo, non noi.
2) https://joebiden.com/made-in-america/
3) (Tweet 19:34- 03-02-2021).
4) Va altresì considerato che una avanguardia politica, nel caso italiano almeno, dagli anni ’60 a oggi ha mostrato di prediligere sempre la tattica corta o il breve respiro alla strategia. Certi scritti di Mario Tronti, che ci vengono ora alla memoria, sono al riguardo molto importanti. Oggi, viceversa, nel terribile scontro inter-imperialista in atto apertosi dal 2020 con l’offensiva del“ virus angloamericano” e la reazione di Pechino, i tempi tattici sono troppo ristretti, troppo novecenteschi, rispetto all’orizzonte strategico messo in moto dalla rivoluzione nazionalista popolare cinese, neoconfuciana e tecnologica, di Xi Jinping, che sta di fatto guidando la nuova era, anche grazie al militarismo russo che gli copre (per ora) il fianco. Elemento quest’ultimo troppo spesso trascurato nelle varie analisi che incontriamo.

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