L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 14 febbraio 2021

Piano contro Mercato

"Vengo dal proletariato, ne vado fiero. Il sud per me è tutto"

Intervista a Pasquale Cicalese autore di "Piano contro Mercato"
Leo Essen intervista Pasquale Cicalese
29 novembre 2020

Di «Piano contro Mercato», il libro dell’economista Pasquale Cicalese, appena uscito per AD edizioni, non vi anticipo nulla, vi consiglio solo di comprarlo su youcanprint.it, e di leggere i saggi che contiene, iniziando da uno qualsiasi, non necessariamente dal primo, come suggerisce Guido Salerno Aletta nell’Introduzione. Cicalese si è formato a Bologna, in Strada Maggiore, alla Facoltà di Scienze politiche, dove era radunato un gruppo di storici dell’economia - Carlo Poni, Fabio Giusberti, Alberto Guenzi – che ruotava introno allo strutturalismo di Braudel e a quegli storici noti con l’etichetta Economia Mondo, mentre in Via Zamboni, a Lettere, erano asserragliati i post questo e post quello, a partire da Valerio Marchetti, gran sacerdote della chiesa foucaultiana. Mentre i primi studiavano l’economia e il capitalismo – semplifico – i secondi puntavano su alcune tematiche nuove, ritenute estranee ai rapporti di produzione, quali il femminismo, i giovani, la musica, le canne, lo sballo, la trasgressione, i gay, eccetera, tematiche che non erano componibili in un ordine e un segno univoci, come possono essere la legge del valore e la fabbrica, o la sinistra comunista, richiedevano dunque un’analisi indipendente dall'economicismo e dal fabbrichismo.

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L'INTERVISTA

Come hai vissuto questa polarizzazione tra i post-modernisti di via Zamboni, che studiavano cose fighe - il potere microfisico e il controllo dei corpi - e il cui eroe era Santo Genet, commediante e martire, perdente e letterato, gay e mariolo, e i Modernisti di Strada maggiore, incaponiti sul capitalismo, la geopolitica e lo sfruttamento del lavoro?

Non seguii il gruppo di Lettere, non mi interessava. Sono sempre stato modernista. Il post non mi convince. Si è nella modernità fino a quando c'è il modo di produzione capitalistico. Magari cambiano le forme, ma non il modo.

Al liceo ero appassionato di Baudelaire, cantore della modernità. Il primo corso che seguii fu «Metodologia della ricerca storica» col Prof. Gianfranco Bonola. Era su Walter Benjamin. Scoprii il filosofo tedesco e i suoi scritti, anche su Baudelaire. Bonola, forse non a caso, mi portò a Marx via Benjamin. Studiavo la modernità ed ero lontano da Lettere. Ero uno studente lavoratore, quindi, certi discorsi con me non attaccavano. Pensavo al salario e a come fare gli esami. Con gli anni scoprii che il gruppo degli agitatori di Lettere era perlopiù fatto di gente di estrazione borghese.

Vengo dal proletariato, ne vado fiero, conservo memoria, dunque non frequentai quei circoli. Quanto a Poni fu mio relatore, da lui scoprii il 1200 italiano, che ancora mi interessa. C'era poi il compianto Prof. Franco Piro, protagonista, tra l'altro, del mio scritto dedicato a Sbancor. Un'altra razza, non c'è che dire, rispetto alla leggerezza di Lettere.

Tutti ti definiscono un economista marxista. Nella tua formazione hanno avuto un ruolo centrale gli incontri con persone e studiosi che avevano partecipato alle lotte operaie degli anni Settanta. È in questa circostanza che hai approfondito i tuoi studi su Marx?

Studiai Marx tramite il duo Baudelaire e Benjamin. Nel 1991 ebbi l'incontro decisivo con il mio maestro, Roberto Sassi, bibliotecario e maoista, che veniva dai movimenti degli anni Settanta. Incominciai a frequentare la biblioteca comunale di Bologna anche 10 ore al giorno. Roberto mi consigliava cosa leggere. Smisi di frequentare la Facoltà, se non per fare gli esami. Tramite Roberto conobbi un altro mio maestro, Franco Ferlini, protagonista a Bologna del Movimento del ‘77. Da parte loro ci fu trasmissione di memoria. Nel 1995, dopo la laurea, andai a lavorare come metalmeccanico in una fabbrica bolognese. In quell'anno Roberto organizzò un corso di marxismo con il Prof. Giorgio Gattei. Lavoravo in fabbrica e il giovedì si parlava di forza lavoro come merce. Molto schizoide come situazione.

La tua collaborazione con La Contraddizione ti ha permesso di conoscere e collaborare con alcune importanti figure del marxismo italiano. Come si è realizzato questo incontro?

Nel 1991 Roberto Sassi organizzò una serata con i fondatori de La Contraddizione, il Prof. Gianfranco Pala e Carla Filosa. Fu illuminante. Comprai molti numeri della rivista, ricordo che li portavo alla biblioteca occupata di Lettere e Magistero, al n. 36 di via Zamponi, e la gente mi guardava strano. L'incontro però avvenne anni dopo. Roberto mi diede da leggere un libro, «Il federalismo preso sul serio» e ne feci un pezzo, che lui mandò alla redazione de La Contraddizione. Fu pubblicato. Negli anni successivi lavorai alla Cisl di Crotone. Leggevo i resoconti nazionali sulle politiche economiche e sulla concertazione e Pala voleva che andassi a lavorare alla Cisl nazionale a Roma, sarei stato prezioso. Non se ne fece nulla. Conobbi, non personalmente, perché allora era malato, il poeta Gianfranco Ciabatti, forse la persona della redazione che più mi ha segnato nella mia formazione.

Pala volle che Giacché coordinasse il mio lavoro. Fu così che lo incontrai a Roma nel 1999. Lui correggeva errori concettuali e mi mandava moltissimo materiale. Interruppi la collaborazione nel 2010, la questione era il ruolo della Germania in Europa, c'erano divergenze. Ma fu la scuola per eccellenza per me. Tra l'altro quando Roberto organizzò il corso con Gattei, ci fu una diatriba sulla questione della trasformazione dei valori in prezzi. Io ero contrario alla conclusione di Giorgio e Roberto mi diede un libro di Pala, "Pierino e il lupo", che considero tuttora un capolavoro.

Mentre nel resto del mondo, già a partire dagli anni Ottanta, quasi tutti i protagonisti della sbornia nicciana e post-questo e post-quello facevano auto-critica, a Bologna, il 1990 ha rappresentato un anno di svolta, vennero definitivamente seppelliti i reduci del vecchio operaismo marxista e si abbracciava il ribellismo inconcludente del pragmatismo americano e dell'individualismo Stirneriano – l’economicismo libertario della scuola austriaca aveva vinto. Per un marxista la vita a Bologna si era fatta dura. È questo clima che ti ha portato a lasciare Bologna, oppure, nel frattempo era cambiato anche qualcos’altro?

Abbandonai l'ambiente universitario nell'estate del 1993, dominava il conformismo dell'anticonformismo, mi concentrai sugli esami, volevo finire presto. Non ho mai considerato l'Università come palestra di divertimento, lavoravo e volevo finire. Nel 1996, dopo la fabbrica, ero disoccupato e Filippo Violi mi propose di insegnare commercio internazionale a Crotone. Me ne andai, senza nostalgia. L'unica cosa che mi mancava era la Biblioteca comunale dove lavorava Sassi. Praticamente l'ambiente universitario l'ho frequentato solo nei primi due anni. La piega che presero i movimenti post Pantera mi faceva abbastanza schifo.

Hai trascorso molti anni della tua adolescenza a Crotone, nel periodo in cui questa città viveva la fine di un’epoca d’oro. Cosa vuol dire essere nato al sud, avere studiato al sud, quanto conta non essere andato a studiare all’estero? Ho guardato il sito della tua vecchia facoltà, non c’è più un corso di storia, e l’80% dei corsi ha un titolo in inglese. Davvero la nostra lingua è destinata a sparire? Qual è il tuo rapporto con il dialetto?

Il sud per me è tutto, Crotone è il mio rifugio da sempre. Anche durante gli anni del liceo lavoravo in un pub, e ho conosciuto tanta gente. La cosa incredibile è che tuttora ci sentiamo, il tempo non ha scalfito l'affetto, anche se siamo lontani. Sono orgoglioso di parlare in dialetto, anche se mi piace molto più quello salernitano, più dolce. Quanto all'estero, il mondo anglosassone non mi attira, sono molto latino, mi sento a casa mia in Grecia, in Spagna o in Portogallo. Quel che penso è che gli economisti anglosassoni sono molto sopravvalutati. Un Macchioro, un De Cecco, un Graziani, un Pala non hanno nulla da invidiare a questi signori, anzi! È il segno dei tempi. Mi consola una cena tra amici o parenti o prendere un caffè da «Mimmo», il mio bar preferito di Pontecagnano.

*Il libro è acquistabile in tutte le librerie. Immediatamente disponibile qui per la versione cartacea e ebook.

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