L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 19 febbraio 2021

Tradizione e identità contro omologazione e indifferenziazione parlano obbligatoriamente due lingue diverse, è dove fallisce per suo limite interno l'ideologia dell'INGERENZA


18 FEBBRAIO 2021


Russia e Occidente, due acerrimi rivali ab immemorabili che paiono condannati dal fato a scontrarsi in eterno, in sæcula sæculorum, ovverosia avversari da sempre e per sempre. Due sono le chiavi di lettura necessarie e fondamentali per comprendere le origini e le ragioni del più durativo scontro egemonico della storia recente: la geopolitica e la geofilosofia.

Invero, urge comprendere che non si tratta (soltanto) di una questione di sicurezza energetica, di inconciliabilità ideologica o di avvicendamento Democratici–Repubblicani alla Casa Bianca; non è una guerra fredda 2.0 né un neo-contenimento: è un contenimento infinito promanante da moventi geopolitici e geofilosofici inalterabili e inestinguibili.

Il contenimento infinito?

I saggi dell’antica Roma sostenevano che historia magistra vitae, ossia che la storia è maestra di vita, e il ciclo degli eventi sembra corroborare la tesi dell’antagonismo sempiterno: il contenimento non viene ideato da George Kennan – ma da Napoleone –, il primo blocco–civiltà a trazione occidentale non si origina nel secondo dopoguerra per abbattere il comunismo sovietico – ma nella guerra di Crimea di metà Ottocento –, e le cacce alle streghe non nascono con Joseph McCarty o, di punto in bianco, alle presidenziali americane del 2016 – ma in occasione delle elezioni del 1828

Contenimenti, grandi coalizioni e cacce alle streghe ricorrono e si ripresentano periodicamente, sotto sembianze simili ma differenti, contribuendo a spingere i due seggiolini dell’altalena in cui siedono Russia e Occidente e perpetuando ad infinitum la confrontazione egemonica. Similmente, riverbero ciclico dell’aspra rivalità è il leveraggio del malcontento popolare a detrimento del Cremlino nella consapevolezza che concordia civium murus urbium: ieri furono le Pussy Riot e gli anti-elitisti della cosiddetta “rivoluzione della neve“, oggi è Aleksei Navalny. Cambiano i tempi, i nomi e i volti, ma il fine permane statico e immutato.

Geofilosofia e geopolitica spiegano una parte del problema – la perennità del confronto – ma per comprendere i perché degli errori di calcolo e degli autosabotaggi che impediscono all’asse Washington–Bruxelles di approfittare pienamente delle (brevi) fasi di disgelo, come palesato di recente dall’affaire Lavrov, occorre fare riferimento ad un elemento sinora escluso dal discorso: l’incomprensione.

In veritas, Russia e Occidente si scontrano altresì perché, moventi eminentemente geopolitici a parte, parlano due lingue mutualmente inintelligibili e non dispongono di interpreti e/o traduttori che siano in grado di mediare la comunicazione. Le incomprensioni dovute all’inintelligibilità non sono circoscritte alla sfera politica; gli statisti euroamericani faticano a comprendere persino quella società russa che vorrebbero strumentalizzare, trattandola come se fosse divisa in compartimenti stagni e supportando delle forze radicali – oggi Navalny, ieri Pussy Riot – che, lungi dal servire l’obiettivo bramato, alienano il consenso di coloro che realmente potrebbero minacciare lo status quo, ovverosia moderati e liberali.
I tumulti non sono d’aiuto (all’Occidente)

Navalny non è “una minaccia fondamentale per il Cremlino, […] è una figura, anzi, piuttosto marginale”; questo ci era stato riferito lo scorso agosto da Ivan Timofeev, il direttore dei programmi del prestigioso Russian International Affairs Council, all’indomani del presunto avvelenamento. L’opinione di Timofeev era, ed è (come vedremo), corroborata dai numeri, il vero strumento capace di confutare l’immagine dell’attivista cristallizzatasi nell’immaginario collettivo euroamericano.

Secondo un sondaggio d’opinione del Centro Levada del 2017, all’epoca il 48% dei russi non era a conoscenza di chi fosse Navalny e i rispondenti positivi erano polarizzati sul tema: il 31% credeva che fosse un politico come gli altri, il 28% credeva che fosse un agente dell’Occidente. Da quella data ad oggi, poco o nulla è cambiato, nonostante i disordini di gennaio, il presunto avvelenamento, la convalescenza mediatica in Germania e l’inchiesta sulla presunta reggia di Vladimir Putin.

L’ultimo sondaggio del Centro Levada, effettuato dopo l’arresto dell’attivista, ha appurato che soltanto il 22% e il 19% dei russi supportano, rispettivamente, le proteste e l’operato di Navalny, mentre il 56% continua ad avere un’opinione negativa dell’attivista e un eloquente 77% “non ha cambiato la propria attitudine nei confronti di Putin”; attitudine che, numeri alla mano, è largamente positiva: il presidente russo gode dell’appoggio di una persona su due in età 18–24, del 57% di coloro in età 25–39 e del 73% degli ultra–55enni.

I russi, in estrema sintesi, continuano a trattare Navalny con diffidenza, quando non indifferenza, nonostante l’aura costruitagli attorno dagli sponsor euroamericani e dal suo stesso circolo anticorruzione.
I liberali si ribellano a Navalny

Una prova ulteriore del fatto che l’Occidente faccia fatica a comprendere la Russia, intesa sia come stato che come popolo, proviene dal fatto che Navalny, oltre a non godere di un vasto supporto sociale, non piace neanche nei circoli che, teoricamente, dovrebbero essergli più vicini, ovvero quelli liberali e moderati, come dimostrano le recentissime uscite di due personaggi di spicco liberal-progressisti.

Dmitry Gubin, giornalista e conduttore di un programma su Ekho Moskvy, la radio dei liberali russi, ha utilizzato le colonne del quotidiano Republic per aprire gli occhi degli europei sul fatto che, pur non essendo né un patriota né un putinista, andrebbe capito che “la Russia è Putin, e Putin è la Russia”.

Il regista e personaggio pubblico Konstantin Bogomolov, invece, ha scritto un vero e proprio manifesto politico, apparso su Novaya Gazeta, il più celebre quotidiano liberale del Paese, dal titolo “Lo stupro dell’Europa 2.0” (The Rape of Europa 2.0). Il regista ha invitato i liberali ad abbandonare la loro sedimentata convinzione che l’Occidente debba essere il modello politico, sociale e culturale al quale la Russia dovrebbe ispirarsi, denunciando che “il mondo occidentale contemporaneo si è trasformato in un nuovo Reich etico”.

Oggi, sostiene Bogomolov, “stiamo affrontando un socialismo etico, un socialismo queer. Siemens, Boss e Volkswagen sono diventati Google, Apple e Facebook, e i nazisti sono stati sostituiti da una combinazione parimenti aggressiva di attivisti queer, femministe fanatiche e psicopatici dell’ecologismo che possiedono lo stesso desiderio di trasformare totalmente la società”.

Il regista continua ad essere un liberale, nel senso che riconosce i limiti del putinismo e prova repulsione per alcune caratteristiche del popolo russo, fra le quali l’arrendevolezza alla corruzione, ma, contrariamente al passato, ha cessato di credere che il migliore dei modelli possibili sia l’Occidente, dipinto come una realtà in cui “degli schwander multicolorati di Black Lives Matter, bianchi inclusi, irrompono nelle abitazioni, esigono che i professori si inginocchino, condividono gli spazi abitativi e donano denaro a degli affamati [George] Floyd”.

Le similitudini tra il “totalitarismo occidentale moderno” e il Terzo Reich sarebbero molteplici, a detta di Bogomolov, anche se la più evidente, nonché la più perniciosa, si riflette nel fatto che il primo vuole alterare in maniera coercitiva ciò che le persone provano e pensano, a mezzo di ingegneria sociale e nuovi tipi di censura, mentre il secondo utilizzava la forza per controllare ciò che la gente diceva.

I liberali russi, alla luce del vicolo cielo ed auto-radicalizzante in cui sarebbe entrato l’Occidente, dovrebbero riflettere sulla stessa concezione di Europa in maniera tale da comprendere se anelano ad emulare quella contemporanea o quella del pre-guerre mondiali. Terminata l’elucubrazione, dalla quale dipende il futuro dello stato-civiltà russo, il regista confida nel fatto che possano giungere alla sua medesima conclusione: “[la Russia deve] ricostruire [qui] la nostra cara vecchia Europa, l’Europa che abbiamo sognato e che abbiamo perduto”.

Tralasciando Gubin e Bogomolov, nei giorni dei disordini è accaduto qualcosa di persino più importante: il fondatore del partito liberale Yabloko, Grigory Yavlinsky, ha accusato Navalny di avere delle “tendenze autoritarie”, preso le distanze dai tumulti e invitato la propria base elettorale a fare lo stesso.

In breve, sta succedendo che in una fase densa e di transizione (perciò ricca di opportunità) quale quella attuale, noti e ferventi liberali, nonché grandi scettici del putinismo, stiano ripiegando sul patriottismo, chi più chi meno, e distanziandosi dall’uomo del momento e dall’Occidente, il modello da emulare divenuto modello da evitare; un evento inspiegabile se letto con lenti occidentalo-centriche ma pienamente comprensibile se indagato senza preconcetti e pregiudizi.

È la mutua inintelligibilità, di cui si è scritto in precedenza, il grundmotiv del recente spostamento a destra del mondo liberale russo. Il blocco euroamericano, oggi come in passato, cerca di fare breccia nella società russa facendo leva su personaggi notoriamente estremisti, che, in quanto tali, risultano indigesti persino ai più feroci detrattori dello status quo e alienano il consenso di centristi e moderati. E i liberali russi, oggi come ieri, cercano di migliorare la Russia – non di destabilizzarla, anche perché il ricordo dei turbolenti anni ’90 è ancora vivo –, e anelano ad un cambiamento dal basso, pacifico e genuino – che non sia eterodiretto dall’esterno, burrascoso e artificiale.

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