L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 17 marzo 2021

Avanza la tesi che i vaccinati diventano FONTE di contagio

Il paradosso della Serbia: avanti sui vaccini ma con casi in aumento, e il governo annuncia una nuova stretta

17 marzo 2021

Vaccinazioni di massa alla Fiera di Belgrado - ANDREJ ISAKOVIC/AFP via Getty Images

Il vaccino significa automaticamente la possibilità di tornare a una vita normale? Non sempre, o almeno non subito: se le cronache da Israele sono un’iniezione di speranza, un altro Paese, molto avanti nella campagna vaccinale, in queste ore sta invece percorrendo la strada al contrario, con il governo costretto ad adottare nuove restrizioni a causa della crescita dei contagi.

Parliamo della Serbia, che grazie a un’efficace azione di diplomazia ha potuto finora offrire ai suoi cittadini ben quattro tipi di vaccini diversi: Pfizer, AstraZeneca, il cinese Sinopharm e il russo Sputnik V, mentre a breve dovrebbe essere disponibile anche il siero di Moderna. Al momento il Paese balcanico ha vaccinato con almeno una dose un milione e mezzo di persone, su sette milioni di abitanti in totale: un ritmo che ha proiettato la piccola Serbia al secondo posto per vaccini effettuati nel continente europeo, dopo la Gran Bretagna e ben più avanti dei vicini dell’Ue. Tuttavia, nonostante questo successo apparente, i contagi continuano a crescere: prima dell’inizio della campagna vaccinale ogni giorno si registravano tra 1000 e 1500 nuovi casi di covid-19, ora invece il numero è salito a oltre 4000.

Dosi di vaccino effettuate per 100 abitanti – Ourworldindata.org

Una progressione che ha spinto il governo di Belgrado a prendere le contromisure: martedì 16 marzo la premier Ana Brnabic, al termine di una nuova riunione dell’unità di crisi per la lotta al covid, ha imposto per una settimana la chiusura di caffè, ristoranti, centri commerciali, negozi e altre attività commerciali non essenziali, ad eccezione di supermercati, alimentari, farmacie e distributori di carburante, pur non imponendo forme di coprifuoco o drastiche limitazioni alla libertà di circolazione. Le stesse misure erano state già adottate negli ultimi due weekend, mentre negli altri giorni erano previsti orari ridotti per bar e ristoranti, l’obbligo di mascherina al chiuso e il divieto di riunirsi in più di cinque persone. Ciononostante, come rivela Euronews, nel Paese è stata organizzata una serie di grandi eventi pubblici, ad alcuni dei quali hanno partecipato decine di migliaia di persone. Come la cerimonia nella capitale per l’inaugurazione del monumento a Stefan Nemanja, fondatore dello stato serbo nel Medioevo, o i funerali a Novi Sad del famoso cantante Djordje Balasevic, morto di covid-19. Senza contare gli assembramenti negli impianti sciistici sulle montagne serbe, regolarmente aperti e frequentati da centinaia di persone senza troppa attenzione al distanziamento sociale. In più, la polizia è intervenuta più volte per interrompere feste illegali: a una di queste, tenutasi a febbraio in un nightclub di Belgrado, avevano partecipato più di 700 persone. Per cercare di arginare il problema il governo ha inasprito le pene: chi organizza party clandestini rischia ora fino a tre anni di carcere.

Anziani a Belgrado – ANDREJ ISAKOVIC/AFP via Getty Images

Non è andata bene neanche agli eventi legali, come gli spettacoli teatrali, autorizzati con alcune restrizioni. Ad esempio, la Kombank Arena di Belgrado, palazzetto al chiuso con una capacità di 20mila posti, ha potuto organizzare alcuni concerti con un massimo di 500 persone: ma nonostante la presenza di gel disinfettanti e l’invito a usare la mascherina, il pubblico non ha rispettato le regole e la sala concerti è stata multata. I restanti spettacoli in cartellone sono stati cancellati o rinviati.

Fiale di vaccino Sinopharm e Sputnik V alla Fiera di Belgrado, trasformata in centro vaccinale – OLIVER BUNIC/AFP via Getty Images

Così in Serbia, nonostante i progressi della campagna vaccinale, le autorità si trovano a gestire una situazione esplosiva: all’interno dell’unità di crisi per il contrasto alla pandemia, di cui fanno parte medici e politici, è in atto lo scontro tra i sanitari, che chiedono l’estensione delle misure restrittive adottate nei weekend, e i politici, che temono le ripercussioni sull’economia. La soluzione adottata dalla premier Brnabic nasce proprio da un compromesso tra queste due posizioni. Ma si tratta di un dibattito privo di senso, secondo l’infettivologo Dragan Delic. “I medici non dovrebbero discutere di questo: è un terreno scivoloso e per i sanitari è immorale riflettere sul cosiddetto bilanciamento tra la cosiddetta economia – che peraltro non è l’economia nel suo complesso, ma solo una parte del settore dei servizi – e la gestione della pandemia. Come medico trovo inaccettabile questa situazione e ritengo innaturale che scienziati ed esperti debbano sedere allo stesso tavolo dei politici, come avviene nella nostra unità di crisi, e cercare compromessi. Non ci sono compromessi in medicina, non si possono fare compromessi con la malattia e la morte”.

Nessun commento:

Posta un commento