L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 19 marzo 2021

Balle spaziali e menzogne questa è la rivoluzione verde del Grande Cambiamento

SPY FINANZA/ Le ultime bordate pronte a far scoppiare la bolla green

Pubblicazione: 18.03.2021 - Mauro Bottarelli

La bolla green sta per esplodere. E con essa, l’intero castello di bugie e alibi che fino a oggi ha alimentato la narrativa ambientalista e sostenibile

LaPresse

Nemmeno due giorni e già una conferma di quelle che pesano come macigni. Signore e signori, la bolla green sta per esplodere. E con essa, l’intero castello di bugie e alibi che fino a oggi ha alimentato la narrativa ambientalista e sostenibile. Attenzione, però. A lasciarci molto facilmente le penne non saranno fondi ed Etf che fino ad oggi si sono garantiti profitti straordinari con il cosiddetto greenwashing, la passata di verde su qualsiasi proposta di investimento che lo renda automaticamente appetibile e moralmente superiore, bensì l’intera impostazione politico-economica di governi ed entità sovranazionali. Ed è intuitivo capire che quando utilizzo questo ultimo termine, mi riferisco all’Unione europea e alla sua green agenda sotto la guida di Ursula von der Leyen. 

È stato un combinato congiunto a dar vita alla rapida detonazione. In primis, l’avidità da Fomo (Fear Of Missing Out) di Wall Street nel cavalcare il fenomeno Esg (Environmental, Social and Governance) nello stesso identico modo con cui si è gettata a pesce su buybacks prima, Ipo e Spac poi. In seconda battuta, il Covid e il suo reset dell’economia reale. Guardate questi due grafici, ci mostrano la cruda realtà. 


Il primo suddivide percentualmente fra Paesi l’utilizzo di carbone e fonti energetiche fossili, mostrando chiaramente come Cina, Usa e India siano i motori delle emissioni al mondo. Il secondo è quello che dovrebbe far riflettere maggiormente: nonostante le grancasse e campagne mediatiche, gli accordi più o meno ufficiali, gli impegni morali e gli scintillanti testimonial, l’America tornerà prepotentemente all’utilizzo proprio del carbone nei suoi impianti. Lo scrive e certifica Bloomberg, fonte che fino a oggi certamente non si è distinta per un atteggiamento critico verso la svolta green. I tre giganti dell’inquinamento stanno già, di fatto, vanificando l’impatto paradossalmente positivo della pandemia sull’inquinamento globale. Bruciano, bruciano come pazzi. 

Ne è certa Amanda Levin, analista politica del National Resources Defense Council di New York: «Stiamo per assistere a un incremento delle emissioni da consumo di carbone decisamente marcato negli impianti energetici statunitensi, un trend che ci riporterà ai livelli del 2019». Quindi, pre-pandemia. Le prospettive sono chiare: se Cina e India non hanno alcun piano finalizzato a tagliare i loro utilizzi di fonti fossili per le necessità energetiche, gli Stati Uniti aumenteranno il consumo di carbone del 16% quest’anno rispetto al 2020 e da qui al 2022 si registrerà almeno un ulteriore +3%. E se il Presidente cinese Xi Jinping ha firmato l’impegno verso emissioni zero del suo Paese entro il 2060, l’India non ha formalizzato, né sottoscritto alcun accordo e sta ancora ragionando – garbato eufemismo – riguardo l’adozione delle linee guida del Paris Agreement, tanto strombazzato pur di attaccare la presidenza Trump. Vediamo come agirà Joe Biden nei prossimi mesi, quando – in punta di campagna vaccinale record e con un pacchetto di stimolo da 1.900 miliardi appena varato – gli Stati Uniti si lanceranno in una folla rincorsa alla Cina in tema di ripresa economica. Già oggi, il GDPNow della Fed di Atlanta, il tracciatore in tempo reale del Pil, prevede una crescita dell’economia Usa al 5,9% nel primo trimestre. Panna montata, ovviamente. Ma con in cima la ciliegina di una valanga di liquidità reale che da oggi a settembre vedrà iniettati nel sistema 1.200 dei 1.900 miliardi varati dal Congresso: uno shock a brevissimo termine. Di fatto, la conferma di una volontà netta di bruciare le tappe. Oltre al carbone. 

E tornando all’India, giova ricordare come il 70% di generazione e consumo elettrico di quel Paese sia ottenuto proprio attraverso la fonte fossile per eccellenza, tanto che per quest’anno l’aumento del suo utilizzo è fissato nel 10%. E continuerà a salire, almeno fino al 2027, stando ai dati di Bloomberg. E se negli Usa la pandemia aveva tagliato del 19% la domanda di carbone lo scorso anno, le necessità di operatività forza quattro unite all’aumento del prezzo del gas naturale opereranno da vento a favore del carbone almeno fino alla fine del 2022. Brutta cosa quando punti troppo sulle rinnovabili e arriva una settimana di vortice polare a bloccare sole e vento. Certo, occorre ragionare sui trend di lungo termine, quando si ha a che fare con vere e proprie rivoluzioni come queste. E, obiettivamente, molti Paesi emergenti stanno spingendo sulla riconversione e sulle fonti rinnovabili. 

C’è un problema, però: l’oggi. Perché è ora che si decide chi resterà in gioco e chi è destinato a retrocedere. O sparire, economicamente. Insomma, non è tempo per Greta. Cinico, lo so. Ma in punta di realismo e senza tanta ideologia green, casamatta del potere di un totalitarismo ambientalista che si è fatto business, prima ancora che egemonia culturale 2.0. E a dirlo, sancendo appunto il raggiungimento del massimo grado di espansione della bolla finanziaria Esg, è stato ieri Tariq Fancy, ex Cfo del comparto Sustainable Investing di BlackRock, principale fondo di investimento al mondo con 8,7 triliardi di assets in detenzione. E non lo ha fatto nel corso di una conversazione privata con un amico, di fronte a una birra, carpita da qualche giornalista sotto copertura. No, lo ha fatto scrivendo un op-ed, che esprime un’opinione personale, sul quotidiano più diffuso d’America, USA Today. Di fatto, il giornale che nel 2001 ha superato per lettori e copie il Wall Street Journal e che, piaccia o meno, è il più diffuso in Nord America, tanto da poter vantare la dicitura The Nation’s Newspaper – #1 in the Usa sotto la testata. E il buon Fancy ci è andato giù con il machete, nella sua denuncia del greenwashing. A partire dalla constatazione principale: … In truth, sustainable investing boils down to little more than marketing hype, PR spin and disingenuous promises from the investment community (In verità, gli investimenti sostenibili si riducono a poco più che campagne pubblicitarie, iniziative di PR e promesse false da parte della comunità degli investitori). Non male, cosa ne dite? 

E dopo aver ricordato come le sue denunce siano condivise ora anche dalla Sec, la quale ha dato vita a una task-force dedicata all’opera di smascherare fondi e investimenti falsamente green, ecco la frase destinata a operare come proverbiale nail in the coffin, l’ultimo chiodo nella bara, della colossale bolla Esg: As disheartening as this reality is, claiming to be environmentally responsible is profitable. Last year alone, ESG mutual funds and exchange-traded funds nearly doubled. The investment community understandably reacted to this with cheers. But those cheers were only for fund managers and their bottom lines. No matter what they tout as green investing, portfolio managers are legally bound (as well as financially incentivized) to do nothing that compromises profits. To advance real change in the environment simply doesn’t yield the same return (Esg: Per quanto scoraggiante possa essere questa realtà, affermare di essere responsabili dal punto di vista ambientale è redditizio. Solo lo scorso anno, i fondi comuni di investimento ESG e i fondi negoziati in borsa sono quasi raddoppiati. La comunità degli investitori ha comprensibilmente reagito a questo con applausi. Ma quegli applausi erano solo per i gestori di fondi e i loro profitti. Indipendentemente da ciò che pubblicizzano come investimenti verdi, i gestori di portafoglio sono legalmente vincolati (oltre che incentivati finanziariamente) a non fare nulla che comprometta i profitti. Promuovere un vero cambiamento nell'ambiente semplicemente non produce lo stesso rendimento).E questi grafici parlano chiaro e offrono riscontri alle accuse di Tariq Fancy: non chiacchiere su orsi e pinguini, non appelli per deserti e ghiacciai. Profitti e protezione dell’investimento, rapido e massimizzato. Prima che l’onda si infranga sugli scogli e una nuova emergenza faccia finire la festa, fermare la giostra e zittire la musica.


E se una denuncia come questa fosse stata pubblicata da Wall Street Journal o Financial Times, il tutto sarebbe stato ascrivibile al classico messaggio in codice fra addetti ai lavori. Se l’avessero pubblicata New York Times o Washington Post, allora sarebbe rientrata a pieno nella categoria della mera e ciclica ripulitura di coscienza delle élite liberal, le uniche a comprare e leggere quei giornali. Ma quando a ospitarla è il più popolare e diffuso quotidiano statunitense, bollato di scandalismo e guardato con malcelato disprezzo dagli intellettuali, allora vuol dire che siamo davvero al momento della nudità del Re. Perché giova ricordarlo: Wall Street oggi sta in piedi grazie agli investimenti dei retail traders sulle piattaforme on-line. Gente che, appunto, legge USA Today. Greta Thunberg si cerchi un altro lavoro, la retorica green è al capolinea. Ringraziando il Signore. E Tariq Fancy. Perché la lotta ai cambiamenti climatici e per la tutela dell’ambiente sono argomenti dannatamente seri e non dogmi per talebani e fanatici.

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