L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 13 marzo 2021

Costanzo Preve - Questa è la prima epoca della storia in cui gli uomini che passano per colti sono più ignoranti degli uomini qualunque, cioè delle persone semplici

La profezia di Vico si è avverata

di Corrado Ocone11 Marzo 2021


Costanzo Preve, un eccentrico e isolato pensatore marxista torinese, morto da qualche anno, diceva che questa è la prima epoca della storia in cui gli uomini che passano per colti sono più ignoranti degli uomini qualunque, cioè delle persone semplici. Non so sinceramente se avesse ragione, ma leggendo di notizie che quotidianamente arrivano dal mondo intellettuale, editoriale, universitario, l’impressione è che tutti i torti in fondo Preve non avesse. Per non parlare dell’uso che persone da cui non te lo aspetteresti fanno di quelle parole-civetta, da “resilienza” a “sostenibilità”, che servono a coprire, con un’aria modaiola, il vuoto di pensiero che spesso c’è dietro.

Pure il recente dibattito sui meccanismi di valutazione in ambito universitario sembra girare a vuoto, con la pretesa di aggiungere criteri qualitativi ad altri solo quantitativi senza che nessuno si accorga del fatto che, con questo conato misuratorio e iper-razionalistico, anche la qualità viene quantizzata e quindi diventa altro da sé. Ma non è poi una forma estrema di razionalismo, che proprio per questo perde la sua base reale e si converte nel suo contrario, tutto l’universo che definiamo del “politicamente corretto”, di cui tanti intellettuali si fanno corifei? Con i suoi assurdi e spesso illiberali divieti, esso vorrebbe mettere le “brache al mondo” per renderlo, vasto programma, migliore e appunto più “sostenibile”!

Proprio in questi giorni è arrivata la notizia dall’Olanda che una rinomata scrittrice a cui era stata affidata la traduzione delle poesie di Amanda Gorma, la poetessa star della cerimonia di insediamento di Biden, ha dovuto rinunciare perché la casa editrice ha ceduto alle pressioni degli intellettuali che la considerano “troppo bianca” per tradurre un’autrice “nera”!

In ogni caso, è un po’ strano che quasi nessuno si sia accorto che la vicenda della correctness, legandosi in modo indissolubile al declino della civiltà occidentale, sia stata prevista con precisione anamnestica ben tre secoli fa da Giambattista Vico. Già nella seconda edizione del 1730 del suo capolavoro, la Scienza Nuova, il grande filosofo napoletano, critico del razionalismo cartesiano in nome di una ragione più concreta e impregnata, potremmo dire, di buon senso, parlava della “barbarie ritornata” che si ripresenta al culmine del processo di civilizzazione facendo decadere e morire una civiltà fino a quel momento fiorente. La nuova barbarie, l’”ultimo malore”, consiste, per Vico, nella perdita della misura, da una parte; e nel fatto che le questioni etiche e giuridiche prendono il sopravvento fra gli intellettuali su tutte le altre. Gli uomini, scrive Vico, “quando son guasti e corrotti, non parlano d’altro che d’onestà e giustizia”; e come non pensare all’attuale proliferare di commissioni e statuti etici, di etiche applicate, di corti internazionali di giustizia e “diritti umani” tanto predicati quanto poco praticati. Ma la cosa impressionante è che per Vico questa “barbarie” non era un semplice riproporsi della prima, quella delle epoche primitive: era diversa, e in un certo senso persino peggiore.

Il fatto era che si trattava, è questo il termine vichiano, della “barbarie della riflessione”; e a farsene promotrice era, in prima istanza, la “boria dei dotti”, cioè l’arroganza saccente degli intellò potremmo dire noi. In quest’ultima fase, gli uomini prendono congedo non solo dalla dimensione morale, ma anche da quella sensibile legata alla fantasia (che in Vico ha una importante funzione conoscitiva) e alla corporeità. E a questo punto viene quasi naturale pensare alla troppo osannata “transizione digitale” dei nostri giorni?

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