L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 14 marzo 2021

Dialogo per escludere è guerra illimitata

Pechino nel mirino. Così il Quad lavora sulle terre rare

Di Alberto Prina Cerai | 13/03/2021 - 

(Foto: Twitter, @POTUS)

Il dialogo tra Usa, Giappone, Australia e India si fa intenso anche sui materiali critici. L’obiettivo: creare sul fronte pacifico una filiera industriale svincolata da Pechino, per controbilanciare il crescente peso economico e militare del rivale asiatico

Gli Stati Uniti, Giappone, Australia e India hanno annunciato di voler cooperare per assicurare alle emergenti industrie tecnologiche la fornitura di materiali critici.

Lo hanno annunciato il presidente statunitense Joe Biden e i primi ministri giapponese Yoshihide Suga, australiano Scott Morrison e indiano Narendra Modi nel corso della conferenza del Quadrilateral Security Dialogue, un forum transpacifico dedicato ai temi di comune interesse e sicurezza. Si tratta di un importante incontro che sottolinea la priorità del teatro Indo-Pacifico nella politica estera statunitense, enfatizzando il ruolo centrale degli alleati regionali nella competizione a tutto campo con Pechino.

Il Quad, infatti, si inserisce in un ampio disegno di deterrenza militare che vedrà gli Stati Uniti dislocare ulteriori forze e armamenti nei prossimi anni: lo United States Indo-Pacific Command sta infatti programmando la costruzione di nuove basi e installazioni a ridosso della controparte cinese, per una cifra complessiva di 7 miliardi di dollari attraverso la Pacific Deterrence Initiative.

Ma non si tratta soltanto di equilibri geostrategici. Secondo quanto riportato dal quotidiano Nikkei Asia, lo sforzo multilaterale delle nazioni del Quad si concentrerà anche su temi prettamente commerciali. Tra i dossier più caldi affrontati durante l’incontro, la questione delle terre rare e della necessità di affrontare lo strapotere commerciale della Cina.

Se mappare l’esposizione e la vulnerabilità delle filiere strategiche rappresenta un nuovo imperativo per la sicurezza nazionale americana, come dimostrato dalla recente firma dell’executive order da parte di Biden, gli strumenti a disposizione per ridurre la dipendenza da Pechino risiedono anche in una maggiore cooperazione con gli alleati della regione. L’obiettivo, infatti, è quello di investire in R&D, sviluppare progetti e definire gli standard internazionali in partenariato.

Si tratta di uno sforzo multilaterale necessario, dal momento che la supply chain globale legata all’estrazione, raffinazione e produzione in valore aggiunto delle terre rare è tra le più integrate con Pechino a livello globale. La Cina è responsabile di quasi il 58% dell’output globale, sceso dal 98% di dieci anni fa grazie all’ingresso di nuove compagnie in Australia, Canada e negli stessi Stati Uniti, ma una cifra che risulta essere poco indicativa della reale vulnerabilità a cui sono esposte le industrie green-tech occidentali. Secondo le ultime stime dell’US Geological Survey, Pechino controlla oltre l’80% dei processi tecnologici e industriali legati alla separazione dei singoli metalli, seguito da Estonia (5%), Giappone e Malesia (4%). Si tratta di uno stadio cruciale per la trasformazione in valore aggiunto di elementi magnetici come neodimio, disprosio, praseodimio e terbio.

Secondo l’agenzia di consulenza Roskill, la domanda di magneti di terre rare è destinata a raggiungere il 40% della domanda complessiva di terre rare nel 2030, trainata dall’espansione dei mercati di destinazione (motori elettrici e turbine eoliche). Attualmente la Cina controlla oltre l’85% della produzione dei magneti permanenti.

Se da una parte ridurre la dipendenza dalla Cina per i metalli strategici è una questione di sicurezza nazionale, non rappresenta l’unica ragione per sviluppare una supply chain domestica. Gli obiettivi ambiziosi dell’amministrazione Biden in termini di de-carbonizzazione dell’economia potrebbero essere messi a repentaglio da una mancanza di metalli rari qualora la produzione domestica non dovesse coprire la domanda delle industrie americane. Ed è qui che entra in gioco il Quad.

“La combinazione delle politiche di diversificazione delle forniture e le iniziative ‘Made in America’” si legge in un’analisi del governo australiano, “aumenterà l’attrattività dei minerali critici estratti in Australia”. L’Australia, che conta il 7% della produzione mondiale, è un partner diplomatico già consolidato degli Stati Uniti nell’ottica dell’Energy Resource Governance Initiative lanciata lo scorso anno. Sul fronte industriale, grazie all’intermediazione del Pentagono, gli Stati Uniti hanno siglato un importante contratto con l’azienda australiana Lynas Corporation per costruire in Texas un sito di processazione di terre rare pesanti in collaborazione con Blue Line Corporation ad aprile 2020 e un secondo accordo da 30 milioni di dollari lo scorso febbraio per un sito analogo per terre rare leggere, puntando a coprire un quarto dell’offerta mondiale di ossidi di REE e a soddisfare le esigenza dell’industria della Difesa statunitense.

Secondo un rapporto del Congressional Research Service, le terre rare sono essenziali per le bombe intelligenti, i missili Tomahawk, i droni Predator, l’elettronica per i sistemi di puntamento avanzato (Area Denial System e LRAD), le comunicazioni satellitari, i motori elettrici impiegati nei sottomarini classe Zumwalt DDG 1000 e i magneti utilizzati negli F-35. Gli Stati Uniti sono responsabili del 16% della produzione globale di terre rare.

Mentre l’India ospita il 6% delle riserve mondiali e una concentrazione geologica che potrebbe favorirne la competitività attirando investimenti o stabilendo riserve strategiche, il Giappone è uno dei più grandi consumatori di terre rare per via di una consolidata industria elettronica. Oltre a essere stato il primo testimone del mercantilismo cinese nel 2010, quando una disputa sulle isole Senkaku tra Tokyo e Pechino indusse il governo cinese a sospendere l’export, causando un drammatico aumento dei prezzi. Una crisi che indusse il governo giapponese a finanziare l’azienda Lynas attraverso il Japan Oil, Gas, and Metals National Corporation per assicurarsi una supply chain alternativa.

Questi metalli sono dunque uno dei tanti fattori destinati ad accentuare la competizione con la Cina che nelle settimane scorse ha ventilato l’ipotesi di bloccarne l’export come ritorsione verso gli Stati Uniti. Un’ipotesi che tuttavia sembrerebbe illogica poiché incentiverebbe la concorrenza estera per scalare questa importante catena del valore. I piani tecno-industriali della Cina sembrano invece essere il vero futuro driver per l’implementazione di controlli tanto sulla produzione quanto sulle vendite all’estero. Un trend che suggerisce anche un crescente ruolo della Cina per assicurarsi nuove forniture, dal momento che l’integrazione verticale delle sue industrie verso stadi più downstream già induce Pechino a competere sui mercati esteri per un amento della domanda domestica.

L’attuale densa integrazione globale nell’industria delle terre rare rende inoltre difficoltoso il raggiungimento di una completa autosufficienza da parte dei singoli paesi, dal momento che l’assenza di stadi di processazione e raffinazione nei mercati di consumo occidentali rende la Cina un anello della catena per ora vincolante. “Ciascuna nazione ha i suoi interessi a cui dare priorità” ha spiegato al Global Times Liu Enqiao, senior analyst per un’agenzia di consulenza pechinese. Un’alleanza strategica che nel caso in cui Australia e India “si limitassero a svolgere il ruolo di esportatori di terre rare invece di considerare gli interessi pratici del mercato (una filiera più integrata e completa, ndr) non sarebbe sostenibile”.

Il recente accordo siglato tra aziende canadesi, americane ed europee rappresenta un precedente importante per le nazioni del Quad, per replicare un modello di partnership virtuoso tra aziende specializzate in differenti stadi produttivi. Se Stati Uniti, Giappone, Australia e India riusciranno a collaborare lungo tutta la catena del valore, dalla produzione di ossidi alla manifattura e consumo di magneti, condividendo best-practice, standard ambientali e know-how industriale, l’influenza di attori fuori dalla Cina potrà crescere in questo settore cruciale. Altrimenti, Pechino continuerà a disporre di una leva considerevole per plasmare il futuro delle telecomunicazioni, della “tecnologia verde” e di altri importanti settori che dipendono dalle terre rare.

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