L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 7 marzo 2021

E dietro lo stregone maledetto i privati cominciano i loro giochi a danno degli italiani

6 marzo 2021
La lobby Mef-itica di McKinsey


Anna Lombroso per il Simplicissimus

Nella miglior tradizione di tutti i governi non si fa in tempo a avere una notizia sull’operato dell’esecutivo in carica, che è già pronta la smentita ufficiale, il dito puntato contro la manina che ha aggiunto o cancellato un nome o una cifra, la minaccia di rimozione del capro espiatorio “promosso” a altro incarico.

E difatti: “In merito ad articoli di stampa relativi ai rapporti in essere con la società McKinsey, si precisa che la governance del PNRR italiano è in capo alle Amministrazioni competenti e alle strutture del MEF che si avvalgono di personale interno degli uffici“. Così il Mef in una nota nella quale si precisa che “McKinsey, così come altre società di servizi che regolarmente supportano l’Amministrazione nell’ambito di contratti attivi da tempo e su diversi progetti in corso, non è coinvolta nella definizione dei progetti del PNRR“.

Chiunque abbia dimestichezza con lobby, burocrazia, Pubblica Amministrazione sa bene che se un colpevole di conflitto di interesse viene punito è soltanto perché ha agito imprudentemente e si è rovinato con le sue mani vantandosi di incarichi, prebende, consulenze. E che si contano a decine i modi nei quali si aggirano problemi di trasparenza e legittimità. Figuriamoci se un governo come quello attuale, che mutua le abitudini dell’impero di Oriente e gli usi dei satrapi di Bisanzio, le loro trame intessute dietro i tendaggi che ammiriamo a San Vitale adatti a nascondere delitti orditi contro il popolo, veleni e congiure studiati tessitore che ormai fa sospettare che dietro al suo enigmatico e criptico silenzio si nasconda un furbastro marpione.

Per una McKinsey che sembra uscire ufficialmente dalla porta una McKinsey è già pronta per produrre il suo programmino, perché si tratta di una di quelle organizzazioni irrinunciabili, per via dell’equivoco su cui si basa il loro successo di autorità tecniche, competenti e dotate di terzietà, proprio come le agenzie di rating, portavoce e portaordini del mercato finanziario, la cui credibilità grazie ai ragionieri chiamati a dare soluzione finale ai problemi delle democrazie non è stata toccata dai tanti attestati di ineccepibile solidità emessi a “beneficio” di grandi banche d’ investimento alla vigilia del loro clamoroso fallimento, come i sette giganti promossi con titoli lusinghieri: Aig, Bear Sterns, Citigroup, Countrywide Financial, Lehman Brothers, Merryl Lynch, Washington Mutual, che collassavano con perdite di 107 miliardi di dollari, non gravanti sui loro dirigenti che nel frattempo – 2007-2008 – intascavano 450 milioni di dollari).

E difatti non pagano mai per l’incapacità previsionale, per i copia-incolla di piani, strategie e grandi promesse queste società che in combutta con gli studi legali multinazionali che dettano gli articoli di legge ai governicchi, con le lobby, con un ceto di “studiosi” che offrono supporti ideali dal chiuso di pensatoi allestiti nei sotterranei delle major delle telecomunicazioni, del digitale, della logistica, basta che riempiano di frasi interscambiabili le caselle date loro dai funzionari in servizio permanente e effettivo dell’impero, perché possano poi diramarle a Davos, nei parlamenti nazionali che non meritano concetti di prima mano, o a Bruxelles dove vanno con il cappello in mano a conquistarsi la paghetta, davanti al Grande Alleato dal quale si recano con doni e contratti per l’acquisto dei benemerenze e armamenti.

E mica potrà contare solo su Giavazzi, su Colao, sulla Mazzucato, il liquidatore fallimentare chiamato a fare piazza pulita dei piccoli, tanto parassitari da frenare la crescita concentrata dei grandi, delegato a prolungare a tempo indefinito le emergenze in modo da rimuovere qualsiasi timido palpito di esistenza in vita della democrazia, e mica potrà fidarsi degli strafalcioni messi insieme nell’era prima di lui, che deve garantirsi le protezioni dei suoi superiori in modo da assicurarsi un ancora più alto profilo.

E dunque è comprensibile che attinga al suo archivio, dalla letterina a quattro mani che ha promosso la rimozione di Berlusconi che prima o poi ci sembrerà un martire della lotta all’egemonia sovranista europea, e l’arrivo di Monti, al suo compitino per il G30, e alla sua rubrica coi numeri di cellulari dei suoi favoriti.

E alla lettera M c’è da giurarci che ci siano i curatori del Concept per una visione dell’Europa alla vigilia del Trattato di Maastricht, e poi gli stessi con il loro survey 2017 sulla rivoluzione digitale, con le proposte per un corretto impiego del capitale umano “a buon mercato” degli immigrati e che hanno già pronta la loro ricetta per una tempestiva applicazione dell’intelligenza artificiale nel mondo di impresa.

Che poi a ben vedere di intelligenza artificiale c’è gran bisogno, vista la carestia di quella naturale.

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