L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 26 marzo 2021

Formiche di Rutelli continua a portare acqua verso la guerra calda, ora ha preso in prestito la Lituania

Doccia baltica per Pechino. Ecco come la Lituania sfida la Cina
Di Gabriele Carrer | 25/03/2021 -


Uno-due di Vilnius a Pechino: via dal formato 17+1 e presto un ufficio commerciale a Taiwan. L’Europa centro-orientale, da ideale porta di ingresso nel Vecchio continente, è diventata un grosso grattacapo per la Cina

Pessima settimana per i rapporti tra Cina e Unione europea. E non soltanto alla luce della sfida a colpi di sanzioni e controsanzioni sulla repressione uigura nello Xinjiang e delle successive convocazioni di diversi ambasciatori di Pechino presso i ministeri degli Esteri dei Paesi ospitanti.

A infliggere l’ultimo colpo alla Cina è la Lituania, ex Stato del blocco sovietico oggi membro dell’Unione europea e della Nato oltre che tra i Paesi europei che hanno firmato il memorandum d’intesa sulla Via della Seta. Il ministro degli Esteri Gabrielius Landsbergis ha dichiarato che la piattaforma 17+1 di cooperazione economica tra la Cina e i Paesi dell’Europa centro-orientale messa in piedi da Pechino nel 2012 ha portato alla Lituania “quasi nessun vantaggio” ma soltanto divisione. Il tutto a seguito di un voto in Parlamento a febbraio nella stessa direzione. Dunque, addio 17+1. Il dialogo con la Cina, ha spiegato il ministro, adesso passerà dall’Unione europea.

La situazione appare già calda? Sì. Epperò non è tutto. Perché la stessa Lituania sta pensando di aprire un ufficio commerciale a Taiwan, isola di cui il governo cinese non riconosce l’autonomia. Aušrinė Armonaitė, ministra dell’Economia e dell’innovazione, ha fatto esplicito riferimento a Taiwan come una delle “regioni” in cui il Paese vuole aprire una sede di rappresentanza commerciale dopo l’approvazione dell’emendamento proposto dal governo al Parlamento. A tal proposito il ministro degli Esteri Landsbergis aveva puntato il dito contro il governo cinese accusandolo di aver tentato di dissuadere l’esecutivo di Vilnius dall’aprire un ufficio commerciale a Taipei facendo pressioni sulle aziende lituane.

Ci sono due elementi che meritano di essere portati in evidenza nelle recenti tensioni tra Pechino e Vilnius (la cui intelligence da diversi anni ormai cataloga la Cina come “rischio per la sicurezza nazionale”).

Il primo: il formato 17+1, di cui spesso la Cina ha approfittato per dividere l’Unione europea a colpi di accordi bilaterali, sta scricchiolando. Basti pensare che tra i 39 Paesi che a inizio ottobre denunciarono alle Nazioni Unite, per bocca dell’ambasciatore tedesco Christoph Heusgen la repressione cinese su Hong Kong c’era anche la Lituania e altri dieci Paesi dell’Europa centro-orientale.

Il secondo elemento è ben riassunto in un tweet di Robert Ward, direttore del programma Geoeconomia e strategia del centro studi britannico International Institute for Strategic Studies, che si dice nient’affatto stupito della scelta lituana. E aggiunge: il caso è “emblematico del fallimento della più ampia strategia cinese di generare dipendenza nelle aree del mondo in cui ha interessi. La lista è lunga: pensate anche a Regno Unito, India, eccetera”.

È la conferma che “i Paesi dell’Europa centro-orientale avrebbero dovuto essere la porta della Cina per l’Europa; invece sono diventati il suo più grande grattacapo”, come ha scritto qualche settimana fa Andreea Brînză, vicepresidente del Romanian Institute for the Study of the Asia-Pacific, sul Diplomat.

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