L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 5 marzo 2021

I nostri militari in Africa a difendere gli interessi francesi, l'uranio prima di tutto

Come si protesta in Niger mentre si dispone l’arrivo italiano

4 marzo 2021


Che cosa succede in Niger? L’articolo di Enrico Martial

Nel Niger, paese corridoio della tratta delle persone verso il Mediterraneo e sotto pressione da diversi gruppi jihadisti, uno dei leader dell’opposizione, Hama Amadou, è da lunedì sera, primo marzo, nel carcere di Filingué, a 180 km a nord ovest di Niamey, la capitale. È accusato di aver promosso le rivolte dopo il secondo turno delle elezioni presidenziali del 21 febbraio, con un bilancio di due morti, sassaiole, pneumatici bruciati, lacrimogeni, la casa del corrispondente di Radio France International (RFI) in fiamme, 470 arresti.

Malgrado abbia ottenuto l’appoggio di Amadou (la cui candidatura non era stata ammessa il 13 novembre 2020), il candidato perdente del secondo turno, Mahamane Ousmane, ha affermato di limitarsi alle vie legali nel contestare i risultati. Avrebbe ottenuto il 50,4%, mentre il risultato ufficiale lo pone al 44,25%, contro il 55,75% del vincitore, Mohamed Bazoum.

Oltre a Hama Amadou in prigione, ai due concorrenti alle presidenziali (Ousmane perdente e Bazoum eletto), il quadro dei protagonisti si completa con il presidente della Repubblica uscente, Mahamadou Issoufou, che nel contesto africano aveva raccolto una buona attenzione, perché aveva deciso di limitarsi a due mandati, senza brigare per modificare la Costituzione per un terzo quinquennio, come è avvenuto per esempio in Costa d’Avorio (nel 2016) e in Guinea (a marzo 2020).

Il quadro politico è poi condito da elementi che, seppure con minore forza, si trovano anche nelle esperienze europee e occidentali. Si tratta di persone presenti sulla scena politica da venti-trent’anni: Amadou è stato primo ministro dal 1999 al 2007, Ousmane presidente dal 1993 al colpo di stato del 1996, Bazoum ministro prima degli esteri e poi degli interni. Vi è una tendenza ai gruppi di potere, più che di partito: il nuovo presidente, vincitore alle elezioni, Mohamed Bazoum, è un pupillo del Presidente uscente, Mahamadou Issoufou. La politica è luogo di mediazione ma anche di scambi di interessi, di territorio e personali: al primo turno si sono presentati 30 candidati e per il secondo turno si sono negoziati i loro voti, raramente per ragioni ideologiche quanto per i posti da concordare, con i relativi effetti economici.

Il Niger riveste un rinnovato interesse per l’Italia, che ha aperto l’ambasciata a Niamey nel 2017. Se una strategia africana è stata delineata nel recente documento di policy del nostro ministero degli Esteri, “Partenariato con l’Africa”, presentato il 15 dicembre scorso, l’Italia vi assicura anche una presenza militare.

Da un lato si trova la missione bilaterale Misin, approvata nel 2018, rimasta per un po’ in stallo e che è stata confermata nel decreto missioni approvato il 7 luglio 2020 dal Senato, con un impiego medio annuale fino a un massimo di 295 militari, 160 mezzi terrestri e 5 aerei. Dall’altro si registra una partecipazione italiana nel processo di europeizzazione della “frontiera sud” del mediterraneo – che sarebbe poi il Sahel, secondo la lettura di Bruxelles – in contrasto sia ai traffici illegali e di persone e sia ai gruppi jiadisti.

Oltre alle forze Onu (Minusma) e dell’Unione europea (EU EUTM Mali, EUCAP Mali et EUCAP Niger), nel triangolo di frontiera tra Niger, Mali e Burkina Faso esposto a continui attacchi, sta entrando nella fase operativa una task force denominata Takuba (“spada”), con estoni, cechi, svedesi, greci, e circa 200 italiani in arrivo nel mese di marzo, attrezzati tra l’altro con otto elicotteri.

È una forza di punta, di formazione sul campo dei militari dei Paesi interessati, ma proporzionalmente piccola rispetto all’operazione Barkhane, che impegna oggi 5100 militari francesi. Si tratta di un peso difficile da reggere per Parigi, sotto il profilo economico (1 miliardo di euro all’anno) e politico, specialmente negli anni recenti. Un disimpegno del contributo americano – essenziale, per esempio, nella raccolta di informazioni – si era prefigurato nell’era Trump e poi è stato esplicitamente evocato, però senza seguiti, a margine del vertice di Pau del G5 Sahel del 14 gennaio 2020.

Il Niger resta uno dei Paesi più poveri al mondo, esposto agli effetti del cambiamento climatico, con un Pil che deriva per il 49% dall’agricoltura, una crescita demografica del 3,3% all’anno che inghiotte la capacità di sviluppo. Il Pil era in crescita di circa il 6% negli ultimi anni, ma è destinato a contrarsi per gli effetti globali della pandemia. Le presenze internazionali – oltre a occuparsi di sicurezza – si concentrano poi sulle risorse naturali, nel caso francese di AREVA per l’uranio, ormai però poco redditizio. Dal 2010, viene estratto anche dalla Cina, operosa peraltro nelle infrastrutture, come per l’oleodotto che dovrebbe attraversare il Paese dai giacimenti che controlla ad Agadem, nel sud est, fino al porto di Sèmè nel Benin, per 2mila chilometri e 4,5 miliardi di dollari di investimenti.

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