L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 24 marzo 2021

I servi imbecilli già sono all'opera, basta leggere il Post. Sono questi che sentono il vento e come banderuole girano e si dispongono, sono questi che cominciano a creare il clima di tensione e una volta che si istauri basta un nulla e ciao Terra. Tutto parte dalla rinnovata ideologia dell'INGERENZA, e non pensate che gli eventi siano lontani, c'è un'accelerazione spasmodica, i piani sono pronti

Perché Usa e Ue sono più vicine (e Russia e Cina tremano). Scrive Stefanini
Di Stefano Stefanini | 24/03/2021 - 


L’Ue ha poco Dna militare o strategico ma un altissimo gradiente valoriale e istituzionale. È per definizione l’anti-autocrazia. Il commento di Stefano Stefanini, senior advisor dell’Ispi, già consigliere diplomatico del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e rappresentante permanente dell’Italia alla Nato

Bruxelles accoglie la nuova amministrazione americana. Ieri e oggi Tony Blinken alla Nato; domani, in video, Joe Biden al Consiglio europeo. Gli Usa completano un carosello diplomatico mondiale. Prima l’Asia. Nel giro di una settimana il presidente ha tenuto un vertice (virtuale) del “Quad” con India, Giappone e Australia; a Anchorage, il segretario di Stato ha messo le carte in tavola nello scontro-incontro con la Cina. I cinesi hanno risposto per le rime in pubblico; a porte chiuse, le due parti hanno discusso seriamente di divergenze e non; rivali restano, ma ci sono aree di comune interesse, come i cambiamenti climatici, e una guerra economico-commerciale non conviene a nessuno.

L’America di Biden torna così da protagonista sulla scena internazionale. L’Europa ne ridiventa l’interlocutore principale. Insieme Usa e europei sfidano Russia e Cina sul terreno su cui Pechino e Mosca, per quante acrobazie facciano, sono sulla difensiva: democrazia e diritti umani. La competizione fra grandi potenze continua a dominare la scala internazionale, ma su geopolitica e geoeconomia si sovrappone ora anche lo spartiacque ideologico che separa democrazie e autocrazie. In un mondo che resta globale, multilaterale e interdipendente – sarebbe follia cercare alternative autarchiche o isolazioniste – risuscita un bipolarismo della guerra fredda, radicato in differenze di valori non solo di interessi.

Ci sono pochi dubbi dove si collochino l’Europa, o l’Italia su questa discriminante. L’equidistanza non è un’opzione. L’Ue non ha esitato ad adottare sanzioni individuali per le sistematiche violazioni dei diritti umani contro la popolazione uigura del Xinjiang, insieme a Usa, Regno Unito, Canada e Giappone. La rapidità e goffaggine della risposta di Pechino rivelano sia il nervo scoperto dell’impotenza a nasconderle, sia il timore fondamentale: un fronte comune fra Washington e Bruxelles in funzione anticinese. Ma con contro-sanzioni che colpiscono un numero indeterminato di alti funzionari europei, compresi (pare) tutti gli ambasciatori dei 27 Paesi che siedono nel Consiglio politico e di sicurezza dell’Ue (Cops), la Cina mette a rischio la ratifica dell’accordo sugli investimenti appena concluso con l’Ue (Cai). È il fiore all’occhiello della diplomazia di Xi Jinping. Vari parlamentari europei hanno detto subito: niente ratifica se le sanzioni cinesi non saranno ritirate.

L’amministrazione Biden parte da due constatazioni: rivalità di Cina e Russia; bisogno di alleati, in Europa e in Asia. La strategia si articola su tre piani: di massimo pragmatismo dove, nel convergente interesse, si può collaborare anche con avversari, come su Afghanistan, Corea del Nord, Covid, forse Iran, nell’estendere New Start; di contenimento geopolitico e deterrenza, essenzialmente col Quad nel Pacifico e con la Nato in Europa; di confronto ideologico netto.

Su quest’ultimo piano la saldatura con l’Europa è fisiologica. E fa dell’Ue un partner chiave. Certo, gli americani stanno sensibilizzando la Nato sulla sfida strategica e tecnologica di Pechino; non chiedono all’Alleanza un impegno di deterrenza militare nel Pacifico, ma un’attenzione politica che “sprovincializzi” l’ottica eurocentrica di molti alleati. Non sarà facilissimo ma alla fine Washington potrà contare sulla Nato, perché la Nato ha bisogno di Washington. La sfida democratica alle autocrazie è però credibile solo se a bordo c’è anche l’Unione europea. L’Ue ha poco dna militare o strategico ma un altissimo gradiente valoriale e istituzionale. È per definizione l’anti-autocrazia – e lo sa bene chi, all’interno, ne soffre qualche tentazione magiara.

Su questa sfida la Russia sa, e la Cina scoprirà, di non poter dividere le due sponde dell’Atlantico. I britannici, quanto sia difficile scappare dall’Europa come alcuni di loro vorrebbero; a Washington, Uk serve soprattutto – dov’è: in Atlantico e adiacente al “continente”. Bruxelles, quanto sia cruciale il cordone ombelicale con l’America, che nessuna autonomia strategica può rimpiazzare. Russi e cinesi stringono le fila, come sta abilmente facendo Sergei Lavrov in visita a Pechino, prendendo di nuovo l’Ue a bersaglio. Ma la piazza che protesta per Alexei Navalny o gli attivisti che si fanno arrestare a Hong Kong restano il loro comune tallone d’Achille.

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