L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 10 marzo 2021

I sogni sono il nutrimento dell'anima e il corpo senza anima muore. Le illusioni sono per i gonzi e siamo stufi e stanchi dei giornalisti, giornaloni, televisioni che ci vogliono trascinare in una narrazione che non ha niente in comune con la realtà dei fatti

SPY FINANZA/ Le notizie scomode sul Truman Show di mercati e Banche centrali

Pubblicazione: 10.03.2021 - Mauro Bottarelli

La narrativa sembra volerci presentare mercati che festeggiano la ripartenza e il successo della campagna vaccinale. La realtà appare diversa

LaPresse

Per quanto Mario Draghi sia mal volentieri sceso a patti con le logiche del potere e abbia accettato di far violenza a se stesso e al suo risèrbo, il suo messaggio in occasione dell’8 marzo è stato tutto tranne che rassicurante. È uomo di finanza, sa quando la marea sta per scendere. E, conseguentemente e come ricorda sempre Warren Buffett, quando chi fa il bagno senza costume viene scoperto. E che qualcosa stia andando fuori giri, ben oltre le più pessimistiche previsioni del presidente del Consiglio, lo confermano indirettamente le sempre più palesi e quasi disperate aperture verso il vaccino russo, Sputnik V.

Per quanto la lobby del Dipartimento di Stato Usa in seno alla Commissione Ue stia facendo di tutto per rallentare l’Ema nel processo di approvazione, la prospettiva di altri mesi di lockdown pesante in attesa delle dosi necessarie a una vaccinazione di massa appare sempre più inaccettabile. Per molti, troppi Stati. La realtà, a poco a poco, sta prendendo il sopravvento. E lo ha fa discapito di (e nonostante) quella sindrome di Stoccolma mascherata che qualcuno ancora si ostina a chiamare fedeltà atlantica o, peggio, atlantismo: servilismo sarebbe molto più appropriato. E realistico, visto che stiamo baciando la pantofola a chi ha pensato unicamente a se stesso e contemporaneamente siamo pronti a sanzionare nuovamente e più duramente chi ci ha appena offerto 50 milioni di dosi di vaccino. Il tutto in nome della presunta dissidenza di un uomo il cui supporto fra la popolazione russa è pari a quello di Italia Viva e che è cresciuto all’ombra del National Endowment of Democracy, la fondazione dove vengono addestrati alla sobillazione quelli troppo poco intelligenti per lavorare direttamente per la Cia. Così, tanto per dire le cose come stanno.

Ieri, poi, la notizia che addirittura da luglio lo Sputnik V verrà prodotto direttamente in Italia: credeteci pure, se volete. Vi invito però a leggere, già oggi, certa stampa anglosassone, quella che fa riferimento ai due Paesi che stanno vaccinando come pazzi e che in molti – anche su queste pagine, ahimè – prendono a modello: si parla già di disinformatja di Stato russa per screditare i vaccini occidentali a favore del proprio. Dal Russiagate al Vaccinegate il passo è breve, preparatevi alla versione virologica degli hacker. Inutile pensare che tutto andrà bene, visto che oggi a Palazzo Chigi c’è Mister Whatever it takes: lui ha ben altro a cui pensare, ve lo dico dal giorno della convocazione al Quirinale. E la vicenda delle consulenze esterne sul Recovery Plan lo conferma indirettamente. Ci sono ottime probabilità che non tutto vada bene. Anzi, quasi nulla.

Non mi ricordo quale quotidiano, mi sembra Libero o Il Giornale, qualche giorno fa apriva la sua prima pagina con la notizia del record di prenotazioni di voli aerei per l’estate, di fatto una sorta di inno all’ottimismo e contemporaneo atto d’accusa per chi continua a spingere sul tasto delle chiusure. Bene, guardate questo grafico, il quale ci dice che nel mese di febbraio – quando fu partorita quella geniale prima pagina – direttori e dirigenti delle principali linee aeree hanno venduto 49,4 milioni di titoli azionari delle aziende per cui lavorano, il massimo da 3 anni.


Il cosiddetto insider selling: non vi ricorda incredibilmente il fortunato tempismo con cui il numero uno di Pfizer scaricò le azioni della ditta che presiede proprio a ridosso dei massimi garantiti dall’annuncio della commercializzazione del vaccino anti-Covid? E, soprattutto: da allora qualcosa è cambiato? No. Nulla, almeno in Europa, stando ai dati. Siamo qui a parlare di terza ondata, i vaccini non si sa nemmeno se ci siano o meno, se funzionino o meno contro le varianti, se possono essere somministrati a tutti o meno, se possono essere conservati solo a -80 o anche nel cruscotto dell’automobile. In compenso, avete più sentito parlare di rally o tonfi dei titoli azionari delle ditte legate alla produzione di vaccini?

Nessuno più punta sul bio-pharma: forse perché chi di dovere sapeva quale fosse il momento propizio e su quale delta puntare. Per l’esattezza, quello dell’annuncio di massa e delle percentuali di efficacia da aggiornare al rialzo ogni giorno che Dio mandava in terra. E, casualmente, subito dopo il voto presidenziale Usa di novembre, tanto per mostrare subito deferenza ai Dem tornati al potere. Il Covid è diventato come l’Isis, come la Corea del Nord, come la Cina della falsa guerra commerciale: un pretesto politico-finanziario. Mentre la gente si ammala. E muore. Non a caso, a palazzo Chigi è stato messo un uomo che il potere, finanziario e non politico, lo conosce benissimo. Dal di dentro.

Se davvero di fronte a noi c’è l’immunità di gregge a portata di mano, perché i dirigenti delle linee aeree hanno venduto in massa i loro titoli? Non serviva certo un consulente di Goldman Sachs per capire che con il mercato al rialzo, lo stimolo Usa in rampa di lancio e la prospettiva di una riapertura globale al turismo quelle azioni avrebbero conosciuto solo, ulteriori rialzi: perché non attendere? Forse perché si sa che non andrà così. E non si tratta di dietrologia. Ma di fatti. Quelli che non vi raccontano. Fino allo scorso novembre, quando riportare il suo verbo era strumentale per attaccare l’amministrazione Trump, il professor Anthony Fauci era ritenuto una sorta di oracolo globale. Tutti i giorni, i tg e i giornali ci offrivano aggiornamenti rispetto alle sue illuminanti analisi della situazione pandemica. Oggi, invece? Meno. Perché come riportato dal Guardian, proprio l’ex responsabile della task force anti-Covid statunitense insieme ad altri scienziati ha appena messo in guardia il Paese dall’arrivo della quarta ondata per il mese di maggio, a causa delle aperture troppo velocizzate – soprattutto in Florida – a fronte di una campagna vaccinale che, in realtà, non è poi così di massa come ci viene venduta.

Eco in Italia di questa notizia? Zero. Come mai? Eppure l’ha riportata il Guardian, giornale decisamente autorevole. Così come gran parte della stampa statunitense: i valenti corrispondenti di testate giornalistiche italiane erano occupati in altro, magari nel canonizzare laicamente il martirio razziale di Meghan Markle da Oprah Winfrey? È un enorme Truman Show. E a breve avremo una prima verifica, proprio qui in Europa. Questo grafico mostra come per la seconda settimana di fila la Bce abbia comprato meno titoli in seno al Pepp: soltanto 11,9 miliardi di controvalore, addirittura meno della precedente.


Certo le redemptions sono state pari a oltre 5 miliardi, ma si trattava anche della settimana in cui è proseguito con forza il tremore sui rendimenti e sui tassi a livello globale: perché l’Eurotower, in modalità stamperia permanente, decide di operare a mezzo sevizio proprio in uno dei pochi momenti in cui potrebbe essere utile calmierare le tensioni? Forse perché domani ci sarà l’annuncio tanto atteso, ovvero un aumento a 20 miliardi a settimana di acquisti e si vuole creare l’atmosfera per la grande reazione di mercato? O forse per altro?

Domenica prossima si vota per il rinnovo dell’amministrazione comunale di Essen e per i parlamenti regionali di Baden-Württemberg e Renania-Palatinato. Test importanti, in vista del voto per le politiche tedesche del 26 settembre. La settimana prossima, poi, in contemporanea con il Fomc della Fed, si voterà per le politiche in Olanda. Due Paesi rigoristi o frugali, come preferite. Anzi, il falco per antonomasia e il suo di fatto scudiero, quello mandato a procurar battaglia e creare zizzania in sede di Recovery Plan, stante il ruolo apparentemente super partes di Presidente di turno toccato a Berlino. Solo un caso che nelle ultime due settimane la Bce abbia comprato di meno? E che il nostro spread, nonostante l’arrivo a piazza Colonna di Mario Draghi, sia tornato in tripla cifra? E che siano saltati fuori i consulenti esterni per il Recovery Plan?

Sottotraccia, la situazione è in evoluzione. E non è un’evoluzione benigna, come vogliono farci credere. Vi pare normale la reazione delle Borse europee di lunedì al piano di stimolo Usa? O vi pare normale il fatto che il Dow Jones lo stesso giorno abbia infranto un altro massimo storico, mentre il Nasdaq dei miracoli ha continuato a inabissarsi? Ma, soprattutto, vi pare normale che a fronte dell’intervento dei fondi a controllo statale, il cosiddetto National Team, la Borsa di Shanghai ieri abbia perso ancora l’1,82%? Guardate questo grafico, il quale ci mostra plasticamente l’intervento della mano invisibile dello Stato nelle contrattazioni della notte fra lunedì e martedì sulle piazze cinesi: lo Shanghai Composite è rappresentato dalla linea rossa e il grafico si riferisce alle prime di ore di trading, quando appunto i fondi di investimento a controllo statale sono entrati in gioco con il badile. Ma la pressione di vendita è stata tale da operare non solo un off-set ma anche da costringere l’indice a chiudere ancora in forte calo.


Purga degli eccessi in corso? Viene da riflettere, perché a Pechino ciò che sicuramente è in corso è il Congresso del Partito comunista: sgradevole come sottofondo quello delle grida di chi scarica titoli a ogni costo, non vi pare? Eppure, la Cina pare attendere. Raccoglie i pezzi e attende. Chi? La Fed, forse?

Attenzione a cosa accadrà domani a Francoforte. Più che i vaccini e i proxies delle prenotazioni aeree da record (a mio avviso, destinate a tramutarsi in record di class actions per ottenere i rimborsi, già entro fine maggio), occorre attendere di scoprire quanto Christine Lagarde sarà pronta a spingersi in avanti. O quanto potrà farlo.

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