L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 9 marzo 2021

Ida Magli 13

INGANNI 

Così l'Europa ci ruba la Patria 

di Ida Magli
da "Il Giornale", mercoledì 11 Aprile 2001 



Barbara Spinelli ha pubblicato su La Stampa dell’8 aprile scorso un appassionato editoriale in cui invoca la rapida realizzazione dell’Europa come Patria, una patria della quale sente l’urgenza di fronte ai localismi regionali, alla loro pretesa di porsi come piccole nazioni, in realtà egoiste e chiuse ai problemi che oggi appaiono sempre più come problemi mondiali. Prendendo lo spunto dal discorso pronunciato dal tedesco Rau davanti al Parlamento di Strasburgo (un discorso ampiamente commentato e fatto proprio da Carlo Azeglio Ciampi) Barbara Spinelli mette fine al gioco delle parti in tema di Europa cui fino ad oggi si sono attenuti governanti, politici e giornalisti davanti agli occhi dei cittadini. Un gioco delle parti ipocrita e indegno della sbandierata democrazia che, a sentir loro, vige nei Paesi dell’Unione e teso esclusivamente a non far capire ai popoli quale enorme progetto politico si stia realizzando e quale ne sia la meta: la fine delle patrie-nazioni e l’adozione "a freddo" (come dice la Spinelli) dell’Europa come Patria. 

Bisogna essere grati a Spinelli di questo editoriale. Si spera che, uscendo dall’ambiguità e dal complice silenzio, molti altri si sentano in dovere di dibattere a viso aperto di questo che è il vero, determinante problema politico che dobbiamo affrontare. Si tratta di fare una scelta che probabilmente è l’ultima a disposizione dell’Occidente europeo (sottolineo: Occidente): o tornare indietro, trovando gli opportuni aggiustamenti economici e politici fra i vari Stati, oppure affrontare già nell’immediato futuro terribili scontri per non scomparire. Il punto di vista di coloro che guardano all’Unione Europea in buona fede proprio come soluzione a questo destino, è in apparenza molto bello ma fondato sul vuoto: il vuoto dell’umano. L’umano costituito dall’insopprimibile desiderio di aumentare il proprio potere da parte dei governanti, un desiderio che li ha sempre condotti a mettere a rischio fino alla morte i propri popoli e dal quale non si capisce come mai si possa credere o sperare che i governanti attuali siano definitivamente immuni. Insomma: chi comanderà in Europa? Perché il Presidente francese, o quello tedesco non dovrebbero tendere ad aumentare il proprio potere? Perché c’è la democrazia? Ma l’Unione Europea viene portata avanti priva della forza della democrazia proprio perché si teme il giudizio negativo dei popoli. Dunque si è creato un terribile circolo vizioso, lo stesso nel quale si dibatte la moneta unica: è debole perché mancano le istituzioni politiche (come affermano gli economisti), ma è stata realizzata così in quanto era più facile che non le istituzioni. Astuzie senza via d’uscita. 

Guardiamo adesso all’altro "vuoto dell’umano" sul quale si vorrebbe edificare l’Europa. È la più erronea delle convinzioni quella che l’uomo esista in quanto uomo, al di fuori dei suoi connotati culturali. Che sia italiano, tedesco, cinese, sarebbe, come dice Spinelli, un accidente casuale. Ma non è così. La cultura è il tratto biologico distintivo della specie umana. Facciamo l’esempio principe: l’individuo parla soltanto se sente parlare (chi è sordo è anche muto), e parla la lingua che sente fin dalla nascita parlare intorno a sé. Ma quella lingua scaturisce dalla fisiologia (noi non sappiamo pronunciare la "r" francese o il "th" inglese), dall’ambiente naturale (gli Esquimesi possiedono centinaia di aggettivi per descrivere la neve), dall’atteggiamento fisico e psichico, dalla storia, dai costumi, dal carattere del gruppo che la parla, e plasma l’individuo mentalmente, affettivamente, fornendogli lo strumento fondamentale e indispensabile per costruire la propria personalità ed esprimerla. Come è possibile pensare che esista la Patria-Europa senza la lingua? E quale lingua parleranno questi poveri popoli? L’inglese? Bella conquista per coloro che, fra gli altri scopi di un’Europa potente, hanno posto la rivalità con gli Americani, estenderne la lingua ai maggiori produttori di letteratura, di arte, di pensiero, impedendone così la capacità creativa. 

Infine, c’è un altro punto fra i tanti dei quali è indispensabile che si discuta a viso aperto permettendo alla gente di parteciparvi: quello delle rivendicazioni di potere da pane delle singole regioni (problema che non riguarda soltanto l’Italia). Queste rivendicazioni sono facile conseguenza dell’Unione. Di fronte ad un enorme Superstato, del quale non si vede il volto e non si capisce chi sia a comandare tranne un’arcigna ed elefantiaca burocrazia, ognuno si stringe a ciò che gli è più vicino, che parla la sua lingua, su cui ritiene di poter influire se non altro perché può raggiungerne a piedi il "palazzo". L’ideale di una passione patriottica "fredda", di cui parla Barbara Spinelli, non soltanto è spietato e disumano, ma è irrealizzabile e (se ne convincano i pochi governanti d’Europa in buona fede) farà dell’Europa la più debole, la più fragile, la più arida delle potenze, ossia la renderà del tutto "impotente". 

Chi, dunque, avrà pietà degli uomini in un mondo in cui sono i banchieri, i manipolatori delle monete a Imporre ai popoli le proprie passioni? Fra poco, se gli italiani non si scuoteranno dal torpore, la lira sparirà; ma insieme alla moneta sparirà anche la parola "lira" che dalla libra latina ha accompagnato gli italiani per tanti secoli testimoniando l’unità dell’Italia malgrado la divisione e il dominio degli stranieri. Un’unità che abbiamo tanto faticato a raggiungere ma alla quale gli italiani hanno sempre aspirato e che hanno sempre sentito di possedere proprio perché si esprimevano nella lingua, nella letteratura, nell’arte "italiana". Pensiamoci prima di andare verso un futuro che ci costringe a perdere tutto quello che possediamo: la lingua, la sovranità territoriale, legislativa, la libertà. 

Scriveva con angoscia un poeta del Seicento, compagno ed emulo di TorquatoTasso, un Pianto all’Italia. Cerchiamo di non dover tornare a scriverlo anche noi. 

Ida Magli

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