L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 18 marzo 2021

Ida Magli 16

EUROPA 

un'Unione contraria
ai valori dei popoli 

Ida Magli 

da il Giornale, lunedì 18 Giugno 2001 

Leggere i commenti di politici e giornalisti della sinistra riguardo al referendum irlandese sul trattato di Nizza, fa veramente venire i brividi. Il campione del rispetto per la democrazia è quel Romano Prodi che, a quanto si dice, la sinistra attende come salvatore dopo la sconfitta elettorale, e che ha esclamato subito: "Gli Irlandesi hanno detto di no? E noi andiamo avanti lo stesso, anzi più in fretta di prima". Come si farà, visto che basta un solo Stato a bloccare il trattato? Semplice. Faremo come i Danesi: concederemo qualche piccola modifica (piccola? Sono rimasti fuori dalla moneta unica!) così il Governo potrà indire un altro referendum. Non parliamo poi dei giudizi sprezzanti che si sono riversati sui reprobi: gli Irlandesi sono dei profittatori, dei pecorai che si sono arricchiti con i soldi dell'Unione, dei ciechi nazionalisti che hanno paura di un Superstato; dei cattolici oltranzisti che temono le imposizioni europee in fatto di morale; un piccolo Stato che teme di doversi sottomettere alla volontà di quelli grandi; degli amanti della loro scelta di neutralità che non vogliono adeguarsi ai disegni di potenza dell'esercito europeo... Strano! Tutte queste motivazioni appaiono molto valide e giuste. Sono soltanto i fautori dell'Impero europeo a non vedere che l'Unione è costruita contro la natura e i valori dei popoli. Perdere la propria identità storica, la propria identità politica, la propria sovranità, i propri confini, la propria moneta: perdere, perdere, perdere. Chi ha interesse, dunque, ad andare avanti alla cieca contro la volontà dei popoli in una simile opera di disfacimento della storia? La Germania, di certo, in quanto i paesi dell'Est, dei quali si vuole a tutti i costi l'ingresso, andrebbero a far parte della sua sfera d'influenza e sarebbe anche possibile comprarsene, col dolo dell'euro, le imprese e le industrie migliori a prezzi di svendita. Ma anche gli altri paesi più forti: la Francia, la Spagna, l'Italia che perseguono una politica di potenza. Il nuovo Eldorado, però, dà già gravi segni di patologia unionista.
La moneta unica si è svalutata, nel solo anno e mezzo dalla sua nascita, di circa il trenta per cento nei confronti del dollaro, e nessuno riesce a darne una spiegazione attendibile perché non si vuole riconoscere che è l'Unione di per sé a rendere debole la moneta. Di questa debolezza non si sono avvantaggiate neanche le esportazioni che in Germania, come pure in Italia, sono in forte calo. E' in forte calo anche l'investimento di capitali nella zona dell'euro: negli ultimi mesi ha perso lo 0.9 per cento. Tutte le borse europee sono in perdita dall'inizio dell'anno; quella di Milano ha perso più di tutte: il 12 e mezzo per cento. Eppure gli economisti continuano a far finta di sapere quello che fanno. Sarebbe divertente mettere in fila le loro previsioni entusiastiche sulla potenza dell'Unione e sui meravigliosi destini dell'euro. Perfino il prudentissimo capoeconomista della Deutsche Bank, Norbert Walter, non ha ancora fatto le sue scuse ai poveri cittadini europei ai quali aveva assicurato che alla fine del duemila l'euro avrebbe recuperato la parità con il dollaro, e che alla fine del 2001 sarebbero stati necessari 1,10 dollari per acquistare un euro. (Corriere della Sera, 17 agosto 2000). Per chi non lo sapesse in questi giorni fatica a mantenersi a 0.85 centesimi.
Allora cominciamo a guardare in faccia la realtà. I progettisti dell'Unione hanno posto il mercato e la moneta alla sua base perché questo è l'unico valore nel quale credono, per il quale lavorano e nel quale hanno gettato, come legna da ardere, tutti gli altri valori: la dignità dei popoli, il loro nome, la loro storia, la loro libertà. E' per questo che non tengono conto della democrazia: fa parte del mercato soltanto quello che si può comprare. Adesso quindi, nel timore che la costruzione crolli prima ancora di essere edificata, spingono 370 milioni di cittadini, ai quali hanno già tolto dalle tasche quasi un terzo dei loro soldi, nel precipizio dell'euro concreto in modo che non possano più tornare indietro. Gli Italiani si appellano al nuovo governo affinché eserciti al massimo la virtù della prudenza visto che è responsabile del destino di un popolo che è stato già tante volte portato allo sbaraglio dalla volontà di potenza dei suoi governanti. Proporre a tutti i paesi dell'Unione una pausa di riflessione prima di abbandonare le monete nazionali, sarebbe un gesto di vera e dovuta saggezza politica. 

Ida Magli

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