L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 23 marzo 2021

Ida Magli 21

lunedì , 22 ottobre 2001 
POLITICA ESTERA 
QUESTA EUROPA
PRIVA DI FORZA 
Ernesto Galli Della Loggia 

La crisi mondiale di queste settimane ha indicato ancora una volta come l' Unione Europea non sia capace di muoversi sulla strada di una politica estera e di una politica militare comune, cioè sull' unica strada che la porterebbe ad esistere come vero soggetto politico, ad esistere davvero come Stato. Nulla di più ovvio perciò che quando si arriva, come in questi giorni, alle scelte decisive l' Europa conti poco o nulla. Così come poco o nulla, peraltro, contano Parigi e Berlino, a dispetto delle loro illusioni e di tutti gli incontri di Gand possibili e immaginabili; mentre appena qualcosa conta Londra ma, paradossalmente, solo nella misura in cui essa non si identifica con il continente e con le sue vicende antiche e recenti. I fattori che ostacolano la nascita di una vera Europa politica sono stati ricordati infinite volte: la mancanza di una lingua comune, la presenza di passati storici tanto diversi, da qualche anno, infine, il processo di allargamento ad una decina e più di nuovi Stati. Tutto vero, tutto giusto. Ma tutto, forse, anche un po' superficiale. C' è sicuramente qualcosa d' altro infatti, di più profondo, che impedisce la fondazione politica dell' Europa: qualcosa che sta nelle fibre della sua storia, e insieme anche qualcosa che riguarda il modo in cui vengono alla luce soggetti politici come gli Stati. Gli Stati di solito non nascono in modo spontaneo, come i cavoli e le zucchine; nascono all' insegna delle «eccezionalità». Fondare una polis è un gesto carico di significato simbolico, è un gesto che rompe con il passato, che spezza un equilibrio arcano, è una sfida rivolta all' avvenire (ed è per questo che in tanti miti, come quello della fondazione di Roma, esso è legato alla violenza). Fondare una polis equivale a suscitare dal nulla un cosmo, un ordine, equivale a proclamare il senso non perituro e per mille legami vincolante di una appartenenza, di una identità. E' a causa di tutto ciò che tanto spesso l' eccezionalità che presiede alla fondazione degli Stati si traduce nella dimensione della forza. La forza della violenza già ricordata, ma anche, mischiata ad essa, quella forza particolare che è la forza della disperazione di chi sa di essersi bruciati tutti i vascelli alle spalle: come i Pellegrini del «Mayflower» sbarcati sulle coste del Massachusetts, i rivoltosi irlandesi della «Pasqua di sangue» o gli ebrei che richiamarono alla vita Israele nel 1948; la forza della violenza rivoluzionaria, infine, all' origine di tanti soggetti politici statali di ieri e di oggi. Il che ci ricorda che per fondare uno Stato bisogna anche credere in qualcosa di grande, bisogna credere in modo assoluto in alcune buone ragioni, nelle «proprie» buone ragioni, nel carattere ultimativo delle scelte che esse sembrano comandare. Si capisce allora perché è così arduo far nascere uno Stato politico europeo. Sarebbe stato forse facile nella disperazione e tra le macerie del 1945, non oggi quando, dopo le tragedie del ' 900, l' Europa ha celebrato un divorzio ormai all' apparenza definitivo dalla dimensione della forza e della decisione, cioè dal cuore duro di un' autentica dimensione della politica. Se non vogliamo sentir parlare di guerra è appunto anche perché abbiamo rinunciato alla politica; e viceversa. Ma come si può fondare un soggetto politico senza la politica, prescindendo da essa? Diversamente dalla democrazia americana, che non si è mai separata dalla dimensione della potenza e da un' orgogliosa idea di sé e della propria appartenenza identitaria, le nostre culture democratiche postbelliche conoscono solo il consenso, la solidarietà e l' individualismo. Credono poco in qualunque cosa, e men che meno sono disposte a vendere cara la pelle per essa. Stiamo bene così: e l' Europa può attendere. 

E. Galli della Loggia

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