L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 26 marzo 2021

Il dollaro sotto attacco non cade ma vacilla paurosamente e il sistema Shift viene scavalcato

La Russia si allea con la Cina: è guerra al dollaro americano

25 Marzo 2021

Lavoce.info ha pubblicato un’analisi che riporta alcuni dati sul percorso di dedollarizzazione dei propri scambi commerciali intrapreso da Russia e Cina

Nel 2020 la quota del dollaro negli scambi commerciali tra Russia e Cina è scesa per la prima volta sotto il 50 per cento. Ancora nel 2015 tale percentuale era al 90%

All’inizio del 2019, la banca centrale russa ha dichiarato di aver tagliato le proprie riserve in dollari per 101 miliardi di dollari. Le riserve in yuan sono salite dal 5% al 15%

Russia e Cina si sono alleate contro il dollaro. Detronizzare il biglietto verde è, almeno per ora, una missione impossibile, ma svincolarsi dal suo uso è una possibilità reale alla portata di entrambe

Dopo anni di quiete, almeno apparente, le tensioni geopolitiche tornano a tenere banco sullo scacchiere internazionale. Gli animi sopiti della guerra fredda sono stati recentemente rievocati dall’evidenza di una crescita economica irrefrenabile da parte della Cina – la nuova minaccia comunista agli occhi degli Stati Uniti – e da un astio a stelle e strisce tornato a rendersi palese. Al punto che il presidente degli Stati Uniti ha dato pubblicamente dell’assassino a quello russo; al punto che le prove di dialogo messe in scena ad Anchorage in Alaska tra Stati Uniti e Cina sono finite in rissa verbale. La prima mossa delle potenze rosse contro l’egemonia finanziaria degli Stati Uniti potrebbe riguardare il dollaro.

Secondo lavoce.info, in oriente si sta consumando uno sposalizio finanziario tra Cina e Russia, ufficializzato dalla visita del ministro russo Lavrov nella terra del dragone. Nel mirino delle due potenze – per quanto concerne la materia commerciale – c’è il dollaro. I canali attraverso cui si sta attuando la dedollarizzazione sono due, come riporta l’autrice dell’analisi Alessia Amighini. La prima via è ridurre il peso del dollaro nelle transazioni bilaterali tra i due paesi: ancora nel 2015, il 90 per cento di queste era effettuato in dollari. Dopo lo scoppio della guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, e la spinta concertata di Mosca e Pechino ad abbandonare il dollaro, il dato è sceso al 51 per cento nel 2019. Nel primo trimestre del 2020, secondo recenti dati della Banca centrale e del Servizio federale doganale russo, la quota del dollaro negli scambi commerciali tra Russia e Cina è scesa per la prima volta sotto il 50 per cento (46%).

Il processo è stato facilitato, sin dal 2014, da un accordo triennale di swap valutario bilaterale del valore di 150 miliardi di yuan (24,5 miliardi di dollari), che ha permesso a ciascun paese di accedere alla valuta dell’altro senza doverla acquistare sul mercato dei cambi. Nel 2017 l’accordo è stato prorogato per tre anni. L’intesa prevede anche che i due paesi sviluppino meccanismi di pagamento alternativi alla rete Swift, dominata dagli Stati Uniti, per gestire il commercio di rubli e yuan.

La seconda via è l’accumulo di riserve in altre valute. È quello che sta facendo la Russia – e non ancora la Cina – che ha fatto incetta di yuan a discapito del dollaro. All’inizio del 2019, la banca centrale russa ha dichiarato di aver tagliato le proprie riserve in dollari per 101 miliardi di dollari, pari a oltre la metà delle sue attività nella valuta statunitense. Al contempo quelle denominate in yuan sono schizzate dal 5% al 15% dopo che la banca centrale aveva investito 44 miliardi di dollari nella valuta cinese, arrivando a detenere un quarto delle riserve mondiali di yuan. A ciò si aggiunge la decisione del Cremlino di inizio 2020 di concedere il via libera al suo fondo sovrano di investire in yuan e in titoli di stato cinesi.

Se la Cina dovesse iniziare a fare lo stesso, il dollaro perlomeno vacillerebbe. La detronizzazione sa però di “mission impossible”. “Detronizzare il dollaro come valuta internazionale di riserva non sarà possibile finché qualche altra moneta non si guadagnerà sul campo tutte le funzioni proprie e indispensabili al ruolo (cosa ben lontana). Svincolarsi dall’uso del dollaro è però certamente possibile, e ciò nel lungo periodo potrebbe erodere la supremazia degli Stati Uniti” scrive la Amighini.

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