L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 19 marzo 2021

Il sentiero della Fed è tracciato ed è a senso unico, il capitalismo si regge sui soldi creati e immessi dalla banca centrale

BORSE & MERCATI/ La sorpresa di una Fed messa con le spalle al muro

Pubblicazione: 18.03.2021 - Paolo Annoni

La Federal Reserve ieri ha sorpreso i mercati con un annuncio più accomodante di quanto le principali banche d’affari si aspettassero

Jerome Powell (Lapresse)

La Federal Reserve ha sorpreso i mercati con un annuncio più accomodante di quanto le principali banche d’affari si aspettassero. Gli indici sono esplosi al rialzo e l’oro anche con una reazione dal significato inequivocabile confermata dall’andamento del dollaro. Non c’è stato alcun accenno a un cambiamento delle politiche monetarie in senso restrittivo nonostante da almeno un trimestre abbia fatto capolino l’inflazione che ha colpito sia i costi energetici che quelli alimentari. 

La Federal Eeserve in questa fase del ciclo economico e finanziario ha le spalle al muro. L’economia è ancora debolissima e la leva sui mercati, o le bolle, sono tali che qualsiasi accenno di cambiamento della politica monetaria e rialzo dei tassi rischierebbe di compromettere seriamente, o di “uccidere”, la ripresa. Dalla crisi Lehman tutte le volte che la Fed ha provato a normalizzare la politica monetaria ha seriamente compromesso il ciclo economico e generato ondate di volatilità sui mercati. La differenza tra quello che è successo negli ultimi dieci anni e lo scenario attuale è che gli spazi di manovra per la Federal Reserve sono prossimi allo zero. 

Il mercato del lavoro americano deve poter generare più di mezzo milione di nuovi occupati al mese per due anni per tornare ai livelli pre-Covid. È impossibile anche solo pensare a questo obiettivo senza una politica monetaria più che accomodante in uno scenario economico devastato dalla pandemia e dalle tensioni commerciali. La decisione della Fed ha un’ovvia conseguenza: le aspettative di inflazione continueranno a salire. Non importa se alla fine arriverà, inevitabile, un rialzo dei tassi perché questo scenario è distante nel tempo e nel frattempo si dispiegheranno tutti gli effetti inflattivi delle politiche monetarie attuali. 

Questo, ripetiamo ancora una volta, è un cambiamento di scenario epocale sia perché dal 2008 in poi l’inflazione sperata o minacciata non è mai arrivata, sia perché il mondo, investitori inclusi, si è abituato a ragionare in uno schema di assenza di inflazione se non di deflazione pura. 

Questo significa che quello che abbiamo visto negli ultimi dieci anni, dalla salita senza sosta dei titoli tecnologici alla “sotto performance” dei titoli più legati all’economia reale e alle materie prime, rischia di terminare per la comparsa di un elemento assente da più di dodici anni: l’inflazione

Un secondo elemento è “fiscale”. Negli Stati Uniti le ipotesi di aumento delle aliquote sono già al centro del dibattito. Aumentare le tasse sulle famiglie è complicato ed è ancora più complicato aumentarle ai “ricchi” che hanno i “risparmi” al riparo dal fisco: è più facile aumentare le tasse alle società, soprattutto su quelle che negli ultimi trimestri hanno continuato a fare profitti record. Gli indiziati, anche solo per il peso sugli indici, sono sempre i tecnologici. 

Possiamo a questo punto chiederci se le politiche monetarie alla fine non avranno controindicazioni, per esempio per un’inflazione fuori controllo e se quindi arriveranno gli aumenti dei tassi. È possibilissimo, ma l’orizzonte temporale al momento sembra molto al di fuori di quello degli investitori.

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