L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 14 marzo 2021

In un vortice di banche e società finanziarie spariscono i soldi di 50 comuni tedeschi

12/03/2021 19:41 CET | Aggiornato 12/03/2021 20:09 CET

Altro crac bancario in Germania: ora 50 città temono il collasso

I timori su 500 milioni di euro di clienti istituzionali, principalmente Comuni, che potrebbero dover dire ai cittadini di aver perso i loro soldi


HPGreensill

Wifi comunale per le vie della città, trasporto pubblico gratis, pressione fiscale relativamente bassa: Monheim am Rhein è un tranquillo centro di circa 40mila anime che sorge sulle rive del Reno pochi chilometri a nord di Colonia ma la serenità del municipio si è improvvisamente rotta qualche giorno fa quando un nuovo scandalo finanziario ha investito in pieno l’ennesima banca tedesca senza che nessuno fino ad allora battesse ciglio. E ora gli abitanti di circa 50 municipi come Monheim, o di Emmerich, Colonia o Bad Duerrheim temono di doverci rimetterci di tasca propria migliaia di euro. Mentre il clamore per l’affare Wirecard ancora non si è sopito, la Germania si ritrova a dover fare nuovamente i conti con l’ennesimo crac di un istituto che fa piovere nuove ombre sull’ente di vigilanza tedesco, la Bafin.

Tutto inizia dall’australiana Greensill Capital, una delle principali società di finanziamento della supply chain con sede a Londra, che una settimana fa ha presentato domanda di insolvenza a causa del mancato rinnovo da parte di una società, la Bond and Credit Company (Tokyo Marine), di garanzie assicurative su 4,6 miliardi di dollari di prestiti. La società, fondata dall’ex banchiere Lex Greensill, finanzia il capitale circolante delle imprese, di cui si fa carico di pagare i fornitori, lucrando sullo sconto che applica alle loro fatture, poi incassate integralmente. L’assenza di garanzie, minacciando la capacità di funding di Greensill, ha spinto Credit Suisse a sospendere a inizio marzo i fondi di investimento di propri clienti in supply chain contenenti i suoi prestiti, a causa delle incertezze sulla loro valutazione, seguita a stretto giro di ruota da Gam. Si è innescato il più classico degli effetti domino. Pochi giorni prima del collasso, Greensill Bank, la controllata tedesca con sede a Brema, si è vista congelare le operazioni dall’autorità di vigilanza federale. L’ente regolatore ha anche depositato una denuncia in procura per manipolazione dei bilanci e nel mentre anche la Bce si è attivata sondando l’esposizione degli istituti di credito.

L’impatto della crisi in cui è sprofondata Greensill è stato dirompente, costringendo il colosso Credit Suisse a congelare quattro fondi da 10 miliardi di dollari che ne contenevano i prestiti, oltre a far emergere un finanziamento diretto di 140 milioni di dollari che in pochi ritengono recuperabile. Tre manager della banca elvetica sono saltati mentre un hedge fund australiano ha scommesso al ribasso sul Credit Suisse, convinto che dovrà indennizzare i clienti dei suoi fondi. Pochi giorni il tentativo del fondo Apollo di rilevare una parte degli asset della banca anglo-australiana è deragliato per effetto indiretto dell’intervento di Taulia, cliente di Greensill Capital, entrato in scena con un consorzio (con J.P. Morgan, UniCredit, UBS e BBVA) per finanziare i fornitori sulla sua piattaforma che sono collegati ai clienti dell’istituto britannico. Di fronte all’eventualità di ritrovarsi a gestire i creditori meno affidabili, Apollo si è perciò tirato fuori. Ora però il crac rischia di estendersi anche a clienti di dimensioni imponenti come la GFG Alliance, l’impero del magnate indiano dell’acciaio Sanjeev Gupta. Proprio durante una verifica relativa al colosso indiato, BaFin ha riscontrato che Greensill Bank AG non era in grado di fornire la prova dell’esistenza di crediti nel suo bilancio che aveva acquistato dal GFG Alliance Group. Da qui l’ente tedesco ha preso la decisione di congelare le attività dell’istituto di credito. 

Greensill in Germania ha tra i suoi clienti una marea di soggetti istituzionali, Comuni come Monheim, lander come la Turingia, la città di Colonia che lì aveva depositato circa 15 milioni da utilizzare per la ristrutturazione del teatro dell’opera. Sono più di 50 gli attori pubblici che hanno scelto di rivolgersi a Greensill Bank e la ragione è nella caccia spasmodica a tassi di interesse convenienti: Greensill Bank offriva commissioni vantaggiose sui depositi in un periodo storico caratterizzato dai tassi negativi imposti dalla Bce per garantire adeguata liquidità e prestiti a imprese e famiglie. Basti pensare che le casse di risparmio tedesche (Sparkassen) applicano un tasso dello 0.5% sui depositi di investitori istituzionali. Qui nasce il problema: come in altri Paesi anche in Germania i depositi sono garantiti dall’assicurazione dello Stato ma questo non vale, dal 2017, per i soggetti pubblici, esclusi per legge dallo schema di tutela di depositi. Circa l′85% dei 3,5 miliardi di euro depositati fanno capo a investitori retail, e quindi garantiti, ma ci sono circa 500 milioni di euro di clienti istituzionali, principalmente i Comuni che ora hanno un solo timore: dover dire ai cittadini di aver perso i loro soldi.

La città di Monheim sul Reno ha investito 38 milioni di euro nella banca ora a rischio crac, circa mille euro che ogni abitante rischia di rimetterci. Anche Emmerich, un paesino di trentamila anime, ne aveva investiti sei: “Se la banca fallisce, la maggior parte dei soldi andrà probabilmente persa”, ha dovuto ammettere il sindaco Peter Hinze pochi giorni fa. Ma le casse del suo municipio già da tempo versano in cattive acque e ora il Comune deve fare i conti anche con una denuncia per appropriazione indebita arrivata dalla cittadinanza. Wiesbaden, capitale dell’Assia, ha investito circa 20 milioni in Greensill, mentre la città ai margini della Foresta Nera Bad Duerrheim ne aveva messi due, la città universitaria di Gießen circa una decina.

“Se dovessimo depositare tutta la nostra liquidità di 200 milioni di euro presso la nostra cassa di risparmio locale, ci costerebbe circa un milione di euro all’anno”, ha detto al Financial Times Axel Imholz, tesoriere della città di Wiesbaden. D’altonde, il rating di Greensill Bank è sempre stato elevato e sul suo operato doveva vigilare la Bafin, la Consob tedesca, si sono subito giustificati gli amministratori locali, già in fila per chiedere al Governo Merkel di ripianare i crediti contratti con la banca in procinto di finire gambe all’aria. Mentre circa due dei tre miliardi e mezzo verranno attinti dal fondo di tutela dei depositi. 

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