L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 18 marzo 2021

La Cina non ha alcuna intenzione di chiedere scusa né di adattarsi all'ordine internazionale a guida americana, che crede al tramonto. Mercato contro Piano, tradizione ed identità contro omologazione e appiattimento

Usa-Cina, perché Biden (non) romperà il ghiaccio. Parla Bremmer

Di Francesco Bechis | 17/03/2021 - 


Il vertice in Alaska fra Cina e Stati Uniti, il primo dell’era Biden, sarà “interlocutorio”, avvisa Ian Bremmer, presidente di Eurasia Group. Hong Kong, Pacifico, 5G, vaccini, troppi i dossier che dividono. Il formato Quad può funzionare ma occhio a India e Corea del Sud

Si incontreranno in Alaska, ad Anchorage, sulla baia di Cook. Cina e Stati Uniti si preparano al primo vertice bilaterale da quando alla Casa Bianca c’è Joe Biden. Non sarà un incontro “strategico”, ma solo interlocutorio, hanno tenuto a precisare da Washington DC. Il Segretario di Stato Anthony Blinken e il Consigliere per la Sicurezza Nazionale Jake Sullivan, più che rompere il ghiaccio, “ci cammineranno sopra”, dice Ian Bremmer, presidente di Eurasia Group e professore alla New York University.

Bremmer, cosa aspettarsi dal vertice?

Non ci saranno grandi notizie. Entrambe le parti vorranno dire la loro su un ventaglio di dossier, la maggior parte dei quali in uno stato piuttosto critico. Non mi aspetto progressi significativi, ma neanche una crisi, nessuno la vuole. Anche se la tensione è altissima, forse senza precedenti.

Perché?

Le sanzioni contro gli ufficiali cinesi a Hong Kong sono solo l’ultima goccia. A queste si sommano le condanne di Biden e Blinken contro il “genocidio” degli uiguri e l’animo “dittatoriale” di Xi Jinping. La Cina da parte sua non ha alcuna intenzione di chiedere scusa né di adattarsi all’ordine internazionale a guida americana, che crede al tramonto.

C’è spazio per la cooperazione?

In poche, limitate aree in cui c’è interdipendenza. Il clima, il commercio, perfino il turismo. Su alcuni fronti geopolitici, come la Birmania o la Corea del Nord. In verità è troppo presto per stilare una lista. L’amministrazione Biden ha appena avviato una revisione della politica nei confronti della Cina e ci vorranno altri due mesi per completarla.

Sulla diplomazia del vaccino ci saranno frizioni? Blinken ha accusato Pechino di un uso ricattatorio del farmaco anti Covid-19.

In parte il sospetto è confermato dalla realtà. In Brasile il vaccino è stato offerto, sia pur non ufficialmente, in cambio di un’ampia partecipazione di Huawei alla rete 5G. La Cina, come la Russia, fa del vaccino un’arma diplomatica. Ma entro la fine dell’anno gli Stati Uniti e l’Europa da soli produrranno più vaccini di quanti ne possano utilizzare.

I dettagli fanno la differenza. Il vertice in Alaska non prevede neanche un pranzo con la delegazione cinese.

Non è un caso, i tempi sono cambiati. Trump tuonava contro la Cina ma poi invitava Xi a Mar-a-Lago, cenava con lui e si sedeva a chiacchierare sul divano. Biden presta grande attenzione ai gesti.

Intanto gli Stati Uniti hanno tenuto il primo summit del Quad, l’alleanza con India, Giappone e Australia per contenere la Cina. Come cambia la strategia per la regione rispetto all’era Trump?

Radicalmente. Trump aveva accarezzato l’idea del Quad, Rex Tillerson e il generale H.R. McMaster si erano messi al lavoro, prima di finire licenziati. Ora è diventato una priorità dell’agenda Biden, che non a caso ha riservato la prima visita di Stato negli Usa al Giappone. Gli alleati regionali temono la crescita cinese e chiedono un maggiore coinvolgimento americano in Asia. Certo, potrebbero nascere problemi.

Cioè?

L’India, ad esempio, non è un alleato da dare per scontato nel lungo periodo. Le sue frizioni con la Cina sono dovute soprattutto al supporto di Pechino al suo peggior nemico, il Pakistan, con cui Biden potrebbe avere migliori rapporti rispetto a Trump. Lo stesso vale per la Corea del Sud, che il Giappone detesta.

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