L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 19 marzo 2021

Le Brigate Rosse sono state sconfitte nel 1975 poi sono diventate STRUMENTO di stato per implementare la Strategia della Tensione

I casi del caso Moro

18 marzo 2021


Di certo c’è solo nella tragica vicenda del sequestro Moro che quanto più è passato il tempo più sono cresciuti i dubbi

La notizia si trova come incidentale nella didascalia della foto di Sergio Mattarella, pubblicata a pagina 15 del Corriere della Sera, in raccoglimento davanti al monumento che ricorda in via Fani il sequestro di Aldo Moro, a 43 anni esatti dalla tragica operazione delle brigate rosse. Essa costò la vita subito ai cinque agenti della scorta, macellati dai proiettili, e dopo 55 giorni di prigionia allo stesso presidente della Dc.

“Intanto -si legge testualmente nella didascalia- nell’ambito di una nuova inchiesta della Procura di Roma sono stati prelevati campioni di Dna a più di 10 persone, tra le quali gli ex br toscani Giovanni Senzani e Paolo Baschieri”. Ancora Senzani, a 78 anni compiuti nello scorso mese di novembre, dei quali 17 trascorsi in carcere e 5 in libertà condizionata dopo essere stato condannato all’ergastolo per il sequestro e il delitto di Roberto Peci, fratello del brigatista pentito Patrizio, e per il sequestro dell’assessore regionale democristiano in Campania Ciro Cirillo? Sì, ancora Senzani in questo giallo interminabile che è il caso Moro. Su cui ormai si è perso il conto, diciamo così, delle indagini e dei processi: un giallo ancora più giallo di quello che negli Stati Uniti porta il nome dello storico presidente John Fitzgerald Kennedy, assassinato a Dallas il 22 novembre 1963.

La notizia di quel clamoroso attentato sorprese il povero Moro mentre trattava con i socialisti a Roma la formazione del suo primo governo di centrosinistra “organico”, cioè con la partecipazione dei socialisti sino ad allora impegnatisi solo a sostenere dall’esterno governi propedeutici a quella svolta. Ricordo ancora nitidamente, all’arrivo di quella notizia, il volto terreo di Moro, che certo non poteva neppure immaginare di dover pagare così tragicamente anche lui il suo impegno politico dopo 15 anni.

Pur estraneo giudiziariamente al sequestro e alla fine spietata di Moro, essendo stato condannato come terrorista altolocato, diciamo così, per imprese successive all’agguato di via Fani, il nome di Senzani ricorre ogni tanto anche in quella vicenda per impulsi soprattutto parlamentari.

Fu un’indagine parlamentare sul caso Moro, appunto, in particolare da parte della commissione bicamerale sulle stragi presieduta da Giovanni Pellegrino, che ripropose il coinvolgimento di Senzani anche in quel sequestro. E ciò soprattutto dopo che un magistrato del prestigio e dell’esperienza antiterroristica come Tindari Baglione aveva risposto pressappoco così, in quella commissione, alla domanda se il rapimento di Moro dovesse essere attribuito più alla preparazione delle brigate rosse o alla impreparazione dello Stato: “Francamente non so, ma certo è che disponevamo dello stesso consulente”. E si riferiva appunto a Senzani, di cui egli si era occupato a Firenze proprio per fatti di terrorismo.

La commissione Pellegrino al termine dei lavori mandò le sue valutazioni e quant’altro alla Procura di Roma perché indagasse. Ma l’iniziativa si concluse, peraltro nei lunghi tempi consentiti dalla legge per questo tipo di indagini, con l’archiviazione. Intanto chi, come me, fattosi carico in qualche modo dei sospetti della commissione parlamentare auspicando un chiarimento del ruolo di Senzani nella vicenda Moro e raggiunto da una querela dell’interessato per diffamazione, aveva dovuto chiudere la causa col patteggiamento. Vi aveva contribuito un rifiuto pur amichevolmente oppostomi dall’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga di testimoniare sulla controversa circostanza di avere disposto come ministro dell’Interno di una consulenza pure di Senzani, appunto, nella gestione del sequestro Moro, fra il 16 marzo e il 9 maggio del 1978.

Dopo la commissione Pellegrino, sciolta nel 2001, intervenne sul caso Moro la commissione d’inchiesta parlamentare presieduta fra il 2014 e il 2017 da Giuseppe Fioroni, dove tornò come un fantasma ad essere evocata la figura di Senzani e furono elaborate ipotesi, tesi e quant’altro finite anch’esse all’esame della Procura di Roma. Nell’”ambito” delle cui indagini, come si legge nella didascalia della foto di Mattarella in via Fani sul Corriere della Sera, si deve presumere che siano stati eseguiti i prelievi di campioni di Dna a più di 10 persone, tra le quali appunto Senzani. Ma fra le quali, secondo una ricostruzione dell’Huffington Post, si cercano anche sette partecipanti al sequestro, di nazionalità pure tedesca, sfuggiti alle pur tante e complesse indagini condotte in sede giudiziaria da quel dannato 16 marzo 1978, e alle ricostruzioni dei fatti da parte dei terroristi processati. Si riuscirà a venirne una buona volta a capo davvero? A saperlo….

Di certo c’è solo, o soprattutto, nella tragica vicenda del sequestro Moro che quanto più è passato il tempo più sono cresciuti i dubbi: non foss’altro quelli di carattere tutto politico, se non lo vogliamo definire morale, su uno dei due pilastri della cosiddetta linea della fermezza: da una parte la sicurezza dello Stato, certo, dall’altra la convinzione che Moro nelle sue lettere e nei suoi appelli dalla prigione “del popolo” contro quella linea non fosse pienamente consapevole di ciò che scriveva. Moro invece non difese sino all’ultimo soltanto la sua vita, ma anche le sue idee, la sua idea della politica. Ne fu convinto sin da allora, fra i pochi, il presidente della Repubblica Giovanni Leone predisponendosi a quella grazia ad una detenuta – Paola Besuschio – compresa nell’elenco dei 13 “prigionieri” con i quali i terroristi avevano proposto di scambiare l’ostaggio.

Leone non ebbe purtroppo il tempo di firmare la grazia perché i terroristi, evidentemente tanto informati quanto decisi a non di dividersi ancora sulla scelta della tragica soluzione finale del sequestro, affrettarono l’esecuzione della loro sciagurata sentenza di morte. E Leone – circostanza inquietante non meno di tutto il resto della vicenda – fu costretto poi a chiudere in anticipo con le proprie dimissioni il mandato al Quirinale.

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