L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 26 marzo 2021

L'Italia può ripartire solo se il Pil lordo nominale è maggiore al costo medio di finanziamento del debito pubblico. Quale migliore investimento strutturale è l'assunzione di almeno un milione di giovani nella pubblica amministrazione per far salire il Pil?

[Intervista] Seminerio: "Ecco perché si è arrivati al punto che viene penalizzato chi ha troppi soldi sul conto"

Tiscali News ha sentito l’economista Mario Seminerio. Con lui si è parlato di banche, di Bce, di politica monetaria, di inflazione, di debito e di quello che potrebbe accadere all’Italia al termine della pandemia

Foto Ansa

25 marzo 2021

Nell’ultimo anno, complice la pandemia, il volume dei depositi dei risparmiatori e delle imprese è cresciuto tantissimo. Ha fatto scalpore la decisione di Fineco Bank che in una lettera inviata ai correntisti ha annunciato di essere pronta a chiudere i conti ai clienti che hanno parcheggiato sul conto oltre 100 mila euro senza alcun tipo di investimento. Una novità assoluta che stravolge tutte le certezze che il correntista ha avuto fino ad oggi. Perché si è arrivati a questo punto? E in che modo questa decisione è legata al quadro economico più generale che stanno attraversando l’Italia e l’Europa? Tiscali News lo ha chiesto a Mario Seminerio, economista ed editorialista del quotidiano Domani.

Partiamo dalla lettera di Fineco. Perché il management della banca ha preso questa clamorosa decisione?
“Il motivo è evitare gli oneri che derivano dal tasso di interesse negativo che la Bce applica sulle riserve libere delle banche e che chiaramente per ogni banca sono un costo. E’ lo stesso motivo che in altri paesi stranieri come Francia e Germania ha spinto gli istituti bancari ad applicare tassi negativi sulle giacenze. In Italia questa strada non è stata seguita per motivi normativi ma sono state prese altre misure per recuperare redditività come, per esempio, aumentare le commissioni. L’effetto finale è sempre lo stesso: un incremento dei costi per i correntisti”.

Da tempo la Bce per sostenere l’economia europea sta immettendo liquidità nel sistema attraverso il Quantitative easing. Concretamente il Qe si realizza attraverso l’acquisto da parte di Francoforte dei titoli di Stato posseduti dalle banche che, dunque, in cambio ricevono liquidità non desiderata. Che fine fa questa enorme massa monetaria? Come viene utilizzata?
“Le banche dovrebbero prestare ma è evidente che in un contesto come quello attuale, che è ancora congelato dalla pandemia, la domanda di finanziamenti langue per cui gli istituti non sanno oggettivamente dove mettere questa liquidità in eccesso. E quindi si crea una sorta di corto circuito. Il cavallo non beve, nel senso che la domanda di finanziamenti è molto bassa a livello di sistema, e le banche si trovano con un eccesso di liquidità. Cercano di indirizzare i clienti verso servizi di risparmio gestito, se fanno resistenza allora è evidente che devono riequilibrare il conto economico attraverso operazioni come quelle di cui abbiamo parlato prima”.

Ma se l’economia non tira ha ancora senso l’immissione di liquidità nel sistema da parte della Bce? Lo scopo ultimo è solamente quello di sostenere i titoli di Stato?
“In questo ultimo periodo diciamo di sì. Lo scopo è agevolare il collocamento del debito aggiuntivo causato dalla pandemia. La Banca centrale europea compra i titoli sul mercato secondario e non all’emissione perché questo è vietato dal suo trattato istitutivo. Francoforte ha iniziato l’easing quantitativo sette anni fa. L’obiettivo di queste operazioni era sostanzialmente quello di ridurre il costo del denaro in prima battuta ma anche rendere più conveniente per gli investitori spostarsi sugli investimenti più a rischio. Perché se le obbligazioni rendono poco o nulla allora è più conveniente spostarsi sui titoli azionari. Questo agevola le aziende quotate ma anche quelle che vogliono farlo per finanziare i propri progetti di sviluppo. E’ evidente che questa meccanica deriva dal fatto che prima della pandemia la Bce è stata l’unico attore in gioco, nel senso che i governi europei non hanno fatto deficit aggiuntivo, anzi hanno tentato di ridurlo per rispettare il patto di stabilità. L’esigenza di dare uno stimolo all’economia è stato affidato unicamente alla politica monetaria che però ha portato ai problemi di cui abbiamo parlato prima: un eccesso di liquidità che non viene utilizzato per finanziarie investimenti. Non si può pensare che la politica monetaria da sola, in assenza di efficienti e mirati stimoli fiscali, possa risanare la situazione ovvero creare lo stimolo per la ripresa economica. Al contrario l’eccesso di liquidità stimola la creazione di bolle finanziarie come dimostra l’andamento dei mercati azionari soprattutto dopo la pandemia”.

Da un punto di vista storico ci troviamo in un territorio incognito. Mai in passato le banche centrali (non solo Bce ma anche Federal Reserve) hanno immesso nel sistema economico masse monetarie così ingenti e per così lungo tempo. La teoria economica insegna che esiste una relazione tra quantità di moneta e inflazione. C’è il rischio che una volta archiviata la pandemia le economie occidentali possano dover fare i conti con alti livelli di inflazione così come sperimentato nel corso degli anni ’70?
“Da parecchi anni abbiamo sperimentato disinflazione (riduzione dell’inflazione ndr) e deflazione (diminuzione del livello generale dei prezzi ndr) un po’ per effetto della globalizzazione e un po’ per effetto dell’innovazione tecnologica. Questo ha spinto molti a pensare e credere che l’inflazione sia morta. Io direi che ci vuole cautela nel dire questo. Siamo sicuramente in una terra incognita. E’ difficile prendere la stagflazione degli anni ’70 e credere che lo stesso scenario si possa applicare oggi. Ma se la politica monetaria perde credibilità e si sospetta che le banche centrali siano meno indipendenti e che la loro missione principale sia quella di assorbire tutto il deficit extra che fanno i governi allora il problema dell’inflazione potrebbe pericolosamente ripresentarsi”.

I mercati azionari non solo hanno recuperato le perdite accumulate la scorsa primavera quando è arrivato il coronavirus ma nel corso degli ultimi 12 mesi hanno corso tantissimo. L’idea prevalente è che archiviata la pandemia tutto tornerà come prima. I debiti accumulati dagli Stati non preoccupano. Il rapporto debito/pil dell’Italia, per esempio, ormai sfiora il 160%. Non cambierà davvero nulla rispetto al passato? E’ questo uno scenario realistico?
“Per l’Italia sicuramente non lo è. Il nostro Paese aveva una caratteristica assai poco lusinghiera prima della pandemia: era l’unico dell’Unione Europea in cui la crescita del Pil nominale era inferiore al costo medio di finanziamento del debito pubblico. In queste condizioni il debito si autoalimenta. Se non riusciremo a invertire questa tendenza, ovvero a crescere più del costo medio del debito, allora rischiamo veramente di avere una resa dei conti drammatica. Nel giro di non molto tempo l’intero stock di debito italiano potrebbe risultare non più sostenibile rispetto all’andamento dell’economia. L’uscita dalla pandemia sarà per noi la fine della ricreazione e sarà il momento in cui si faranno i conti con la verità e la realtà. O crescere o avere problemi drammatici”.

Lei è ottimista o pessimista?
“L’Italia è un paese molto ingessato con scarsi spunti innovativi. Un paese di grandi lotte corporative a strapparsi l’esistente e non a creare cose nuove. E’ il paese più vecchio del mondo sul piano della demografia e questo fa sì che il dinamismo non sia all’ordine del giorno. Faccio fatica ad essere ottimista. Spero ovviamente che i fatti mi smentiscano”.

Mario Seminerio (foto Moneyfarm)

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