L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 22 marzo 2021

L'Italia una paese deragliato che non vuole ricorrere alle sue risorse interne per uscire dal pantano. Assunzione di almeno un milione di giovani nella pubblica amministrazione è il vero investimento strutturale mentre i miliardi si perdono in mille rivoli nella rincorsa ad una Germania che è capace solo a guardare il suo ombelico. Lo stregone maledetto è incapace di sognare ma solo di riorganizzare il Sistema mafioso massonico politico istituzionalizzato al servizio di Euroimbecilandia

SPY FINANZA/ I numeri su debito e Germania che l’Italia dimentica

Pubblicazione: 22.03.2021 - Mauro Bottarelli

Riemergono sentimenti anti-tedeschi in Italia. Eppure una buona parte del Paese è di fatto integrata con l’economia della Germania

Lapresse

Ormai il senso del ridicolo è stato ampiamente superato. Siamo alla farsa pericolosa. Leggo i commenti alla conferenza stampa di Draghi e sembrano altrettanti resoconti da pellegrinaggi a Fatima. Peccato che abbia appena certificato la fine del Paese. O, quantomeno, una necessaria cura da cavallo a partire dal 2022. Chi ritiene che lo Stato debba pensare a tutto e tutti, indiscriminatamente ed emettere debito con il ciclostile, tanto non è tempo di pensare al Patto di stabilità, si goda gli ultimi mesi di illusione. Perché la pacchia sta finendo. Questa tabella mostra gli esborsi dei fondi europei Sureper il sostegno all’occupazione, calcolati dopo l’ultima asta di titoli garantiti dall’Ue emessi per finanziare il programma: guardate un po’ chi guida la classifica. 


Oggi questo Paese viaggia ben oltre il 160% di ratio debito/Pil, ha dato vita a oltre 100 miliardi di scostamento e ora si prepara a contabilizzarne altri 20. Più, oltre 27 miliardi di fondi europei. E qual è l’argomento del giorno? Draghi che chiude la porta al Mes! Non c’è speranza: o malafede o stupidità, la politica italiana pare non offrire alternative. Per questo penso che il professor Carlo Cottarelli durerà poco nel ruolo di consulente, perché è portatore sano di bruttissimo vizio: tende a guardare in faccia la realtà. E infatti, da qualche tempo gira i salotti televisivi non tanto per gettare le basi del suo sedicente movimento politico, argomento molto in voga fra i suoi detrattori, bensì per far notare quanto segue: gli aiuti, i fondi Ue, gli scostamenti, l’extra-debito sono solo stracci per tamponare la falla. Il problema è dato dalla tubatura centrale della nostra crescita: con il debito/Pil a oltre il 160%, per non andare incontro a una ristrutturazione forzata (leggi, Troika) le strade sono solo due. Primo, uscire dall’Ue stile Gran Bretagna. Dopodiché, preparatevi a uno scenario da Zimbabwe. Secondo, crescere di almeno il 2% all’anno e non dello 0,2% come abbiamo fatto nel decennio post-Lehman e pre-pandemia, 2009-2019. Tertium non datur. E non potendo agire sulla chiave demografica, occorre operare su quella della produttività per unità lavorativa. 

Come, però? Non vedo all’orizzonte un piano Hartz, quello costato la carriera politica a Gerard Schroeder ma che ha permesso alla Germania di cambiare marcia e affrontare le sfide della globalizzazione ad armi pari con i big players. Sento generici appelli a fregarsene del Patto di stabilità, patetici avvitamenti in punta di consenso attorno al totem del Mes, scordandosi di mostrare in contemporanea il dato sui fondi Sure (anch’essi di orrida derivazione europea), rivalutazioni di aberrazioni come il reddito di cittadinanza o quota 100. Signori, fatevi una domanda. Molto semplice. Se abbiamo già operato scostamenti di bilancio per oltre 100 miliardi, cui ora se ne unirà un altro da circa 20 miliardi e abbiamo incamerato finora già 27,4 miliardi di fondi Sure, il massimo in Europa, dove sono andati a finire quei soldi? Ovvero, se abbiamo messo in campo un arsenale intero di sforamenti e indebitamento, non dovendoci preoccupare dello spread perché tamponato artificialmente dalla Bce, com’è possibile che i ristori a oggi rappresentino le briciole e che, in moltissimi casi, portino ritardi come nemmeno i treni? Forse perché i conti pubblici italiani sono un pozzo nero, profondissimo? 

Certo, questo non è il momento di guardare alle regole europee. Non a caso, la stessa Commissione le ha sospese per tutto il 2022. Ma occorre, questo sì, guardare oltre all’orizzonte del dopo pandemia. La Germania ha appena annunciato a mezzo stampa, utilizzando la categoria dello scoop da parte del solito Der Spiegel, un altro extra-indebitamento da 70 miliardi per quest’anno. Vi invito a mettere in prospettiva la magnitudo di questo annuncio: se il Paese-traino dell’Europa, i cui conti pubblici hanno permesso al Governo di intervenire in tempo zero con programmi di sostegno dell’economia miliardari, si vede costretto a un ulteriore scostamento, l’Italia delle manovre ciclicamente una tantum – ossimoro di fatto applicabile solo a noi e alla Spagna -, dove spera di andare? 

Speravo in cuor mio che Mario Draghi imprimesse al Paese l’unico cambio di passo davvero necessario: quello verso il crudo e doloroso realismo. Invece, wishful thinking a piene mani. Certo, sicuramente quanto messo in campo è meglio calibrato del denaro lanciato di fronte al ventilatore e sparato a caso dal Governo Conte, ma proseguiamo a non renderci conto della disfunzionalità di un sistema che ancora prevede la concertazione di primo livello come mantra assoluto. Occorre essere molto chiari, a partire da questo grafico: il 18 marzo, la Camera di Commercio Italo-Germanica (AHK Italien) ha presentato i dati della partnership economica fra i due Paesi nel 2020. 


Se con la pandemia, il volume dell’interscambio commerciale tra Italia e Germania è sceso di 8,7 punti percentuali rispetto al 2019, attestandosi in base ai dati Istat su un totale di 116 miliardi di euro, Berlino rimane il primo partner commerciale per il nostro Paese, superando nettamente la Francia, al secondo posto con “soli” 75,9 miliardi. «Dopo quattro anni consecutivi di record nella nostra partnership economica e un 2019 nel segno della stabilità, la riduzione dei volumi di interscambio è significativa. Ma, al tempo stesso, inferiore a quella subita da altri importanti partner europei per la Germania, oltre che migliore delle previsioni fatte poco meno di un anno fa. In questo senso la sostanziale tenuta dell’interscambio tra i nostri Paesi è la riprova di un rapporto solido e radicato che ha retto la prova della pandemia e che svolgerà una funzione centrale anche nel contesto di ripresa», ha commentato Jörg Buck, consigliere delegato della AHK Italien. 

Quel grafico parla chiaro: al netto del Lazio, il Nord Italia è già sotto sfera di influenza economico-commerciale tedesca. E lo conferma di Limes e Unioncamere Emilia-Romagna del 2017. E, signori, funziona benissimo. Chiedete pure agli imprenditori: le loro lamentele sono verso fisco, burocrazia e sistema bancario italiani, non certo verso le controparti tedesche. Può piacere o meno, resta il fatto che sono le cifre a parlare. E quelle cifre fanno capo a concetti dannatamente importanti, primo dei quali è l’occupazione. Quella vera, quella d’impresa. Non quella emergenziale o di Stato. Non quella stimolata dai cicli di Qe che fanno proliferare le zombie firms, come pareva aver correttamente e sacrosantemente fatto notare lo stesso Mario Draghi al Meeting di Rimini. 

Ci ha messo poco a cambiare toni, ivi compreso il ripudio della lingua inglese che lo ha accompagnato per tutta la sua scintillante vita professionale. Si chiama Kerneuropa e non è un retaggio dei mondi un po’ mitomani da immaginario celtico-padano di Umberto Bossi, lo mostra la cartina: è un qualcosa di ancorato quotidianamente a concetti come produzione, fatturato, ordinativi, crescita. 


E visto che uno dei mantra assoluti di questo Paese, quando ciclicamente si dà vita a dibattiti sul rilancio dell’economia, è quello che fa riferimento al petrolio italiano, ovvero il turismo, ecco che questa altra cartina mostra plasticamente quali siano le mete del turismo tedesco. Ovvio, è molto più romantico e politicamente corretto parlare di inglesi innamorati del Chiantishire o americani stregati dalla grande bellezza di Roma, peccato che tedeschi e austriaci, orrendi nella loro abbinata sandalo-calzino bianco, abbiano le tasche piene. Molto piene. E spendano. E siano tanti, percentualmente. Molto più degli americani o degli inglesi. E che, a differenza di questi ultimi, in un futuro che vedrà il turismo per via aerea probabilmente ancora penalizzato e rallentato dal fall-out del Covid (vedi solo il dibattito sul passaporto vaccinale), possano raggiungere il Garda o la Riviera adriatica o il Sudtirolo in auto o pullman o treno.


Davvero vale la pena di piegarsi ancora a patetici sentimenti anti-germanici, come quelli rinfocolati negli ultimi giorni dall’alibi su AstraZeneca? O, forse, ripartire significa rendersi conto che questo Paese vive di un’economia duale, a due velocità e che non si può applicare – come fatto in modo fallimentare finora – la politica del one size fits all? Perché attenzione, per quanti ristori il Governo possa inventarsi e per quanti fondi Sure l’Europa possa ancora erogare, le aziende fanno i conti con la realtà e non con le promesse: i tempi della politica sono dilatati e declinati in modalità del divenire, quelli dell’economia con il principio di concorrenza e produttività. Marte e Venere, insomma. 

Davvero, al netto di quei numeri, vale la pena lasciarci coccolare un’altra volta dallo strisciante, comodo e rassicurante alibi della concorrenza sleale della Germania in seno all’Europa, dei barbari alle porte pronti a colonizzarci? Davvero vogliamo, ancora una volta, voltare la faccia di fronte ai numeri, non ultimi quelli dei fondi Sure? Se sì, come purtroppo pare voler fare anche il nuovo primo ministro, liberissimi di farlo. Ma il post-Covid segnerà qualcosa di più, rispetto a un reset epocale: un cambio di paradigma, uno scostamento di approccio che vede la sopravvivenza stessa come stella polare e non più il dove mangia uno, mangiano anche in due. Piaccia o meno, la Germania è parte integrante (e graditissima, da Brescia a Trieste) del sistema industriale-economico più avanzato del Paese: vogliamo forse seguire il proverbiale esempio del marito che si evira, pur di fare un dispetto alla moglie? Se sì, avanti così. La strada è quella giusta. E il professor Carlo Cottarelli, ancora una volta, temo che dovrà prenderne atto, chiudere lo zainetto e tornare ai suoi studi.

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